Non sono mai solo parole: le dichiarazioni contro le minoranze sessuali dei leader politici si trasformano rapidamente in violenza, sono un lasciapassare potente e inquietante ai peggiori comportamenti dettati dall’omobitransfobia. Quando Giorgia Meloni o Matteo Salvini salgono su un palco ad attaccare le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali), non stanno solo dicendo sciocchezze: stanno istigando all’odio e alla violenza.
L’esempio dell’Uganda è purtroppo chiarissimo. In vista di elezioni che si prospettano come difficili per il presidente Yoweri Museveni, il semi-dittatore in carica da più di 33 anni, il suo governo ha deciso di puntare tutto sull’omofobia. Da una parte, il ministro per la sicurezza Elly Tumwine ha accusato le minoranze sessuali di terrorismo, dall’altra il ministro per l’etica e l’integrità Simon Lodoko ha ritirato fuori la proposta di legge per aumentare le pene per i rapporti omosessuali: la previsione attuale dell’ergastolo non sembra più sufficiente e si è tornato a parlare di introdurre la pena di morte. Il 12 ottobre il governo ha smentito quest’ultima intenzione, ma era già (volutamente) troppo tardi.
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Le prese di posizione della politica si sono trasformate immediatamente in una nuova ondata di repressione da parte delle forze dell’ordine, che hanno riconosciuto pubblicamente di fare retate nelle case in base a semplici segnalazioni anonime per scoprire se chi ci abita ha rapporti omosessuali, tra l’altro considerando come prove elementi del tutto improbabili. Ancora peggio, le parole della politica hanno scatenato violenze sociali che hanno provocato già una morte e diversi feriti gravi. Ricostruiamo brevemente i principali episodi di violenza seguiti alle parole pronunciate il 3 ottobre da Elly Tumwine.
4 ottobre. Alcuni bambini di Jinja, grande città commerciale sul lago Vittoria, hanno trovato aperta la porta di casa di Brian Wasswa, un attivista per i diritti LGBTQIA. Quando sono entrati, hanno trovato l’uomo riverso in una pozza di sangue: qualcuno gli aveva sfondato la testa con una piccola zappa. Wasswa era ancora vivo ed è stato trasportato in ospedale, ma le cure non sono servite: è morto.
12 ottobre. Due donne transgender sono state brutalmente aggredite sulla strada che porta dalla capitale Kampala al suo aeroporto da un gruppo di uomini incappucciati. Una inizialmente è sparita, ma poi è stata ritrovata in un ospedale. La seconda è stata portata subito in ospedale, ma è stata dimessa perché non può pagarsi le cure mediche. Ora è senza dimora, nonostante continui ad avere forti dolori e una continua tosse con sangue.

13 ottobre. A Kampala un gruppo ha preso d’assalto un ufficio che si occupa di soccorrere migranti e rifugiati appartenenti a minoranze sessuali. Un rifugiato ruandese è stato selvaggiamente picchiato con colpi alla testa, lasciandolo incosciente. Per fortuna, gli accertamenti medici non hanno rilevato gravi danni.
18 ottobre. Vicino a Kampala, un gruppo ha assediato la sede di “Let’s Walk Uganda” (Andiamo, Uganda!), un’associazione per i diritti LGBTQIA: gli assalitori cantavano slogan anti-gay e minacciavano di linciare gli attivisti. L’intervento della polizia ha evitato le violenze, ma le forze dell’ordine hanno deciso di denunciare non gli aggressori, ma gli attivisti stessi: 15 persone sono accusate di “conoscenza carnale contro l’ordine della natura” e di traffico di esseri umani. Le accuse si basano semplicemente sulla presenza nella sede di preservativi, lubrificanti e farmaci retrovirali, tutto fornito dal governo nell’ambito di un progetto del Fondo globale per la lotta all’AIDS, la tubercolosi e la malaria.
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19 ottobre. Un oculista di un ospedale privato di Kampala ha pensato che una sua paziente fosse la fidanzata di sua figlia e, probabilmente per farle pagare la presunta relazione con lei, ha preso una sbarra di ferro e ha iniziato a colpire la ragazza sulla testa, sugli arti e sulla schiena. Le ha rotto il cranio e le ha slogato un braccio, per poi gettarla fuori dalla clinica. La giovane per fortuna si è salvata, ma la ferocia e l’assurdità dell’aggressione ha spinto persino la ministra della salute Ruth Aceng a condannare la vicenda.
Purtroppo le campagne elettorali fatte sulla pelle delle minoranze funzionano. E non è un problema solo del continente africano o di lontani regimi autoritari. Come in Uganda, anche in altri paesi, come gli Stati Uniti o la Germania, la retorica intollerante dell’estrema destra, da Donald Trump ad Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania; AfD), si sta traducendo in un aumento drammatico dei crimini d’odio. Il virus della violenza, sapientemente coltivato dalla Lega e da Fratelli d’Italia e tollerato da tante altre forze politiche, non risparmierà l’Italia.
Pier Cesare Notaro
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