Mentre l’India taglia il traguardo della decriminalizzazione dell’omosessualità, lasciando finalmente decadere la “Section 377”, triste fossile legale del colonialismo inglese, un Paese asiatico “fratello” nel Commonwealth, dotato dello stesso identico articolo nel codice penale, sembra aver con convinzione ingranato la retromarcia, facendo della soppressione dell’omosessualità un cavallo di battaglia delle sue più recenti politiche governative. Negli ultimi tre o quattro mesi, la Malesia, paese non vaccinato contro le recrudescenze di fondamentalismo, si è presa una brutta febbre omofobica.
Piccoli segnali inquietanti
Rispetto ad altri paesi a maggioranza musulmana, forse anche grazie al complesso tessuto etnico e culturale che ne fa un interessante case study di intersezionalità, in Malesia si respirava tradizionalmente un clima di generale tolleranza nei confronti della comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali), per lo meno fintantoché l’arcobaleno non pretendeva di travalicare i confini degli spazi privati. Bar, club e saune gay sono molto più comuni a Kuala Lumpur che non a Nuova Delhi.
Tuttavia, qualche segno di malessere aveva cominciato a manifestarsi già da qualche tempo. Nel marzo del 2017, per esempio, il film di Walt Disney “La bella e la bestia” non aveva ottenuto l’approvazione del censore per la distribuzione nelle sale, a causa di una scena ritenuta “gay” e quindi non adatta a un pubblico di minori.
A circa un anno di distanza, compare sulla testata nazionale Sinar Harian un articolo che con assoluta mancanza di ironia pretende di fornire un vademecum su come identificare un omosessuale sulla base dell’apparenza fisica, del portamento e dello stile di abbigliamento. Piccoli aneddoti, quasi buffi, se presi singolarmente, ma che purtroppo si sono rivelati i prodromi di un fenomeno ben più inquietante.
La vittoria della speranza?
Il momento della svolta, paradossalmente, coincide con la pacifica rivoluzione democratica rappresentata dalle elezioni politiche del maggio scorso, quando i cittadini si recano in massa alle urne per deporre, per la prima volta nella storia indipendente del Paese, la coalizione del Barisan Nasional (Fronte nazionale; BN), al governo senza soluzione di continuità fin dal 1957.
Stremati dall’avvilente sistema di scandali e corruzione, e posti di fronte all’eccitante opportunità di poter finalmente esprimere un voto significativo, i giovani riempiono i social di entusiasti post a sostengo del partito di opposizione, il Pakatan Harapan (Alleanza della speranza; PH), aggrappandosi con trasporto all’idea di “harapan”, che in malese significa “speranza”.
Per chi ha familiarità con astiose campagne elettorali come quella italiana, svoltesi nello stesso periodo e incentrate su elementi di esclusione sociale e di odio etnico, seguire una campagna come quella malese basata invece sulla speranza e sulla promessa di una Malesia più inclusiva, in un clima di genuina fiducia in un futuro più democratico, è stata invero un’esperienza rinvigorente.
E la vittoria inaspettata del Pakatan Harapan rappresenta una novità politica tale da far parlare i cittadini di una Malaysia Baru (nuova Malesia). Per la prima volta un attivista gay, Numan Afifi, ottiene un incarico governativo ufficiale, come portavoce del giovane ministro per la gioventù e lo sport, Syed Siddiq. La comunità LGBTQIA, estatica, è piena di aspettative.
Un’estate di omotransfobia
Purtroppo, quasi immediatamente, una rapida serie di eventi comincia a inanellarsi, con cadenza quasi quotidiana, definendo un pattern di crescente intolleranza, ai limiti della persecuzione.
9 luglio. A poche settimane dall’incarico, Numan Afifi è costretto a dimettersi, dopo essere stato al centro di una bufera di attacchi da parte dell’opposizione e delle frange più conservatrici della società. Il governo fallisce il primo test, mancando di schierarsi, come si sperava, a sua difesa. Syed Siddiq, in uno stonato tweet da millenial, aspramente criticato e sbeffeggiato sui social, liquida l’amico e collaboratore con un “You’ll always be a bro” (Sarai sempre un amico, fra’).
23 luglio. Il ministro per gli affari religiosi, Mujahid Rawa, in un colorito discorso al parlamento denuncia la promozione attraverso i social media di uno “stile di vita” LGBTQIA che il governo ha il dovere di reprimere in nome della sharia e – naturalmente – della famigerata Section 377.
29 luglio. Nello stato di Terengganu viene organizzato un seminario per counselor, insegnanti e agenti delle forze dell’ordine sulle strategie necessarie per curare i comportamenti LGBTQIA.
8 agosto. Lo stesso ministro per gli affari religiosi ordina la rimozione dei ritratti di due attivisti LGBTQIA, Nisha Ayub e Pang Khee Teik, esposti in una galleria d’arte sull’isola di Penang. Episodio particolarmente increscioso che, in barba al tentativo di censurare i volti di cittadini LGBTQIA, viene ripreso da tutte le riviste nazionali e trova ampia eco internazionale.

I ritratti rimossi di Nisha Ayub e Pang Khee Teik
12 agosto. Una coppia di lesbiche viene condannata a una multa e alla flagellazione da un tribunale religioso, dopo essere stata colta in flagranza di reato facendo sesso in auto. Il giudice che emette la sentenza sottolinea esplicitamente che questa condanna dovrà servire da esempio per tutta la società.
13 agosto. Sempre Rawa annuncia che i contenuti LGBTQIA verranno monitorati sui social media.
15 agosto. In questo clima di “rieducazione sociale”, una donna transgender viene aggredita e brutalmente picchiata in strada da una gang di otto uomini, nel Negeri Sembilan, uno stato con noti precedenti di intolleranza legale nei riguardi della realtà trans.
18 agosto. Retata della polizia al Blue Boy, uno storico locale gay-friendly di Kuala Lumpur, in attività da 30 anni. Il ministro dei territori federali, Khalid Samad, dichiara che questa iniziativa è volta a mitigare la diffusione della cultura LGBTQIA nella società malese. In una triste eco dei fatti della Queen Boat in Egitto, 20 uomini vengono identificati, umiliati pubblicamente, e mandati in “riabilitazione” presso istituti religiosi per correggere i loro “comportamenti illeciti”.
2 settembre. Con grande sgomento e incredulità della parte liberale della società malese, viene effettivamente eseguita l’inaudita sentenza a carico delle due ragazze di Terengganu, colpite ripetutamente con un frustino di bambù davanti a 100 spettatori in un’aula di tribunale. Un episodio che umilia il paese, macchiandone la reputazione internazionale, e che porta alla mobilitazione di Amnesty International.

Amnesty: “Malesia, stop tortura delle persone LGBT”
Una maggioranza codarda
Richiamati alle proprie responsabilità, i parlamentari del Pakatan Harapan ripetono imbarazzati di non potersi esporre a supporto delle istanze LGBTQIA, in quanto farlo costituirebbe un “suicidio politico“. Nel frattempo, il viceministro della sanità dichiara che le persone LGBTQIA soffrono di un “disordine organico” e la viceministra per gli affari religiosi raccomanda l’uso delle toilette per disabili ai membri della comunità trans, come “misura temporanea, finché non saranno pienamente accettati dalla società“; tutto questo in un periodo in cui si assiste a un’escalation di violenza transfobica.
Sono fatti e dichiarazioni che dimostrano quanto la questione LGBTQIA sia passata al centro dell’agenda politica della – non poi così inclusiva – Nuova Malesia, e che vanno ben oltre la necessità strategica del PH di difendersi dalle accuse del partito storico, ora all’opposizione, che usa lo “scandalo” dell’omosessualità come facile argomento per tacciare il governo di immoralità e quindi di illegittimità.
La comunità LGBT a testa alta
Nel frattempo, sui social, l’opinione pubblica si scatena. E forse questo è un fatto positivo. Nei post su Facebook e Twitter cadono molte maschere, escono allo scoperto i pregiudizi, fioccano le condanne morali e le peggiori letture dell’islam, ma allo stesso tempo c’è anche chi reagisce “scendendo in campo”, chi ci mette la faccia per fare resistenza, chi sceglie questo momento per fare coming out.
La comunità LGBTQIA, per nulla intimorita, alza la testa, si rafforza e si fa sentire con lucidità e rinnovato impeto, grazie anche al lavoro di alcuni bravissimi attivisti di spicco come il citato Pang Khee Teik, fondatore e curatore dell’ottima piattaforma online Queer Lapis.

Pang Khee Teik al concerto di Ferrarini a Kuala Lumpur
Volendo essere ottimisti, la febbre che ha colpito la Malesia potrebbe quindi rivelarsi una malattia utile, un passaggio necessario per la maturazione del paese attraverso lo scontro, per la prima volta a viso aperto, tra due mondi e due concezioni opposte della società, per arrivare in futuro a una posizione di sintesi e crescita. Nonostante le circostanze facciano presagire un peggioramento della situazione nel breve periodo, c’è ancora, in questo paese, chi non ha perso la fiducia nella parola “harapan”.
Paolo Ferrarini
©2018 Il Grande Colibrì
foto: 1, 2 e 3: immagini virali; 4: Il Grande Colibrì
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