In molti paesi del mondo è molto più frequente che finisca dietro le sbarre chi ha la sola “colpa” di amare persone del proprio stesso sesso rispetto a chi compie crimini gravi come furti, stupri e omicidi contro la comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali). Ogni tanto, però, anche gli omofobi violenti devono fare i conti con la giustizia, come in questi giorni è successo in Liberia e in Uganda. Ma prima di festeggiare conviene analizzare meglio cosa è successo in entrambi i casi.
Torture in Liberia
Il 10 ottobre Il Grande Colibrì ha raccontato la storia terrificante di Cheeseman Cole, malvivente e/o fanatico religioso che ha derubato e torturato decine di presunti omosessuali in Liberia. E ha rilanciato l’appello di Open Arms (Braccia aperte), un’associazione che difende in segreto i diritti delle minoranze sessuali nel paese africano, affinché le vittime di Cole denunciassero alla polizia le violenze subite da lui e dalla sua banda. L’appello è stato ascoltato da sette ragazzi, che si sono decisi a rivolgersi alle forze dell’ordine, e il giorno stesso la polizia ha annunciato di aver arrestato Cole e un suo complice. Ma l’arresto probabilmente è legato soprattutto alla scomparsa di due giovani uomini, di cui uno è figlio di un ex poliziotto.
Cole ha ammesso di aver teso un’imboscata ai suoi sette accusatori e di averli legati, ma ha negato di averli picchiati. A metterlo nei guai, però, non ci sono solo le testimonianze delle sue vittime, ma anche e soprattutto quella del suo complice: secondo quest’uomo di cui non sono state comunicate le generalità, Cole avrebbe rapito e torturato anche Dominic Renner e Win Kortee, due ragazzi di cui non ci sono più notizie rispettivamente dal 24 settembre e dal 4 ottobre. Per loro si teme il peggio, mentre Cole dovrebbe essere incriminato per rapimento, lesioni personali gravi, aggressione e percosse.
Dubbi sulla polizia
Se è vero che la polizia finalmente si è mossa, è difficile gioire, non solo perché non sappiamo se Dominic e Win sono ancora vivi o se si ritroveranno mai i loro cadaveri, ma anche perché l’azione delle forze dell’ordine suscita perlomeno molta perplessità. Come ha raccontato il padre di Dominic e come ha confermato la polizia stessa, appena arrestato Cheeseman Cole ha potuto chiamare alcuni conoscenti in teoria per chiedere di andare a casa sua per impacchettargli i vestiti. Secondo la famiglia del ragazzo scomparso, probabilmente le persone contattate in realtà sono andate per cancellare le prove delle violenze compiute da Cole.
La polizia, d’altra parte, è stata ben poco solerte nel cercare queste prove: non solo non è andata a perquisire la casa del torturatore il giorno del suo arresto, con l’improbabile scusa che non c’erano mezzi di trasporto disponibili per raggiungerla, ma ha rimandato giorno dopo giorno questa perquisizione, compiendola solo il 15 ottobre. I complici di Cole, insomma, hanno avuto ben cinque giorni per far sparire qualsiasi elemento utile per incriminare il malvivente. Il padre di Dominic Renner sospetta che gli agenti abbiano concesso questo favore a Cole in cambio della “sparizione” dei 500 dollari statunitensi che gli sono stati sequestrati al momento dell’arresto.
Arresti in Uganda
Intanto ci sono aggiornamenti importanti anche dall’Uganda: come Il Grande Colibrì aveva raccontato ad agosto, 20 giovani persone LGBTQIA erano state arrestate a Kyengera e tenute in custodia cautelare per 50 giorni con accuse artefatte di aver violato le norme contro l’epidemia di COVID-19. Gli agenti sono accusati di aver maltrattato e torturato i prigionieri, come racconta ancora uno di loro, Thomas: “Ci hanno portati in giro per la città, per farci vedere da tutti. Il sindaco del paese ha frustato due miei amici in pubblico. Poi ci hanno portati in prigione e lì le guardie carcerarie e gli altri prigionieri ci hanno trattati con brutalità giorno dopo giorno. Ci hanno bruciati su un fuoco di legna e ci hanno picchiati con grossi bastoni“.
Lo Human Rights Awareness and Promotion Forum (Forum per la sensibilizzazione e la promozione dei diritti umani; HRAPF), l’organizzazione non governativa che assiste i venti giovani arrestati, ha intentato una causa contro Haji Abdul Kiyimba, presidente del consiglio comunale di Kyengera, e Philemon Woniala, vicedirettore della prigione. Ma i due uomini, accusati di tortura, trattamenti crudeli, inumani e degradanti, non si sono mai presentati in tribunale e per questo i giudici hanno deciso di emettere dei mandati di arresto nei loro confronti. Ancora non si sa come proseguirà la vicenda giudiziaria.
La raccolta fondi
Prosegue invece molto male la vicenda umana dei ragazzi perseguitati, come racconta ancora Thomas: “Il blocco contro il COVID-19 è ancora in vigore e noi stiamo esaurendo i soldi e le alternative. Alcuni giorni rimaniamo senza cibo, acqua o sapone. E non abbiamo soldi per pagare l’affitto. Inoltre, continuare a stare tutti insieme nella stessa casa non è sicuro. La polizia potrebbe venire un giorno o l’altro nella nostra nuova casa. Dovremmo andare in alloggi separati, dove saremmo meno vulnerabili“. Per pagare le loro spese, AllOut ha lanciato una raccolta fondi.
Pier Cesare Notaro
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: Il Grande Colibrì / Cheeseman Cole


