Fine luglio. La gendarmeria di El Khroub, nella provincia di Costantina, nel nord dell’Algeria, riceve una telefonata: qualcuno sta facendo festa nonostante le restrizioni introdotte per l’emergenza sanitaria legata al nuovo coronavirus. Le forze dell’ordine bloccano l’intero isolato e organizzano un raid, poi, osservando gli ospiti, le decorazioni, i fiori e i dolci, si convincono che si sta celebrando un matrimonio tra due uomini. E così 44 giovani (35 uomini e 9 donne) finiscono dietro le sbarre. La stampa locale lancia la notizia corredandola delle foto delle nozze gay celebrate in un’altra città algerina, Tébessa, e finite sui giornali quando, a febbraio di quest’anno, un tribunale aveva approvato la detenzione temporanea dei due sposi.
La condanna
Inizio settembre. Come ha denunciato ieri l’organizzazione non governativa (ONG) per i diritti umani Human Rights Watch (HRW), arriva la sentenza per i fatti di El Khroub: i giudici hanno confermato che si stava svolgendo un matrimonio tra due uomini e hanno condannato tutte e 44 le persone presenti con le accuse di “relazioni omosessuali“, “pubblica indecenza” e “aver messo in pericolo altri violando le misure di quarantena collegate al COVID-19“. Due condannati dovranno scontare due anni di carcere e pagare una multa, per tutti gli altri la condanna a un anno di prigionia è stata sospesa.
Rasha Younes, ricercatrice sui diritti delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) di HRW, ha condannato la sentenza: “Non è certo la prima volta che le autorità algerine attaccano le libertà personali, ma arrestare decine di studenti in base a sospetti sul loro orientamento sessuale è una flagrante violazione dei loro diritti fondamentali“. Younes colloca la vicenda in un contesto in cui le autorità hanno tutto l’interesse a creare scandali per distrarre l’opinione pubblica, che da mesi reclama diritti e libertà con manifestazioni oceaniche: “Invece di controllare la vita privata dei suoi cittadini, il governo algerino dovrebbe attuare le riforme, compresa la depenalizazzione dell’omosessualità“.
L’hirak
A partire da febbraio del 2019, un numero impressionante di algerini e algerine hanno invaso senza sosta le strade del paese in manifestazioni pacifiche che pretendono l’instaurazione di una democrazia. Neppure le misure contro la pandemia sono riuscite a soffocare questa insurrezione popolare, conosciuta semplicemente come hirak (movimento), mentre il regime continua ad arrestare attiviste e giornalisti. La vittoria dell’hirak sarebbe essenziale per aprire un dibattito sui diritti di tutta la popolazione algerina, comprese le sue minoranze sessuali.
L’esito di questo dibattito, ovviamente, non è affatto scontato. Come spiegava a dicembre del 2019 lo scrittore Boualem Sansal sulle pagine di Courrier International, “l’hirak si è messo d’accordo su uno o due slogan contro il potere costituito, ma per quanto riguarda il resto, per quanto riguarda il modello che vorrebbe costruire, è molto diviso, proprio come il paese. Nelle manifestazioni ci sono certamente i democratici, che vogliono la libertà e l’emancipazione, ma c’è anche l’estrema destra e i salafiti, che non hanno smesso di crescere negli ultimi ultimi”. Il percorso intrapreso dalla confinante Tunisia, però, lascia sperare che anche l’Algeria non si lascerà trascinare dall’oscurantismo politico e religioso.
Pier Cesare Notaro
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immagini: Il Grande Colibrì / elaborazione da Wasssb07 (CC BY-SA 4.0)
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