Cambia rotta il governo centrale del Bangladesh: solitamente disattento alle persone transgender, adesso vira verso l’inclusione. Di cosa si tratta? Di una legge che permetterà ai figli transgender di ereditare il patrimonio di famiglia. Lo ha dichiarato la prima ministra Sheikh Hasina, che insieme al governo sta lavorando a questa nuova legge da presentare al più presto in parlamento. “Stiamo cercando di elaborare una legislazione, in conformità con la legge della sharia islamica e la nostra costituzione, che garantirà i diritti di proprietà ai membri transgender di una famiglia” conferma anche il ministro della giustizia Anisul Huq.
Si tratta senz’altro di un passo sociale importante, in un paese la cui costituzione riconosce la laicità della nazione, ma dichiara l’islam religione di stato. In cui l’omosessualità viene punita dalla famigerata sezione 377 del codice penale britannico, che, anche se quasi mai applicata, punisce gli atti sessuali “contro l’ordine della natura” con multe e con la reclusione fino all’ergastolo. E in cui le regole sull’eredità, che in Bangladesh seguono quelle della legge islamica, non riconoscono alcun diritto di successione ai figli transgender, una comunità enormemente emarginata e per la maggior parte supportata da organizzazioni non governative (ONG) e associazioni locali come il gruppo Uttarah (Transizione) e il gruppo per i diritti dei transessuali SadaKalo.
Indubbiamente le hijra (persone assegnate maschi alla nascita, ma appartenenti a un terzo genere), spesso allontanate dalla famiglia, costrette a lasciare la scuola molto presto e a ritrovarsi senza un lavoro, potranno beneficiare di questo loro diritto. Ma non basta. Non sarà certo facile per quelle tantissime figlie ripudiate, tornare a far valere il loro diritto di eredi. Purtroppo le discriminazioni non si placano con una riforma legislativa, e lo ribadisce con forza Ananya Banik, dirigente del gruppo SadaKalo: “Come attivista, sono felice che si stiano concentrando sulla questione. Ma non è solo un fatto di legislazione, richiede piuttosto un cambiamento nell’intera società“.
Ginevra Campaini
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