Il suo primo viaggio in Russia, Maksat l’ha fatto quando aveva solo 18 anni. Partito da Ashgabat, popolosa capitale del Turkmenistan nonché sua città natale, i suoi principali obiettivi erano studiare business management e respirare un po’ di quella libertà che nel suo paese di origine gli era sempre stata negata. Mai avrebbe pensato che quel viaggio tanto atteso si sarebbe interrotto tanto bruscamente, dando peraltro origine a una catena di eventi che avrebbero stravolto completamente la sua esistenza e quella dei suoi cari.
Gay in carcere
Due anni di carcere: è questo ciò che rischiano gli uomini turkmeni accusati di sodomia. Lo stabilisce l’articolo 135 del codice penale dello stato centro-asiatico e lo sanno benissimo i genitori di ragazzi omosessuali che, per evitare ai figli l’emarginazione sociale e una quasi sicura condanna, li spingono a contrarre matrimoni di convenienza e a condurre una vita “normale”.
Un destino simile sarebbe toccato con tutta probabilità anche a Maksat, il giovane che ha accettato di raccontare la sua terribile vicenda ai giornalisti di Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), a patto che la sua identità e il suo vero nome non venissero in alcun modo divulgati. Una scelta assolutamente necessaria e comprensibile che, oltre a proteggere il ragazzo, mira a salvaguardare anche la sua famiglia di origine, che correrebbe altrimenti il serio rischio di essere a sua volta perseguitata.
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Andata e ritorno
Del suo viaggio in Russia, Maksat ricorda soprattutto la sensazione di gioia e libertà assaporata in un paese che almeno all’apparenza non sembra fare troppo caso al suo orientamento sessuale. Sfortunatamente, la sua felicità dura molto poco.
Nell’autunno 2019 il ragazzo infatti scopre di essere positivo all’HIV e allo shock per la terribile notizia si unisce ben presto il timore di essere deportato. Al pari di altri diciotto paesi (tra cui Giordania, Egitto ed Emirati Arabi), anche in Russia vige infatti un rigidissimo protocollo che impedisce agli stranieri affetti da AIDS di rimanere all’interno del suolo nazionale, obbligandoli a espatriare. Per evitare di incorrere in una più che sicura espulsione, il giovane decide quindi di fare ritorno ad Ashgabat.
Consapevole e conscio dei pericoli a cui sarebbe andato incontro se la notizia della sua omosessualità fosse diventata di dominio pubblico, il ragazzo cerca immediatamente di fare tutto il possibile per cancellare particolari compromettenti e riuscire in qualche modo a tutelarsi. Elimina dal telefono numeri, file e documenti che possano in qualche modo destare sospetti, mentre azzera quasi del tutto i contatti con amici e parenti che tutt’ora nulla sanno dell’omosessualità di Maksat. Gli unici a conoscere la verità sono, purtroppo, gli agenti di polizia da cui il ragazzo è stato costretto a scappare.
Violenze di polizia
Nel dicembre 2019 Maksat si reca all’AIDS/HIV Center di Ashgabat per una visita di controllo prenotata solo due giorni prima in seguito ad alcuni esami. Con sua grande e amara sorpresa, ad attenderlo nella sala visite non c’è però un dottore, ma due agenti che cominciano subito a bersagliarlo di domande. “Mi hanno chiesto come ho fatto a contrarre il virus e io ho risposto che non ne avevo idea” ha spiegato Maksat ai giornalisti di RFE/RL, che non hanno mancato di sottolineare lo sconcerto provato dal ragazzo quando si è reso conto che i suoi dati personali erano stati così liberamente divulgati alle autorità.
Le stesse che, la notte seguente, avrebbero prelevato il ragazzo dalla sua piccola abitazione di Ashgabat costringendolo a firmare alcuni non meglio precisati documenti che ne attestassero l’omosessualità. “Se non l’avessi fatto, i poliziotti avrebbero rivelato a tutti i miei familiari che sono gay” racconta Maksat, che oltre a insulti e minacce di ogni genere ha subito anche un brutale pestaggio da parte degli agenti.
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Un lontano esilio
Seppure estorta con la forza, la “confessione” del ragazzo è entrata a far parte di un vero e proprio impianto accusatorio, che oltre a denunciare Maksat per sodomia lo ritiene anche responsabile di aver deliberatamente tentato di contagiare altri uomini con il virus dell’HIV. Un’accusa totalmente infondata e ingiusta che però, in accordo con il codice penale del suo stato, potrebbe costargli fino a cinque anni di carcere. Per evitarlo, il povero Maksat non ha potuto far altro che cercare rifugio in uno stato europeo di cui per ovvie ragioni non si conosce il nome, e dove tuttora si trova, essendo fortunatamente riuscito a ottenere asilo.
L’idea di tornare nella sua terra di origine lo sfiora spesso, così come il desiderio di rivedere i genitori e gli amici. Ma è un pensiero triste, praticamente impossibile da attuare: nel suo paese Maksat è considerato un uomo pericoloso, la polizia lo cerca, forse arriveranno anche a fare domande ai suoi familiari. Nessuno sfugge al feroce controllo degli agenti. Nemmeno la fama e la popolarità possono qualcosa contro le severissime leggi dello stato centro-asiatico, dove proprio poche settimane fa un famoso attore e showman turkmeno – la cui identità resta per ora ignota – sarebbe stato arrestato insieme al suo compagno e a un’altra dozzina di persone, tutte accusate di sodomia.
Date queste premesse, è dunque facile comprendere come per Maksat sia pressoché impossibile tornare indietro. La sua casa e la sua famiglia di origine sembrano giorno dopo sempre più lontane.
Nicole Zaramella
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