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La più grande vittoria della sua vita: la definizione che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dato dei risultati delle elezioni di lunedì è incontestabile. Al centro di accuse pesantissime di corruzione, dopo 11 anni ininterrotti alla guida del governo, il leader della destra era dato per spacciato da moltissimi osservatori e nel suo stesso partito sembrava che ci fosse la fila per rimpiazzarlo dopo quella che si prospettava come una batosta elettorale. E invece gli elettori israeliani lo hanno premiato: il suo Likud (Consolidamento) vola dal 25% di settembre 2019 a oltre il 29% e torna a essere il primo partito israeliano. La coalizione di partiti di estrema destra e fondamentalisti religiosi cresce da 55 a 59 seggi in parlamento, sfiorando la maggioranza di 61.

Un voto contro i palestinesi

E così Netanyahu ha potuto gioire della più grande vittoria della sua vita davanti ai fan in festa che reclamavano la testa del procuratore generale Avichai Mandelblit, che ha raccolto le prove di frode, corruzione e abuso di fiducia contro il premier alla base del processo che si aprirà il 17 marzo. Netanyahu, nel suo primo discorso dopo il voto, ha promesso di annettere le colonie della Cisgiordania e la valle del Giordano, secondo il piano del presidente statunitense Donald Trump che ha ucciso qualsiasi prospettiva di pace con i palestinesi per resuscitare il politicamente moribondo alleato Netanyahu. E le altre minoranze del paese, comprese quelle sessuali, rischiano di avere ancora una maggioranza che boccia qualsiasi proposta a favore dei loro diritti.

Almeno per le minoranze sessuali una vittoria di Kahol Lavan (Blu e bianco), principale forza dell’opposizione, sarebbe stata una buona notizia. Forse. In realtà l’alleanza guidata da Benny Gantz mette insieme politici in disaccordo su tutto, diritti civili compresi, tranne che sull’ostilità nei confronti da un lato di Netanyahu e dall’altro dei palestinesi, con l’appoggio entusiasta all’assurdo “piano di pace” di Trump.

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Boicottare il festival LGBT

Mentre Israele si avvita sempre di più in una spirale di chiusura con al centro il corrotto Netanyahu, il suo progetto di apartheid e la sua corte di estremisti politici e religiosi, gli attivisti per i diritti umani hanno sempre più difficoltà a immaginare azioni efficaci contro il suo governo. Per questo le ultime elezioni daranno ancora più forza al movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che cerca di utilizzare gli strumenti dell’economia e del commercio per spingere gli israeliani a cessare l’occupazione dei territori palestinesi, a permettere il ritorno dei profughi palestinesi e a riconoscere piena uguaglianza ai cittadini arabi dello stato israeliano.

L’ultimo bersaglio del movimento BDS è il Tel Aviv International LGBT Film Festival (TLVFest), un festival cinematografico che proporrà la sua quindicesima edizione tra il 4 e il 13 giugno. Da anni questo evento è sotto pressione, perché molti attivisti e artisti chiedono che rompa i suoi legami diretti con il ministero della cultura e dello sport: il festival è accusato di pinkwashing, di farsi strumentalizzare, in cambio di finanziamenti, da un governo razzista e omofobo che, mentre ostacola i diritti delle minoranze sessuali, cerca di costruirsi l’immagine di oasi per le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) e di usare questa immagine progressista per respingere ogni critica sulla negazione dei diritti fondamentali dei palestinesi.

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Una ministra imbarazzante

Le accuse sono diventate ancora più forti da quando il ministero è retto da Miri Regev, ex portavoce dell’esercito e fedelissima di Netanyahu. La politica in passato ha partecipato al Pride e sostiene che la sinistra non ha il monopolio della difesa dei diritti LGBTQIA. Cosa significa questa affermazione? Nulla: Regev non ha mai mosso un dito per le minoranze sessuali. Eppure una bella frasetta è bastata per essere presentata dalla propaganda come una paladina arcobaleno. Regev stessa ama molto la propaganda, tanto da essere un’esplicita sostenitrice della libertà del suo ministero di finanziare solo la cultura “leale allo stato, cioè favorevole al suo governo. Le critiche non sono accettabili, perché – ha spiegato – rovinano l’immagine di Israele.

Evidentemente per la ministra non rovinano l’immagine dello stato mediorientale né le condizioni di vita in cui sono costretti i palestinesi né le sue personali prese di posizione contro la libertà di espressione. Però, quando, durante una manifestazione razzista contro l’immigrazione nel 2012, quando era parlamentare del Likud, ha detto che “gli infiltrati [sic!] sudanesi sono un cancro nel corpo della nazione“, si è resa conto che forse aveva esagerato e che forse l’immagine liberale e festosa di Israele rischiava di essere macchiata dalla sua dichiarazione e per questo ha chiesto scusa (ribadendo però che il paragone era giustificato). L’idea che il vero problema sia il razzismo, ovviamente, non l’ha neppure sfiorata.

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130 artisti per la liberazione

Di fronte a una situazione del genere, la Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele) ha lanciato un appello per boicottare il Tel Aviv International LGBT Film Festivalin solidarietà con la lotta del popolo palestinese per la libertà, la giustizia e la dignità“, invitando registi, attori, artisti del cinema e case produttrici “a non presentare film o a partecipare in altro modo al TLVFest o ad altri eventi parzialmente o totalmente sponsorizzati da istituzioni israeliane complici fino a quando Israele non si conformerà al diritto internazionale e rispetterà i diritti umani palestinesi“.

L’appello è stato sottoscritto da oltre 130 personalità del cinema di tutto il mondo, per la netta maggioranza persone appartenenti a minoranze sessuali. Secondo i firmatari, tra cui non ci sono italiani, il movimento di liberazione LGBTQIA “è intimamente connesso con la liberazione di tutti i popoli e di tutte le comunità oppresse“.

Pier Cesare Notaro
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da Leonhard Lenz (CC0 1.0) / da kalhh (CC0)

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