Il padre è inquieto: tutti quegli arcobaleni sui quaderni potrebbero promuovere l’omosessualità tra i bambini. E a lui non sta proprio bene: “Se dipendesse solo da me, direi che gli omosessuali meritano di essere bruciati vivi. Anzi, non basta bruciarli: dovrebbero essere completamente cancellati dall’esistenza!“. La figlia non è d’accordo: “Papà, se tu credessi nei diritti umani, penseresti che queste persone hanno i loro diritti. Vivono tranquillamente, sono solo affari loro“. Il padre a questi punto riconosce a malincuore che pure i gay sono esseri umani. E qualche tempo dopo, incontrando due omosessuali, si “limita” a definire la loro condizione come “disgustosa, sporca e sbagliata“, rinunciano però alla violenza fisica.
Tutto questo accade, sorprendentemente, in una di quelle serie TV realizzate appositamente per il mese di ramadan, sacro ai musulmani, quando milioni di famiglie si raccolgono davanti ai televisori per seguire insieme gli ultimi episodi di produzioni faraoniche. Altrettanto sorprendentemente, la serie in questione, “Exit 7”, è prodotta e trasmessa dal Middle East Broadcasting Center (MBC), un colosso delle comunicazioni formalmente privato, ma in realtà in mano alla famiglia reale dell’Arabia Saudita: nel 2017 il principe Mohammad bin Salman, che da tempo voleva acquistare MBC, ha risolto il problema arrestando i suoi dirigenti e impossessandosi del 60% della proprietà.
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Il principe illusionista
Quando ci sono interessi e personaggi così importanti di solito, però, c’è poco da sorprendersi. Certo, sul web molti fondamentalisti religiosi si sono detti oltraggiati da questa “apertura” (se davvero così si può definire) in pieno ramadan, c’è chi addirittura ha parlato di blasfemia, ma basta conoscere un po’ cosa sta succedendo nell’Arabia Saudita governata da Mohammad bin Salman per far quadrare il cerchio. Il principe da lungo tempo sta cercando di vendere un’immagine moderna e progressista del suo paese con un unico intento: rinsaldare il proprio potere quasi assoluto, prevenire qualsiasi sommossa popolare, mascherare i suoi metodi sanguinari e le sue imprese belliche fallimentari, attrarre investimenti dall’estero.
Così si aprono cinema e auditorium (ma la polizia religiosa continua a fare il bello e il cattivo tempo), si danno patenti di guida alle donne (ma le attiviste femministe marciscono in galera), si accolgono turisti in pose sexy (ma si finisce in carcere per una foto in pantaloncini su Instagram). Recentemente l’Arabia Saudita ha anche abolito la pena della fustigazione e cancellato la pena capitale per i minori (ma solo in alcuni casi). E per molte aziende “gay-friendly” sarà un punto d’onore fare pubblicità su un canale che ha rotto il tabù dell’omosessualità (più del 50% degli spazi pubblicitari di MBC è acquistato dai principali marchi USA) – e mica vorremo rovinargli la festa ricordando che la proprietà di quel canale condanna a morte gli omosessuali, no?
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Contro i palestinesi
Quanto la serie TV sia concepita per favorire gli interessi di Mohammad bin Salman, lo dimostra anche un altro tema che viene affrontato più volte: il rapporto con Israele. Se l’Arabia Saudita e Israele sono ancora ufficialmente nemici, in realtà da tempo si sta intessendo un forte legame tra il principe e il premier Benjamin Netanyahu, accomunati dall’odio per l’Iran e dall’amore per il denaro. E così “Exit 7” fa più volte appello a normalizzare i rapporti con Tel Aviv e a riconoscere lo status quo.
Nel mondo arabo le polemiche sono state fortissime, anche perché nella serie si affermano falsità storiche (“I palestinesi hanno venduto la loro terra a Israele“) e si pronunciano lunghe tirate ferocemente anti-palestinesi: “Abbiamo fatto delle guerre per amore della Palestina, abbiamo tagliato il petrolio per la Palestina e, quando è diventata un’autorità, abbiamo pagato i suoi salari, anche se noi avevamo più diritto su quei soldi. Eppure loro sfruttano ogni occasione per attaccare l’Arabia Saudita“. La voglia di pace in Medio Oriente è meravigliosa, ma in mano a un principe sanguinario e a un premier di estrema destra suona tanto sincera quanto un’apertura all’omosessualità in una serie TV saudita.
Pier Cesare Notaro
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