Radio Free Europe ha raccontato cosa significhi essere omosessuali nella repubblica centro-asiatica del Turkmenistan attraverso la testimonianza di Kamil, un medico locale costretto a nascondere il proprio orientamento sessuale. Kamil ha studiato medicina in Bielorussia, poi è tornato nella sua città natale, la capitale Aşgabat, dove ha conosciuto un uomo su un sito di dating. I due hanno deciso di incontrarsi di persona: “Quando sono andato nel posto che avevamo concordato, lui non c’era. L’ho chiamato e mi ha detto che stava arrivando, ma a quel punto sono arrivati due poliziotti che mi hanno ammanettato e mi hanno portato in una stazione di polizia, dove sono stato picchiato e insultato“.
Il Turkmenistan è, insieme all’Uzbekistan, l’unica repubblica ex sovietica a non avere mai cancellato le leggi che considerano l’omosessualità un reato. Kamil si è risparmiato la galera soltanto grazie all’intercessione di un suo influente zio, ma l’intervento della famiglia non ha migliorato la sua situazione: “Mio padre ha detto che avrebbe preferito uccidermi che avere un figlio gay“. È stato mandato “in cura” prima da un mullah (erudito musulmano), poi da uno psicologo.
“Raccontate la mia storia”
Alla fine gli è stato imposto un matrimonio “riparatore” con una donna, affinché nessuno scoprisse il suo orientamento. Kamil ha fatto saltare il matrimonio, provocando nuovamente le ire della sua famiglia: lo zio lo ha inserito nella lista delle persone che non possono lasciare il paese. A febbraio di quest’anno ha tentato di fuggire in Turchia, ma dopo un paio di giorni è stato costretto a tornare in patria.
In Turkmenistan una persona omosessuale deve scegliere se vivere una vita nascosta o finire in prigione. Ma Kamil, con queste prospettive, non vede nessuna alternativa a fare coming out: “Spero che questo mi faccia sentire più libero e che diventi il primo passo per conquistare la libertà per le altre persone come me. Per favore, raccontate la mia storia“.
Alessandro Garzi
©2019 Il Grande Colibrì
foto: Il Grande Colibrì
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AGGIORNAMENTO DEL 1° NOVEMBRE
Dopo la pubblicazione della storia di Kamil online, l’intelligence turkmena si è scatenata in una caccia all’uomo che sembra aver dato i suoi frutti. Il dottor Kasymberdy Garayev, che era la vera identità di Kamil, si è presentato alla polizia dopo essere stato convocato insieme a decine di altri sospetti. All’interrogatorio è seguita la sparizione sua e dei suoi genitori e fratelli, che potrebbero essersi trasferiti o essere stati imprigionati anch’essi. In un commovente video di addio, in cui chiede di essere accettato per quello che è, Garayev chiede perdono in lacrime ai suoi cari per le sofferenze che gli ha causato, “nel caso in cui sparissi“, e affida le sorti dei genitori ai fratelli.
La sparizione di Kamil non è purtroppo un caso isolato in Turkmenistan: la campagna “Prove They Are Alive” (Dimostrate che sono vivi) ha documentato come siano scomparse senza lasciare tracce altre 121 persone, che avevano ragione di temere punizioni statali per via di comportamenti non in linea con le leggi.
Michele Benini
©2019 Il Grande Colibrì


