Ecco le artiste trans che cambiano l’India conservatrice

Una delle artiste del gruppo trans Dancing Queens

Danze tradizionali e coreografie sulle colonne sonore dei block buster di Bollywood, cabaret e balli popolari: le Dancing Queens sono una facile metafora di questa immensa India che cerca di trovare un equilibrio tra passato e futuro, tra identità regionali e apertura al mondo. Queste danzatrici, però, simboleggiano soprattutto la lotta delle transgender indiane per recuperare l’antico rispetto di cui godevano in epoca pre-coloniale [Il Grande colibrì] e riaffermarlo nell’India di domani: le “regine danzanti”, infatti, sono tutte hijra, persone nate in un corpo maschile, ma che assumono abbigliamento e atteggiamenti tipicamente femminili e che sentono di appartenere a un “terzo sesso”. Ora, dopo aver affrontato discriminazioni, minacce e molestie, il gruppo ha raggiunto il successo e organizza iniziative a favore delle persone transgender più povere ed emarginate [Hindustan Times].

TRANSGENDER: UNA CORSA AD OSTACOLI 

Spettacolo e attivismo: l’accoppiata vincente che ha decretato il successo delle Dancing Queens ora ispira anche altre artiste hijra. La 6 Pack Band, un gruppo musicale costituito da sei transgender, ha appena dato vita a un coloratissimo adattamento di “Happy”, il successo di Pharrell William. All’inizio del videoclip Anushka Sharma, una delle attrici più famose del cinema indiano, ricorda le discriminazioni subite dalle hijra, per poi lasciare spazio all’esplosione di ottimismo della band. Intanto Rudrani Chetai Chauhan, presidentessa della fondazione per i diritti trans Mitr, vuole aprire con lo stilista Rishi Raj la prima agenzia per modelle hijra “per migliorare la nostra immagine sociale e personale”: per realizzare il progetto, ha lanciato una raccolta fondi su Go Fund Me.

Come mostrano queste storie, sul fronte dei diritti delle persone transgender l’India sta facendo passi avanti, ma solo grazie a una battaglia lunga e faticosa. Ancora oggi, per esempio, le autorità di Hyderabad, una megalopoli dell’India centrale, richiedono la riassegnazione chirurgica del sesso per modificare l’indicazione del genere sui documenti, nonostante la Corte suprema abbia stabilito nel 2014 l’esistenza del terzo sesso, a cui una persona può dichiarare di appartenere senza la necessità di alcun intervento chirurgico [The Hindu]. D’altro canto, sempre più università stanno avviando politiche di inclusione nei confronti delle persone transgender, che, per esempio, da luglio saranno avvantaggiate nel calcolo del punteggio per l’iscrizione all’Università Jawaharlal Nehru di Nuova Delhi [The New Indian Express].

OMOSESSUALI: SOSPETTI E DISCRIMINAZIONI

A proposito di università, sta facendo discutere il web un volantino distribuito da Amit Kumar Maurya, un dottore di ricerca all’Istituto di ricerca per lo sviluppo Indira Gandhi di Mumbai che sostiene l’esistenza di una vasta mafia gay che controllerebbe il paese: “A causa dello stigma sociale, i gay nascondono il proprio orientamento sessuale alla società, ma, grazie a internet e agli smartphone, sono capaci di collegarsi tra loro. Insomma, esiste un’ampia rete di gay che la popolazione eterosessuale non vede: questa rete esiste in tutta la nazione. I gay usano questa rete per aiutarsi a vicenda”. In particolare, il giovane, che evidentemente non ha ancora capito a cosa servano Grindr e simili, accusa gli omosessuali di usare le app gay per copiare durante gli esami universitari.

Purtroppo la realtà – come anche Vikram Johri su DailyO – è molto diversa, come ha dimostrato il quindicenne di Agra, nel nord del paese, che si è dato fuoco perché bersaglio del bullismo omofobico dei compagni [The Times of India]. Anche la lettera aperta del regista Anirban Ghosh al primo ministro Narendra Modi denuncia il clima di intolleranza: “Temo che dovrò pensarci due volte prima di tenere per mano il mio compagno. Sento che il governo ci dice che possiamo lavorare, divertirci e insegnare, ma non ci possiamo amare” [The Indian Express]. La maggioranza di destra, infatti, non sembra intenzionata, nonostante numerosi appelli (il più recente dei quali può essere sottoscritto su Change), ad abrogare la sezione 377, l’articolo di legge che punisce i rapporti omosessuali con il carcere.

DIRITTI LGBT, UN MICROCOSMO DI TENSIONI

“L’Asia meridionale è un microcosmo di tensioni tra diversi punti di vista internazionali sui diritti LGBT”, perciò quello che avviene in India ha ripercussioni importanti anche a livello globale, spiegano Anish Goel e Elise Carlson-Rainer su Foreign Policy. “Criminalizzando certe attività LGBT e rifiutando di garantire protezione legale a tutta la popolazione LGBT, l’India e l’Asia meridionale hanno finora scelto il conservatorismo sui diritti LGBT. Così facendo, hanno voltato le spalle alla propria stessa eredità: transgender e omosessuali sono stati una parte organica e storicamente documentata della cultura sud-asiatica”. E riconoscere i diritti degli omosessuali sarebbe un modo per rafforzare la crescita economica e l’autorevolezza internazionale del paese, aggiungono i due esperti.

 

Pier
©2015 Il Grande Colibrì
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