È molto raro, per non dire quasi impossibile, parlare di una vittoria dei diritti umani – e in particolare delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersex e asessuali) in Russia. Ma proprio per questo è molto importante raccontare la storia di Anastasia Vasilyeva [nome modificato], una donna trans che ha vinto una battaglia legale tre anni dopo il suo licenziamento, motivato con il cambiamento di genere sui suoi documenti.
Anastasia vive e lavora da molti anni a San Pietroburgo. Ha sempre saputo di essere “diversa”, ma in un paese dove le discriminazioni sono fortissime e perfino parlare della diversità sessuale si può configurare come reato, per molti anni ha ignorato l’esistenza stessa delle persone transessuali e ha cercato di vivere come ragazzo gay, rendendosi conto però che non era quella la sua identità.
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Licenziamento sessista
All’università ha letto un articolo sulla transessualità e si è resa conto di corrispondere a ciò che era descritto nella rivista, ma i passi per raggiungere la propria affermazione sono stati lenti e complicati, anche se non del tutto avari di soddisfazioni. Tre anni fa finalmente la modifica dei documenti sembrava aver sancito la fine del percorso. Ma immediatamente è arrivato il licenziamento dal posto di lavoro: quello in stamperia non è un lavoro per donne, lo dice una legge promulgata da Putin nel 2000, che rende illegali per il sesso femminile una gamma di 456 attività.
Naturalmente questa legge, che in teoria dovrebbe difendere le donne da lavori usuranti e che ne pregiudicano le possibilità di maternità, nasce e viene usata in realtà per tenerle lontane da molte attività che potrebbero benissimo fare e discriminarle. Ma nel caso di Anastasia il caso stride ulteriormente perché quel lavoro lo aveva già fatto per dieci anni con i documenti “al maschile”. Abituata a lottare e ad affrontare le difficoltà del suo percorso, la donna non si è persa d’animo e ha presentato un reclamo, bocciato nel 2017 da un tribunale distrettuale, così come il ricorso successivo, cassato da una corte cittadina.
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Una vittoria storica
Quest’ultima ha però inviato l’incartamento alla sezione di revisione delle sentenze, che la scorsa settimana ha sancito definitivamente il fatto che Anastasia possa lavorare in stamperia, respingendo un reclamo della tipografia e condannando quest’ultima al pagamento di 10.000 rubli (circa 130 euro) di danni morali e 1.850.000 rubli (circa 23.700 euro) a titolo di risarcimento per assenteismo forzato.
Il gruppo di diritti LGBTQIA Vykhod (Uscita) sottolinea l’importanza di questa sentenza, spiegando che si tratta del primo caso noto in cui una donna transgender in Russia “ha apertamente difeso i propri diritti del lavoro in tribunale“. L’illegalità del licenziamento, sancita dal tribunale di San Pietroburgo, non cancellerà certo le discriminazioni subite da milioni di donne e di persone LGBTQIA, ma offre una speranza, non solo ad Anastasia, che anche in Russia un tribunale possa mettere in discussione le leggi che creano disparità tra le persone.
Michele Benini
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