Transgender nell’induismo 1 – Prima della distorsione

Le hijra si identificano in un "terzo sesso"

La prima delle rare volte in cui ho visto un personaggio trans induista di etnia tamil è stato in uno show televisivo indiano che i miei genitori guardavano sempre quando ero piccola. Ganga era una criminale senza pietà: rideva sempre in modo sinistro, dondolando i capelli lunghi e folti, e aveva un debole solo per la moglie, una donna che aveva sposato prima della transizione e che trascurava. Ancora oggi provo sentimenti contrastanti verso quel personaggio: perché l’unica persona trans dello spettacolo doveva essere una criminale? Eppure non c’è mai stato un commento negativo sul suo genere: Ganga era rispettata dalla famiglia (che però con gli altri era tanto cattiva quanto lei) e tutti parlavano di lei al femminile. Senza commenti transfobici o misogini, lo show non implicava una connessione tra la sua cattiveria e la sua identità. Forse il fatto che fosse una potente criminale non era un problema.

In fin dei conti, dopo aver riflettuto molto sulla rappresentazione delle persone trans nei media dell’Asia meridionale, l’unico tipo di discriminazione che secondo me è evidente è una di quelle forme più insidiose che si manifestano ripetutamente contro i gruppi emarginati: la cancellazione della loro storia e cultura, in questo caso a partire dalla dominazione britannica in India. Ganga ha suscitato la mia curiosità e ho iniziato a cercare il racconto perduto delle persone trans dell’Asia meridionale all’interno del contesto dell’induismo, provando a capire perché le loro storie siano state cancellate dai media mainstream della regione e del mondo occidentale.

* * *

L’induismo, considerato una delle religioni più antiche del mondo, comprende una grande molteplicità di filosofie e di concetti. Dobbiamo poi aggiungere moltissime interpretazioni e pratiche moderne, in particolar modo quando parliamo di comunità LGBTQ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer). Per certi aspetti l’induismo concepisce il genere e la sessualità in modi diversi da quelli presenti nel pensiero occidentale e per questo è particolarmente difficile condividere alcune narrazioni. La mia esperienza personale con l’induismo è connotata e limitata dal fatto di essere cresciuta in una casa srilankese tamil tradizionale e religiosa: attraverso i miti induisti mi sono stati insegnati molti valori e molte realtà.

Nei miti tamil si parla anche di Iravan, una figura minore del venerassimo poema induista Mahabharata, che risale all’VIII secolo a.C. Il Mahabharata è ambientato durante la guerra di Kurukshetra, sotto il regno Kuru dell’antica India: la guerra è una lotta dinastica tra due famiglie, i principi Pandava e i loro cugini, i principi Kaurava, per il trono di Hastinapur. Durante la vicenda, Iravan si imbarca in un viaggio alla ricerca di suo padre, del tutto ignaro di essere il figlio di Arjuna, un principe Pandava. Una volta riunitisi, Arjuna chiede al figlio di spalleggiarlo nella guerra e Iravan si dimostra un combattente potentissimo: grazie a lui i Pandava vincono molte battaglie. Però, all’improvviso, un Kaurava, poco prima di essere sconfitto, evoca un demone per aiutarlo a vincere e per uccidere Iravan.

Iravan ha solo due opzioni: può cercare di uccidere il demone con i suoi compagni d’armi o può sacrificare se stesso a Kali, la dea del potere, per assicurare la vittoria a suo padre ed ai suoi zii. Iravan sceglie di sacrificarsi, ma fa un’ultima richiesta: vuole sposare una donna prima di morire. Nessuna donna, però, sapendo che sarebbe morto il giorno dopo, accetta di sposarlo, finché all’ultimo Krishna, una delle divinità induiste più amate, assume forma umana e, con le sembianze di una donna chiamata Mohini, sposa Iravan. Il giorno dopo Iravan si sacrifica alla dea Kali e Mohini osserva il lutto per lui secondo le tradizioni induiste. Iravan viene immortalato come uno degli dei del villaggio e, avendo sposato Mohini, è considerato una delle sette divinità patrone delle persone trans.

Il giorno del matrimonio tra Iravan e Mohini è celebrato durante i 18 giorni della festa del villaggio indiano di Koovagam (v. foto), un evento altamente ritualizzato che si ripete da secoli. Ogni anno migliaia di trans rivivono questo antico mito. Prima di tutto, la persona sposa la statua di Iravan, con la benedizione di un sacerdote che annoda i tradizionali fili nuziali intorno ai loro colli. Dopo il matrimonio, tutte piangono ad alta voce la morte di Iravan, rompendo i loro bracciali e indossando sari bianchi (il bianco è il colore del lutto per le vedove induiste). Per completare le celebrazioni, le partecipanti alla festa danzano e suonano musica.

Questa storia è solamente uno dei tanti miti induisti antichi che si intrecciano con le narrazioni culturali e con la storia delle persone trans in Asia meridionale. La religione vedica, che precede le influenze straniere e da cui si è evoluto l’induismo moderno, dimostrava comprensione e rispetto profondi per le persone LGBTQ e in particolare per le trans. E interpretava i concetti di genere e di sessualità in un modo culturalmente distinto. Eppure non c’è traccia di questa storia se guardiamo come vengono trattate le persone trans nella società indiana contemporanea o come l’Occidente dipinge generalmente le religioni orientali, considerandole a torto come intrinsecamente oppressive.

Nell’induismo il termine “pums-prakriti” è usato per i maschi, “stri-prakriti” per le femmine, mentre il terzo sesso, o terzo genere, è chiamato “tritiya-prakriti”. Ci sono altre espressioni per parlare di sesso e di genere, ma queste tre riguardano entrambi i concetti. Il terzo genere include persone all’interno di un ampio spettro di generi e sessualità, tra cui trans, queer, genderqueer e persone non completamente allineate al binarismo di genere. Tuttavia, anche se è un termine usato nelle comunità LGBTQ induiste, non tutte le persone LGBTQ induiste si identificano nel terzo genere. Neppure tutte le hijra (termine usato in Asia meridionale storicamente per indicare eunuchi e intersessuali, e oggi per indicare quasi esclusivamente trans e crossdresser) si identificano nel terzo genere.

In epoca vedica, dal 1500 al 500 a.C., le persone appartenenti al terzo genere non erano perseguitate o punite, ma anzi potevano scegliere se vivere in loro società e comunità esclusive o se continuare a vivere nelle società in cui erano cresciute. Anche il famoso Kama Sutra, un testo indiano induista che fornisce indicazioni sul sesso e sul desiderio sessuale, ha una sezione che parla del piacere in modo specifico per le persone del terzo genere.

L’unica cosa che tutta la società disapprovava erano le persone che si impegnavano in riti non in linea con il loro orientamento sessuale, per esempio un uomo gay che sposava una donna. L’accettazione della variabilità dei generi e delle sessualità era considerata parte della filosofia fondamentale induista che insegna come il mondo materiale sia un mero riflesso del mondo spirituale, infinitamente bello ed eterno e caratterizzato da una varietà di realtà che neppure si possono immaginare. Questa è una delle ragioni per cui nell’induismo, sebbene ci sia una sola realtà ultima e un unico essere perfetto ed eterno, le divinità si manifestino in così tante forme diverse.

In epoca vedica le persone trans simboleggiavano la buona sorte: erano protette dalla comunità e si pensava che le loro benedizioni aiutassero la società, perché, avendo un’identità distinta che andava oltre il binarismo di genere, gli si attribuiva un importante ruolo equilibratore nella società e nella natura.

Per questo, seguendo un rito oggi più raro, le persone trans erano invitate a tutte le cerimonie religiose, come le nascite e i matrimoni: la loro presenza era considerata di buon auspicio. Questa inclusione potrebbe essere interpretata come puramente formale e simbolica, ma in realtà bisogna tenere presente che i riti più importanti, come nascite e matrimoni, non sono centrati sulle poche persone che vi prendono parte direttamente, ma sull’intera comunità, all’interno della quale ogni membro ha un ruolo religioso simbolico. Le persone trans erano rappresentate spesso anche nelle scritture sacre vediche e nelle opere d’arte religiose ed erano considerate quasi come semi-divinità.

Tutto questo, però, non rispecchia in alcun modo la sfortunata realtà che devono affrontare le persone trans nelle società contemporanee dell’Asia meridionale, come vedremo nella seconda parte di questa analisi [Il Grande Colibrì].

Leggi anche la seconda parte dell’analisi:
I danni del colonialismo

Anya Sivajothy per The McGill Daily
Traduzione di Pier
©2015 The McGill Daily – Il Grande Colibrì

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4 commenti

  • È spiegato molto bene ma non aggiunge nulla a quanto ci è noto.
    La benedizione ai matrimoni, secondo altre fonti, è in realtà una scaramanzia.
    Gli Hijras possono, come tutti gli sciamani di tutte le religioni, produrre incantesimi di maledizione, soprattutto sulla fertilità, impedendo la nascita del figlio maschio.
    Idealizzare in positivo un'epoca d'oro, come quella del femminiello a Napoli o dei simposi omosessuali in Grecia è limitativo, purtroppo, è figlio della nostra esigenza di pensare almeno a qualcosa di positivo.
    Sicuramente l'imposizione della morale vittoriana è la principale causa delle nostre persecuzioni, e infatti le cartine di omofobia e colonie inglesi corrispondono al 100%. Lo stesso accadde anche in Europa dove furono i prussiani e da questi il regno dei Savoia a copiare il sistema di leggi tra le quali appunto quelle omofobe.
    Oggi però è la polarizzazione antiamericana ad usare, nel mondo slavo come in Africa o nei Paesi arabi, noi gay, lesbiche o trans come bersaglio politico di pericolose violenze istituzionali.
    Il richiamo a tutti i miti ed alle narrazioni anche storiche Lgbt e gayfriendly sono utilissime ma non affrontano il vero nodo transnazionale che è l'uso dell'orgoglio antiamericano come leva del consenso politico.

  • È spiegato molto bene ma non aggiunge nulla a quanto ci è noto.
    La benedizione ai matrimoni, secondo altre fonti, è in realtà una scaramanzia.
    Gli Hijras possono, come tutti gli sciamani di tutte le religioni, produrre incantesimi di maledizione, soprattutto sulla fertilità, impedendo la nascita del figlio maschio.
    Idealizzare in positivo un'epoca d'oro, come quella del femminiello a Napoli o dei simposi omosessuali in Grecia è limitativo, purtroppo, è figlio della nostra esigenza di pensare almeno a qualcosa di positivo.
    Sicuramente l'imposizione della morale vittoriana è la principale causa delle nostre persecuzioni, e infatti le cartine di omofobia e colonie inglesi corrispondono al 100%. Lo stesso accadde anche in Europa dove furono i prussiani e da questi il regno dei Savoia a copiare il sistema di leggi tra le quali appunto quelle omofobe.
    Oggi però è la polarizzazione antiamericana ad usare, nel mondo slavo come in Africa o nei Paesi arabi, noi gay, lesbiche o trans come bersaglio politico di pericolose violenze istituzionali.
    Il richiamo a tutti i miti ed alle narrazioni anche storiche Lgbt e gayfriendly sono utilissime ma non affrontano il vero nodo transnazionale che è l'uso dell'orgoglio antiamericano come leva del consenso politico.

    • Manlio, probabilmente non aggiunge nulla a quanto ti è noto, ma è un articolo di divulgazione generale (e dubito che in Italia certe informazioni anche basilari siano note), non un saggio di aggiornamento per Manlio Converti 🙂
      Ovviamente, non essendo una voce enciclopedica, non fornisce tutte le informazioni, comprese alcune che supportano un'interpretazione opposta alla tua (per esempio, gli alti ruoli politici ricoperti da hijra).
      Infine, dal commento pare che operi un'eccessiva semplificazione nell'individuare la "polarizzazione antiamericana" come motore delle violenze istituzionali contro le persone LGBT, cosa che non è vera sempre e dappertutto.

    • Ovviamente il vostro pezzo mi stupisce sempre, meno degli altri che anche per me sono stati una scoperta.
      Il ruolo dell'antiamericanismo è oggi il principale motore dall'omofobia istituzionale mentre prima degli anni ottanta era solo quella vittoriana a dare un'identità e un'ideologia forte e internazionale cui le realtà locali religiose o tribali, sovietiche o comuniste, et al. paia si appoggino per convalidarsi.
      Attendo la seconda parte, ovviamente, dove immagino elaborarete il difficile percorso dei diritti delle donne prima che degli Hijras con i successi e fallimenti politici.
      In Italia, chissà che ne pensa Malala o un'Indira moderna, è la condizione di opposizione del femminismo in tutte le sue forme ad essere un ulteriore tassello dall'omofobia. Medicina di Genere diventa sinonimo di Medicina della Donna con la collaborazione di tutte le donne impegnate in modo da evitare ogni discorso oggettivo o soggettivo sul mondo Lgbt anche internazionale!

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