Attentato islamista a Charlie Hebdo: le reazioni sul web

Cosa succederà dopo che un commando di fanatici islamisti ha ucciso dodici persone nell’assalto al settimanale satirico Charlie Hebdo, a Parigi? Come reagiranno le nostre società di fronte alla follia di persone che non hanno capito come una sola goccia di sangue sottratta a un altro essere umano sia più sacrilega di mille gocce di inchiostro usate per farsi beffe di qualsiasi dio? Di fronte a chi vuole colpire le nostre democrazie, gli faremo il favore di reagire indebolendo queste democrazie o sapremo rispondere con “libertà, uguaglianza, fraternità“? La violenza del fanatismo islamista, che spesso abbiamo liquidato come un orrore esotico e lontano, bussa alla porta di casa in un mondo dove, in realtà, “casa” e “mondo” sono ormai sinonimi. Le conseguenze saranno sicuramente importanti, ma quali saranno? Forse un’occhiata alle reazioni degli internauti può aiutarci a farci un’idea.

Subito dopo la strage è diventato virale l’hashtag #JeSuisCharlie, che, però, in realtà non ha molto da dirci: dietro al moto spontaneo di vicinanza alle vittime e di sdegno nei confronti dell’attentato, cosa significa “essere Charlie”? Escludendo i lettori della rivista (che non erano numerosissimi ed erano in calo: dal 2006 agli ultimi anni le vendite si erano ridotte di due terzi), cosa spinge le persone a identificarsi con la rivista?

Le motivazioni sono le più varie e non tutte indicano una condivisione di idee e di ideali: l’hashtag è stato usato da molte persone religiose (la rivista derideva aspramente tutte le religioni), come da tanti esponenti della destra (Charlie Hebdo ha sempre rivendicato posizioni di estrema sinistra e ha portato avanti continue campagne contro il Fronte Nazionale di Marine Le Pen). Ad accomunare la  grande maggioranza è la difesa della libertà di parola e di stampa e la comune appartenenza a una cultura democratica; una minoranza cerca semplicemente di accaparrarsi i morti per questioni elettoralistiche.

Un successo molto minore, ma non insignificante, ha avuto l’hashtag #JeNeSuisPasCharlie, usato da chi, a volte anche condannando l’attentato, ha voluto comunque rivendicare una profonda distanza dalle posizioni della rivista, spesso rappresentate in chiave distorta e semplificata (persino bbc.com scrive che “Charlie Hebdo una volta ha rappresentato la ministra francese della giustizia Christiane Taubira, che è nera, come una scimmia“, senza spiegare che la vignetta in questione era un inequivocabile attacco al razzismo lepenista e non alla ministra).

Sullo stampo di #JeSuisCharlie, è nato anche l’hashtag #JeSuisAhmed, dedicato al poliziotto Ahmed Merabet, ucciso dal commando islamista e probabilmente musulmano. Chi ha usato questo hashtag aveva principalmente due obiettivi: da una parte, smascherare la semplificazione di terroristi e razzisti che vorrebbe dividere francesi e musulmani su due campi opposti, ricordando come i musulmani francesi siano vittime della follia integralista tanto quanto gli altri cittadini; dall’altra, come scrive l’intellettuale libanese Dyab Abou Jahjah su twitter.com, per dire che “Charlie ridicolizzava la mia fede e la mia cultura e sono morto per difendere il suo diritto a farlo“.

Ahmed, in altre parole, incarna la riproposizione di fronte al terrorismo della frase, attribuita erroneamente a Voltaire, “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo“. In fondo, ci ricorda, non è importante se la rivista colpita fosse eccelsa o pessima, se producesse ottima satira o offese qualunquiste: l’importante è che qualcuno abbia voluto distruggere la nostra libertà di espressione, che ci deve accomunare più di quanto ci possano allontanare posizioni diverse. Questa sembra la lezione più importante e più sincera, piuttosto che l’ipocrita coro di elogi intonato da chi fino a ieri giudicava con disprezzo la rivista.

Molti musulmani hanno anche usato gli hashtag #NotInMyName e #RespectForMuslims. Anche se possono sembrare slogan diversi, lo scopo è lo stesso: impedire l’assimilazione mediatica di tutti i musulmani con le violenze e le posizioni di un’esigua minoranza di terroristi. Se integralisti e razzisti sono sostanzialmente alleati nel tentativo di unire tutti i fedeli dell’islam sotto le bandiere del fanatismo, gli internauti si ribellano e dicono “non in nome mio” ai primi e “rispettate i musulmani” ai secondi.

Poi c’è tutta la sequela di posizioni che fanno il gioco dei terroristi, da chi risponde al grido di #KillAllMuslims a chi si rifugia nell’idea di colossali complotti (orchestrati dagli Stati Uniti, da Israele, dai servizi segreti, dal Gruppo Bilderberg, dalle banche e/o da mille altri attori). E’ anche questo un fronte pericoloso da non perdere d’occhio.

 

Pier
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