Putin e Assad, l’alleanza di ferro non ha alternative

Le notizie di questa settimana:
1. Putin e Assad, l’alleanza di ferro non ha alternative
2. Profughi siriani, dai governi del Golfo solo moschee
3. Turchia, lo scontro col PKK e le elezioni anticipate
4. Israele, l’allarme del sindaco contro i cittadini arabi
5. Queer e musulmani, un progetto fotografico online

Putin e Assad, l’alleanza di ferro non ha alternative
Aerei russi sorvolano la Siria, mentre Mosca equipaggia e forma i soldati del presidente Bashar Al-Assad e si prepara addirittura a creare una propria base militare in Siria [ng.ru]. Intanto Vladimir Putin spiega di voler creare una coalizione internazionale contro il terrorismo e cerca di dialogare con una parte dell’opposizione siriana. In realtà, secondo gli esperti, i margini di manovra della Russia sono molto limitati e tra Putin e Assad il primo è il più forte, ma è il secondo a dettare la linea: come spiega Aron Lund su carnegieendowment.org, la Russia ha troppo da perdere e non può fare a meno di appoggiare il regime siriano. Pazienza se questo significa, come ricorda kommersant.ru, aumentare ulteriormente le tensioni con gli Stati Uniti, il cui segretario di stato, John Kerry, ha già ventilato la possibilità di un’escalation del conflitto in Siria, che potrebbe portare persino ad uno scontro diretto.

Profughi siriani, dai governi del Golfo solo moschee
A Berlino una chiesa evangelica registra un boom di nuovi fedeli: molti profughi musulmani iraniani e afghani si sono fatti battezzare dal pastore Gottfried Martens. Molti sospettano però che i neo-cristiani siano spinti a convertirsi (o ad affermare di farlo) nella speranza di aumentare le possibilità di ottenere l’asilo politico [dailymail.co.uk]. Intanto l’Arabia Saudita ha proposto di costruire 200 moschee per i profughi siriani in Germania [faz.net]. Generosa? Non proprio: è semplicemente un tentativo di lavarsi le mani della sorte di chi fugge dalla guerra, persone che gli stati del Golfo non hanno nessuna intenzione di ospitare [cnn.com]: “Per noi – spiega un ufficiale kuwaitiano nel video qui sotto – non è giusto accettare un popolo diverso da noi“. Per fortuna stati musulmani più poveri (Libano, Turchia, Giordania e Iraq) non ragionano così e accolgono la maggioranza dei profughi.

Turchia, lo scontro col PKK e le elezioni anticipate
Lo scontro tra le forze turche ed il PKK, il Partito curdo dei lavoratori che è stato individuato da Recep Tayyip Erdogan come il nemico da abbattere (ben più di Daish, acronimo arabo del gruppo Stato islamico), continua a crescere: la fragile tregua degli ultimi anni è ormai definitivamente naufragata. E appare chiara la strategia di Erdogan che punta sulle tensioni per riconquistare nelle elezioni anticipate del 1° novembre la maggioranza assoluta dei seggi perduta lo scorso maggio [hurriyetdailynews.com].

Israele, l’allarme del sindaco contro i cittadini arabi
Shimon Gepso, sindaco della città israeliana di Nazareth Illit, precisa di non essere razzista e che i cittadini arabi israeliani godono di pari diritti. Intanto, però, lancia l’allarme: in città gli arabi sono il 25% della popolazione, mentre lui ne vorrebbe meno del 10%. Per questo invita tutti a non vendere le case agli arabi ed impedisce la costruzione di una scuola araba [alhayat.com]. La polemica si scatena mentre Israele si interroga sul proprio razzismo, dopo che alcuni estremisti hanno bruciato vivi un bimbo palestinese di 18 mesi ed i suoi genitori. “Un culto malato, messianico e barbarico ha preso il nostro paese e minaccia di distruggerci dall’interno” commenta Omer Bar-Lev, dell’Unione sionista [jpost.com].

Queer e musulmani, un progetto fotografico online
“Solo io e Allah: un progetto fotografico sui musulmani queer” [queermuslimproject.tumblr.com] raccoglie le immagini e le presentazioni di varie persone non eterosessuali di fede islamica che abitano per la maggior parte in America del nord. L’iraniana Shima parla della stigmatizzazione reciproca tra LGBT e musulmani, Harry, di origini siriane, denuncia l’islamofobia degli altri omosessuali, che per la bangladese Farhat si collega al razzismo ancora presente nella comunità LGBT.

 

Michele e Pier
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