“Facebook e gli altri social network sono società private che tollerano la violazione delle leggi nella loro area di responsabilità. Forse lo fanno a scopo di lucro, in modo da risparmiare quanto più denaro possibile su amministratori e moderatori dei loro forum. Forse pensano anche che le persone vengono o restano più a lungo sui loro siti se lì possono dire e leggere di tutto, anche lo spettacolo più sconcio, osceno e degradante. Ma forse sono semplicemente sopraffatti dal gran numero di visitatori” scriveva il giornalista esperto in neonazismo Toralf Staud nel “lontano” 2018.
Poi la cancellazione di Donald Trump dai social media ha messo in ridicolo qualsiasi tentativo di giustificare le grandi piattaforme. La cancellazione di Trump è stata sacrosanta, sia chiaro, ma perché è arrivata solo dopo la sconfitta del presidente statunitense? E perché i social media non prendono decisioni analoghe contro organizzazioni terroriste e gruppi di estrema destra? Perché continuano a ospitare politici altrettanto incendiari come Bolsonaro, Duterte o Modi?
Femministe sospese
Al danno della proliferazione dei discorsi d’odio, si aggiunge poi la beffa delle continue sospensioni degli account di chi lotta per la democrazia e i diritti umani. Ultime vittime di questa forma di censura sono le femministe francesi, colpevoli di aver postato la frase “Come possiamo fare per far smettere gli uomini di stuprare?”. Il sistema automatico di Twitter le ha costrette a cancellare queste frasi e le ha punite privandole dell’accesso alla piattaforma per 12 ore.
Ma come, da una parte ci si gloria perché si è resa possibile una rivoluzione culturale come #MeToo e dall’altra si censurano le femministe che vogliono rompere il tabù sulle violenze sessuali? Twitter ha presentato subito le proprie scuse: facciamo di tutto per evitare episodi del genere, ma capita di sbagliare, ha spiegato. Eh già, capita spesso. E infatti pochi giorni dopo una nuova ondata di blocchi ha colpito di nuovo le femministe francesi per motivi analoghi.
Domare gli algoritmi
“Fare evolvere un algoritmo è una cosa complicata e lunga – spiega Jean-Marc Royer, fondatore di Netino, società specializzata nella moderazione online – Non mi sorprenderebbe se Twitter ci mettesse giorni, se non proprio settimane, a fornire al proprio algoritmo un certo numero di informazioni per abituarlo a non moderare certi messaggi in determinate situazioni. Non è come un essere umano a cui si possono dare nuove istruzioni, è un processo tecnicamente molto lungo. Ed è molto difficile trovare il giusto equilibrio“.
O forse non è solo un problema tecnico? L’attivista queer Maxime Haes nota: “Ho visto che vengono sospesi molto di più gli account di militanti femministe e LGBTQIA senza nessuna ragione legittima in rapporto alle condizioni generali d’utilizzo rispetto agli account anti-LGBTQIA o razzisti che segnalo. Il problema con Twitter è che il social network funziona nel vuoto: non sappiamo quali siano le loro regole di gestione della moderazione e quale sia realmente il loro algoritmo“. I social media dovrebbero essere più trasparenti sulle proprie regole, permettere di segnalare davvero i blocchi illegittimi e ricorrere di più alla moderazione umana: basterebbe investire una piccola parte dei loro enormi profitti per migliorare la situazione.
Responsabilità nascoste
Soprattutto, però, bisogna superare l’idea romantica dei social media come aziende che si limitano semplicemente a mostrare quello che le persone ci postano sopra e degli algoritmi come di strumenti neutrali che danno maggiore o minore visibilità ai post secondo regole imparziali e oggettive.
Come sostiene Yaël Eisenstat, esperta statunitense di sicurezza che ha lavorato per la CIA e per Facebook ed è stata consigliera per la sicurezza nazionale di Joe Biden quand’era vicepresidente, “la questione centrale è questa: non si tratta di libertà di parola e di quello che gli individui postano su queste piattaforme. Si tratta di quello che le piattaforme scelgono di fare con quel contenuto, di quali voci decidono di amplificare, di quali gruppi possono prosperare e svilupparsi grazie all’aiuto degli algoritmi di queste stesse piattaforme”. Si tratta di responsabilità di fronte alle quali i social media devono smettere di nascondersi.
Pier Cesare Notaro
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