Transgender nell’induismo 2 – I danni del colonialismo

Ardhanarishvara, la forma androgina di Shiva e Parvat

Leggi anche la prima parte dell’analisi:
Prima della distorsione

Gli antichi testi induisti nel ciclo vitale dell’universo descrivono una fase finale, chiamata Kali Yuga. Il Kali Yuga è un’era apocalittica che il mondo attraversa prima del ringiovanimento dell’universo ed è dipinto come un’epoca in cui la civiltà umana inizia a degenerare spiritualmente. Mentre alcuni studiosi religiosi interpretano l’esistenza delle comunità LGBTQ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer) come un segno del Kali Yuga, altri, come Amara Das Wilhelm, sostengono che nei testi vedici non sia mai scritto nulla del genere. Anzi, secondo Wilhelm il vero segno del Kali Yuga è il fatto che le persone appartenenti al terzo genere non siano tollerate e siano trattate male.

Inoltre, molti discutono su quando è iniziato il Kali Yuga e su quando raggiungerò il suo picco. Secondo il mio umile parere, è iniziato quando il dominio britannico si è imposto sull’India antica, a metà dell’Ottocento.

Durante la colonizzazione dell’India, i britannici hanno avviato la cancellazione delle persone del terzo genere e delle loro esperienze. In primo luogo, c’era il problema della traduzione e della comprensione: molte idee in cui erano immersi gli induisti non erano capite bene dai colonizzatori britannici, e tra queste c’era il modo di concepire il genere.

Il pensiero comune in Occidente ha in larga misura imposto una rappresentazione binaria del genere e una concezione eteronormativa della sessualità: i coloni britannici consideravano le persone appartenenti al terzo genere come “contro natura” e pensavano che svolgessero l’ordine naturale, mentre gli induisti accettavano il terzo genere come parte del mondo naturale materiale.

Questo ha portato a tradurre male i riferimenti al terzo genere, commettendo diversi errori, per esempio confondendo gli uomini gay con gli eunuchi e le donne lesbiche con quelle impotenti. Altre volte, invece, questi riferimenti erano semplicemente omessi nelle traduzioni inglesi di importanti testi vedici come il Mahabharata e la Bhagavadgita. La morale eurocentrica e il pensiero cristiano erano considerati verità definitive ed erano usate contro i colonizzati, mentre i colonizzatori dipingevano l’induismo come una religione barbarica e arretrata.

Questo condusse infine alla criminalizzazione delle persone trans nel codice penale indiano del 1860 e nella legge sulle tribù criminali del 1871. Il diritto attacca anche molti altri gruppi che i legislatori britannici consideravano una minaccia (per esempio, l’omosessualità fu dichiarata reato nel 1860). Negli anni successivi, le persone trans continuarono ad essere spogliate dei loro diritti e ad essere rimosse a forza dalle pratiche sociali e culturali.

Purtroppo questa discriminazione si è diffusa e si è fatta strada nella visione maggioritaria dell’induismo dell’età moderna: ancora oggi in India molte persone trans subiscono forti discriminazioni e sono costrette a vivere per strada come mendicanti o lavatrici del sesso, mentre non possono ricevere patenti di guida, carte d’identità e altri documenti importanti.

Anche se molte leggi sui “comportamenti devianti” che erano usate per descrivere e criminalizzare le persone LGBTQ sono state abrogate in Occidente, il concetto di devianza contro natura imposto dal diritto coloniale si è radicato profondamente nell’India moderna: l’articolo 377 del codice penale indiano, che è stato promulgato dal regime coloniale britannico, dopo quasi due secoli è ancora in vigore e, ambiguamente, criminalizza tutti i “reati contro natura”.

Ciononostante, la comunità delle hijra in India, e più in generale in Asia meridionale, ha dimostrato una capacità straordinaria di superare i problemi: nell’Asia del sud si possono trovare delle comunità composte solamente da hijra che si sostengono tra loro, ma anche che aiutano i bambini e gli adolescenti del terzo sesso che non hanno più una casa perché sono stati cacciati e discriminati dalle famiglie. E grazie al successo del movimento per i diritti trans e di queste comunità, le condizioni delle persone trans in India e in tutta l’Asia meridionale stanno lentamente iniziando a migliorare.

Per esempio, lo stato indiano del Tamil Nadu ha istituito un consigli e alcune politiche di welfare per le persone trans: lo stato fornisce gratuitamente l’intervento chirurgico di riassegnazione del sesso, il vitto, l’alloggio e una borsa di studio per pagare tutti gli studi universitari. Grazie all’investimento per garantire l’accesso all’educazione superiore delle persone trans, vengono pubblicati sempre più libri che raccontano le esperienze trans. Le persone trans, pian piano, hanno sempre più visibilità sui media e i loro diritti fondamentali sono riconosciuti dallo stato: preoccupano i ritardi nella realizzazione di questi cambiamenti, ma queste politiche pubbliche rappresentano un’evoluzione a livello politico che inizia a verificarsi in tutta l’India.

Ecco un altro piccolo mito per illustrare l’importanza del terzo genere nell’induismo.

A casa dei miei genitori, nella nostra stanza delle preghiere, c’è una piccola immagine della forma androgina del dio induista Shiva e della dea Parvati, che si chiama Ardhanarishvara e che appare per metà uomo e per metà donna (v. foto): si tratta di una forma e di una rappresentazione molto popolare del Signore Shiva, che ho visto in molti templi e in molti libri religiosi. Quando Shiva e Parvati si sposarono, entrambe le divinità vollero condividere le proprie esperienze, così, quando lei si sedette sulle ginocchia di lui, Shiva le cedette metà di se stesso, mentre Parvati divenne metà di lui. Dal momento che raggiunsero un equilibrio perfetto tra maschile e femminile, fecero esperienza di una completezza che oltrepassava il binarismo di genere, di un senso di estasi perpetuo.

Parte del simbolismo ruota attorno alla convinzione che il principio maschile e quello femminile siano complementari, ma anche intorno al fatto che, oltre al binarismo dei sessi e dei generi, esiste qualcosa di più grande e di più fluido. Per questo, coloro che appartengono al terzo genere sono considerati dall’induismo come esseri spiritualmente privilegiati, perché il fine ultimo dell’induismo è il raggiungimento della liberazione attraverso il moksa, cioè l’affrancamento dal ciclo vitale e la trascendenza oltre le esperienze sensoriali.

Se non privilegiato, il racconto delle persone del terzo sesso merita almeno più spazio di quello che gli è riconosciuto oggi. Nonostante la cancellazione violenta nella storia recente, non si può negare che queste persone un tempo erano riconosciute e rispettate e che oggi meritano di nuovo quel riconoscimento e quel rispetto. E poiché non esiste un’unica visione del genere e della sessualità, dobbiamo sforzarci per riscoprire racconti culturalmente differenti e per permettere a più voci di essere ascoltate, non solo nel contesto dell’induismo e dell’Asia meridionale, ma nel mondo intero.

 

Anya Sivajothy per The McGill Daily
Traduzione di Pier
©2015 The McGill Daily – Il Grande Colibrì
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