Adozioni gay in Israele: il diritto fantasma e la propaganda

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Coppia lesbica con figlio al Gay Pride di Gerusalemme

Chi è un vero amico? Chi ascolta le tue lamentele e ti aiuta ad affrontare i problemi? Chi magnifica la perfezione della tua esistenza e nega ogni difficoltà? O chi proclama ai quattro venti di essere il tuo migliore amico, ma poi difende i tuoi nemici? Ecco, la comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) israeliana attrae come una calamita quest’ultimo genere di amici poco sinceri e molto appiccicosi.

Il movimento LGBTQIA israeliano si ritrova tirato per la giacchetta dall’estero tanto da autoproclamati tutori che cantano le lodi di un governo ostile alle minoranze e alla democrazia, quanto da chi, riprendendo consciamente o no lo stereotipo dell’ebreo infido, considera ogni avanzamento di Israele solo ed esclusivamente come una copertura motivata dalla malafede. Le politiche israeliane per le minoranze sessuali diventano o un fulgido esempio per il mondo intero o una colossale truffa. E Tel Aviv, la “capitale gay” del paese, o il paradiso in terra o una gigantesca messinscena.

Ben pochi provano ad ascoltare quello che dice il movimento locale, che dipinge un quadro fatto di luci e di ombre: sui diritti LGBTQIA Israele ha fatto enormi passi in avanti rispetto agli altri paesi del Medio Oriente, ma ancora un fossato lo divide dall’Europa occidentale.

Quando poi gli attivisti riescono comunque a far sentire la propria voce, in genere fortemente critica nei confronti del governo di estrema destra, diventano il bersaglio dei loro presunti “migliori amici”, che non esitano ad affrontare il ridicolo definendoli traditori o antisemiti. Altrettanto ridicoli e inquietanti sono i loro nemici, che li considerano per definizione, in quanto israeliani, collaborazionisti di uno stato nazista persino quando il movimento LGBTQIA denuncia le politiche di apartheid del governo [Il Grande Colibrì].

Alle minoranze sessuali israeliane, insomma, mancano amici veri e ai suoi amici veri manca voce. Di conseguenza il mondo generalmente conosce la situazione delle persone LGBTQIA nel paese mediorientale non per quella che è, ma per come viene narrata: da una parte ci sono gli incubi descritti dai suoi nemici, dall’altra i sogni venduti da un governo integralista, i cui esponenti il giorno prima in patria votano contro i diritti degli omosessuali e il giorno dopo all’estero si proclamano paladini di quegli stessi diritti [Il Grande Colibrì].

Si chiama “pinkwashing” ed è la tecnica per cui si finge di essere favorevoli alle esigenze della comunità LGBTQIA solo per mostrarsi progressisti e benevoli e nascondere, o persino giustificare, politiche apertamente ostili nei confronti di altre minoranze (in questo caso, palestinesi, arabi israeliani, ebrei africani, immigrati, richiedenti asilo).

I nemici di Israele spiegano tutto con questo concetto, come se Israele fosse un monolite e non un paese che sui diritti, come sulla democrazia e sulla laicità, è drammaticamente diviso a livello istituzionale, sociale e persino religioso. I presunti “migliori amici” della comunità LGBTQIA, invece, negano completamente l’esistenza del problema e fanno finta di non vedere il doppio gioco di un governo oscurantista.

Prendiamo, per esempio, la questione delle adozioni per le coppie dello stesso sesso. Nei siti di propaganda vicini all’estrema destra israeliana, come l’italiano Informazione Corretta, il diritto all’adozione per lesbiche e gay è presentato come una delle prove che “i partiti politici di sinistra e di destra sostengono i diritti LGBT in Israele” e uno dei motivi per cui “Israele è considerato uno dei Paesi più progressisti nel riconoscimento dei diritti della comunità LGBT e nell’accettazione sociale dell’omosessualità”. Gli attivisti israeliani raccontano una storia completamente diversa e, invece di ringraziare il governo per la sua presunta apertura, lo denunciano davanti ai giudici.

Partiamo dall’inizio e precisamente dal 2008, quando il diritto all’adozione è stato sancito non dal parlamento, che regolarmente boccia proposte a favore dei diritti delle persone LGBTQIA [Il Grande Colibrì], ma da una sentenza del procuratore generale Menachem Mazuz, un giurista spesso accusato dai partiti di destra di essere anti-israeliano. In ogni caso, le regole sono molto restrittive e viene data la precedenza assoluta alle coppie eterosessuali sposate con rito religioso, poi a quelle unite civilmente e solo alla fine alle coppie omosessuali. Almeno in teoria.

Perché in pratica le cose vanno persino peggio. Come afferma un rapporto del ministero degli affari sociali all’Alta corte di giustizia, dal 2008 al 2016 550 coppie dello stesso sesso hanno chiesto di adottare un bambino, ma solo 3 hanno potuto farlo. Insomma, il tanto osannato diritto all’adozione è pura teoria, perché si traduce in un’adozione ogni tre anni in media! Neppure la Gay Dads Association (Associazione dei papà gay), che pure ha denunciato le autorità per le politiche sull’adozione, immaginava una situazione così catastrofica [Haaretz].

I veri amici della comunità LGBTQIA israeliana da che parte dovrebbero stare? Da quella degli attivisti che chiedono diritti nei fatti o da quella di un governo che offre diritti a parole? I propagandisti vicini all’estrema destra non hanno dubbi: sempre e solo a fianco del secondo. Indebolendo il movimento del paese. E rafforzando chi nei paesi confinanti descrive la laicità israeliana come uno slogan vuoto, screditando il valore stesso della laicità.

 

Pier
©2017 Il Grande Colibrì

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