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Il 29 marzo 2020, 23 giovani ugandesi, appartenenti alla comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex, asessuali), sono stat@ arrestat@ nella città di Kyengera, a pochi chilometri dalla capitale Kampala. L’accusa mossa nei loro confronti era di rappresentare un serio pericolo per la comunità e di contribuire a diffondere il nuovo coronavirus.

In realtà, le ragioni del fermo sarebbero da attribuire alla precisa volontà di punire duramente le minoranze sessuali. L’ipotesi, che fin da subito era stata ventilata da numerosi attivisti scesi in campo in difesa delle persone arrestate, ha di recente trovato conferma nelle testimonianze di queste ultime. Che, con grande dignità e coraggio, hanno trovato la forza di raccontare gli abusi subiti durante la prigionia.

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Umiliazioni aberranti

Derisioni, digiuni forzati, impossibilità di usufruire dei servizi igienici, negazione di assistenza legale e medica, frustate e scottature: sono queste le terribili prevaricazioni a cui i poveretti sono stati sottoposti negli oltre 50 giorni trascorsi in carcere. Lo riferisce un comunicato ufficiale di Human Rights Awareness and Promotion Forum (Forum per la sensibilizzazione e la promozione dei diritti umani; HRAPF), l’organizzazione non governativa che offre assistenza legale alle persone arrestate.

arcobaleno prigione carcere sbarreGli atti di tortura non sono tollerati dalla nostra costituzioneha sottolineato con forza Adrian Jjuuko, direttore generale di HRAPF, che è ben deciso a non far passare sotto silenzio questa gravissima ingiustizia. Accanto a lui, con mascherine e manifesti di protesta, molti giovani giunti a offrire sostegno e supporto. Tra loro c’è Ashraf, un ragazzo di appena 19 anni ustionato dai suoi carcerieri con un pezzo di legno infuocato. “Non riesco davvero a capire perché mi abbiano fatto questo” afferma il giovane, accennando alla cicatrice lasciatagli dalle ferite. Edward, suo coetaneo e a sua volta vittima di violenze, non riesce a trattenersi e sfoga la sua indignazione di fronte ai giornalisti: “Quelli non ci consideravano persone. Siamo stati picchiati davvero duramente”.

Della disumanizzazione subita dagli omosessuali in Uganda ne sa qualcosa Terry, un ragazzo di 24 anni minacciato di morte da alcuni dei suoi stessi familiari, a cui tuttora è fatto espresso divieto di rivedere i suoi tre bambini. Secondo sua nonna, infatti, Terry costituirebbe per loro un grave pericolo e potrebbe condurli sulla cattiva strada. Una violenza nella violenza che non fa altro che riaprire vecchie e nuove ferite.

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Smentite deboli

Chi non sembra credere quasi per nulla alla versione delle persone arrestate è il commissario per le prigioni ugandesi Frank Baine. Invitato a rilasciare un commento in merito alla vicenda, Baine ha infatti affermato che a suo parere le accuse di violenza rivolte contro i suoi funzionari non sono veritiere. A conclusione del suo discorso, l’uomo ha però sottolineato che i diretti interessati dovranno eventualmente rispondere delle loro azioni in tribunale, in quanto – come precedentemente sottolineato dal direttore di HRAPF – la tortura in Uganda è considerata illegale. È forse una velata ammissione di colpevolezza?

Nicole Zaramella
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazione da Pxfuel (CC0) / Il Grande Colibrì

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