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Secondo uno studio del Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung (Istituto tedesco per la ricerca economica; DIW), circa il 30% delle persone che si identificano come LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) ha subito discriminazioni sul posto di lavoro nell’arco degli ultimi due anni della propria vita professionale: questo rende il lavoro uno dei luoghi dove si verificano più situazioni di questo tipo, tanto che il 32% delle consulenze legali fatte in ambito LGBTQIA nel 2019 riguardava problemi sul lavoro. La situazione peggiora se si prendono in considerazione le persone transgender, che raccontano di aver subito discriminazioni nel 43% dei casi (nel 7% dei casi si parla di “gravi discriminazioni”).

Insomma, la situazione resta critica nonostante i notevoli passi avanti fatti nelle politiche di inclusione, a partire dalla cancellazione dell’infausto paragrafo 175 del codice penale tedesco che puniva i rapporti sessuali tra uomini e dall’approvazione nel 2006 della legge contro le discriminazioni che garantisce una protezione legale sul posto di lavoro per le persone LGBTQIA. In confronto, le persone appartenenti a una minoranza sessuale riportano meno casi di discriminazione nel rapporto con le forze di polizia (6%) o quando si ha a che fare con il mercato immobiliare (13%) o con gli uffici pubblici (12%), mentre la percentuale schizza al 40% quando si parla di tempo libero.

Più professionisti

Per quanto riguarda l’occupazione delle minoranze sessuali in Germania, i dati non sono molto distanti da quelli della popolazione generale, ma al tempo stesso sono molto diverse le attività professionali e i settori dove viene svolto il lavoro: rispetto alle persone eterosessuali, ci sono più probabilità che una persona LGBTQIA sia occupata come professionista (+5%), in particolare nei servizi e nella sanità (+8%), mentre sono in numero minore coloro che sono impiegati nei lavori manuali (-11% nel settore dell’industria). D’altra parte le persone LGBTQIA sono mediamente più istruite: il 60% ha un diploma universitario, dato decisamente più alto di quello del resto della popolazione (52%).

Buona parte delle persone coinvolte è “out” sul proprio posto di lavoro: il 40% nasconde il proprio orientamento ai superiori, il 31% ai colleghi. Il numero di persone che dichiarano il proprio orientamento cambia molto a seconda dell’ambiente di lavoro: meno del 60% nel settore industriale e nell’agricoltura, quasi l’80% nell’intrattenimento e nell’istruzione.

Alessandro Garzi
©2020 Il Grande Colibrì
immagine: Il Grande Colibrì

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