Gay, arresti e matrimoni: le contraddizioni indonesiane

Erano sedute e abbracciate: abbiamo sospettato che fossero lesbiche“: con queste parole Evendi A. Latief, dirigente della polizia religiosa della regione autonoma di Aceh, in Indonesia, ha spiegato l’arresto di due ragazze, di 18 e 19 anni, in un resort per turisti del capoluogo Banda Aceh. Anche se la ricostruzione dei fatti non è del tutto chiara, sembra che le due giovani donne avrebbero inizialmente negato di essere amanti, proclamandosi semplici amiche [thejakartapost.com], ma in seguito avrebbero confessato di essere omosessuali. Con apparente clemenza, le autorità di Aceh hanno deciso che le due ragazze non saranno perseguite penalmente, come previsto dalla legge speciale regionale, a patto che si sottopongano a un processo di “riabilitazione” [thejakartapost.com]: ora si teme che le due giovani subiscano le violenze psicologiche delle cosiddette “terapie riparative”.

Al di fuori della regione di Aceh, per le persone omosessuali la situazione in Indonesia è migliore, ma non idilliaca: se proprio oggi il portale LGBT gaystarnews.com, in una lunga pubblicità mascherata da articolo, descrive come “ideale” una vacanza a Ubud, sull’isola di Bali, proprio questa cittadina è stata al centro di una forte polemica nelle ultime settimane.

Le fotografie [v. in alto] di un presunto matrimonio induista tra un uomo indonesiano e il suo fidanzato straniero, con tanto di benedizione dei genitori, hanno fatto discutere vivacemente gli internauti indonesiani. Il governatore dell’isola, Made Mangku Pastika, ha condannato l’uso di simboli religiosi nella cerimonia (“Proporre danze o musiche locali va bene, ma non si utilizzino simboli legati alla nostra religione“), mentre Dianto Bachriadi, membro della Commissione nazionale per i diritti umani, ha ricordato che tutti dovrebbero avere il diritto di sposarsi e di formare una famiglia e che le persone LGBT devono essere rispettate, ma al tempo stesso non ha apprezzato la volontà di trasformare queste nozze in un evento mediatico, mancando di rispetto – dal suo punto di vista – alla cultura e alle tradizioni di Bali [thejakartapost.com].

Nel frattempo le investigazioni delle autorità avrebbero portato alla scoperta che non si trattava di un matrimonio (i due uomini si sarebbero già sposati negli Stati Uniti), ma di una cerimonia di purificazione. Nonostante questo, su pressione dei rappresentanti religiosi induisti dell’isola, una dirigente dell’albergo a cinque stelle che ha ospitato la cerimonia è ora accusata di blasfemia [news.com.au].

Ma un’altra vicenda sta facendo discutere gli indonesiani: è scomparsa da internet la serie web “Conq” del noto regista Lucky Kuswandi. I dodici episodi del telefilm raccontavano la storia di due amici gay, Lukas e Timo, affrontando tematiche molto varie: i pregiudizi omofobici, il rapporto con la famiglia, l’uso di app come Grindr, le discriminazioni sul lavoro, il sesso e la salute. Con chiari intenti anche educativi (ad esempio, in alcuni episodi si spiega l’importanza di sottoporsi al test HIV e si mostra come non ci sia nulla di rischioso nel frequentare una persona HIV-positiva), la serie aveva avuto un inaspettato successo non solo tra i giovani LGBT, ma anche tra le donne eterosessuali di ogni religione. Oggi, però, tutti gli episodi sono spariti dal sito ufficiale [conq.me] e da YouTube.

Kuswiyanto, un parlamentare islamista del Partito del mandato nazionale (PAN), aveva chiesto al ministero delle comunicazioni e dell’informazione di censurare “Conq”, accusando la serie di minare la moralità della nazione [okezone.com]. Kuswandi, il regista, nega su facebook.com di essere stato contattato dalle autorità e assicura che la cancellazione della serie è stata una decisione autonoma (“E’ una forma di precauzione per assicurare la sicurezza dei produttori“) e momentanea (“In questo momento stiamo preparando la produzione della prossima stagione“).

Le tante contraddizioni e opacità di tutte e tre queste vicende riflettono bene le contraddizioni generali del più grande stato a maggioranza musulmana del mondo, diviso tra la tradizionale tolleranza della società e un islamismo integralista sempre più aggressivo.

 

Pier
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