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Il libero scambio delle informazioni e delle idee, linfa vitale di una società liberale, si restringe ogni giorno di più“, mentre “la censura si sta diffondendo sempre di più nella nostra cultura“, “danneggiando invariabilmente coloro che non hanno potere e rendendo tutti meno capaci di partecipazione democratica“. Intellettuali famosi come J.K. Rowling, Salman Rushdie e Noam Chomsky hanno lanciato su Harper’s Magazine questo grido disperato contro la “cancel culture” (che pure non citano). Eppure l’allarme non è nuovo: la lettera pubblicata a luglio di quest’anno per molti aspetti ricorda da vicino l’appello anti-MeToo sottoscritto nel 2018 da 100 celebri donne francesi per “difendere la libertà di importunare, essenziale per la libertà sessuale“.

Se l’appello di due anni fa partiva dal riconoscere “la presa di coscienza sulle violenze sessuali esercitate sulle donne” come “legittima” e “necessaria” per poi scagliarsi contro “un puritanesimo che prende in prestito gli argomenti della protezione delle donne e della loro emancipazione per meglio incatenarle allo status di vittime eterne, di povere robette sotto l’influenza dei demoni fallocratici“, la lettera del 2020 parte dal riconoscere “le potenti proteste per la giustizia razziale e sociale” come “una necessaria resa dei conti” per poi denunciare “il clima di intolleranza che è instaurato da tutte le parti“, mettendo esplicitamente sullo stesso piano le politiche dei governi repressivi e le proteste di una società giudicata intollerante.

Insomma, la questione, comunque la si voglia chiamare, è al centro di pesanti preoccupazioni da molto tempo e merita di essere analizzata da diversi punti di vista. Per capire se davvero, come scrivevano nel 2018, le femministe hanno lanciato “sulla stampa e sui social network una campagna di accuse e incriminazioni pubbliche contro soggetti che non hanno la possibilità né di rispondere né di difendersi“. O se, come scrivono nel 2020, i movimenti antirazzisti spingono per “un’intolleranza per i punti di vista opposti, una moda per la gogna pubblica e l’ostracismo, una tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in una certezza morale accecante” e per “restringere i confini di ciò che può essere detto senza la minaccia di rappresaglie“.

Cos’è la cancel culture?

Se il dibattito non è nuovo, è nuova la centralità conquistata dall’espressione “cancel culture”, che “ha preso piede negli ultimi anni a causa del dibattito promosso da #MeToo e da altri movimenti che chiedono maggiore responsabilità ai personaggi pubblici“, come scrive il noto dizionario statunitense Merriam-Webster. Proprio questo dizionario ci fornisce la definizione di “cancel culture” più citata da chi si occupa del tema:

Cancellare qualcuno (di solito una celebrità o un’altra personalità nota) significa smettere di dare supporto a quella persona. L’atto di cancellare può comportare il boicottaggio dei film di un’attrice o la mancata lettura o promozione delle opere di uno scrittore. Il motivo della cancellazione può variare, ma di solito è dovuto al fatto che la persona in questione ha espresso un’opinione discutibile o si è comportata in un modo inaccettabile e che continuare a proteggere il lavoro di quella persona lascerebbe l’amaro in bocca“.

lgbt muti censura repressioneLa libertà è in pericolo?

Gli intellettuali della “lettera sulla giustizia e il dibattito aperto” su Harper’s Magazine vogliono difendere “il valore di un discorso controcorrente vigoroso e persino caustico da tutte le parti“, mentre “ora è fin troppo comune sentire richieste di punizioni rapide e severe in risposta alla percezione di trasgressioni della parola e del pensiero“. La libertà di esprimere le proprie idee è sacrosanta, ovviamente, ma personalmente non capisco perché i toni caustici vanno bene quando si esprimono idee razziste, transfobe o sessiste, mentre diventano una minaccia alla società liberale quando si denunciano queste idee. Esprimere la propria condanna per idee altrui non è forse una manifestazione proprio della libertà di espressione?

Le personalità celebri, più che la libertà di espressione, sembrano difendere il loro diritto ad attaccare chi vogliono senza essere attaccate, a rovinare la reputazione altrui senza mettere in gioco la propria. Mettendo oltretutto sullo stesso piano secolari politiche di repressione e semplici attacchi su Twitter. Come scrive Nesrine Malik, “davanti alla drammatica escalation generale, dalla manipolazione delle elezioni all’industrializzazione della propaganda dei regimi autoritari sui social media, è meschino concludere che il nostro problema principale è un assalto alla libertà di espressione da parte di una folla molto inferocita legata a determinate convinzioni politiche. Ciò ci mostra solo che una parte dell’élite intellettuale sa concentrarsi solo su se stessa“.

C’è un’ondata puritana?

Tutte le società hanno i propri tabù e indicano cosa è giusto dire e pensare e cosa non lo è. Difficilmente qualcuno sosterrebbe che sia giusto pensare agli attentati suicidi in termini positivi o addirittura difenderli pubblicamente. E difficilmente qualcuno difenderebbe come libertà di espressione una pittrice che andasse in TV a elogiare l’organizzazione terrorista Stato Islamico. Anche lo stesso gesto può assumere connotazioni diverse in contesti diversi: per le stesse persone abbattere la statua di un re genocida, di un politico schiavista o di uno scrittore che comprava ragazzine eritree è un terribile affronto alla democrazia e alla storia, ma era un trionfo della democrazia e della storia quando cadevano le statue di dittatori nell’ex URSS o in Iraq.

In poche parole, anche se la lettera su Harper’s Magazine evita accuratamente di dirlo, lo scontro vero non è sulla libertà di espressione, ma su quali siano i confini del socialmente accettabile e su chi abbia diritto di ridefinirli. Per fare un esempio, è assurdo il ragionamento di J.K. Rowling quando ritiene che sarebbe libertà fare pressione affinché le donne trans non entrino nel bagno femminile del centro commerciale dietro l’angolo, ma che sarebbe l’opposto della libertà fare pressioni affinché i suoi libri non entrino nei carrelli della spesa di quello stesso centro commerciale. Il ragionamento non tiene e questo perché il vero nodo della questione è un altro: la nostra società deve ritenere accettabile la negazione dell’identità delle persone transgender o no?

Detto questo, dovremmo sempre mantenere un certo livello di tolleranza. Anche se giudichiamo alcune posizioni inaccettabili, dovremmo prenderci il tempo per valutarle attentamente e in modo realistico, per contestualizzarle, per distinguere la buona dalla cattiva fede. E invece, soprattutto ora che internet e i social ci spingono a dare risposte immediate senza riflettere, senza fare distinzioni per esempio tra i pamphlet intrisi di transfobia di una delle scrittrici più famose del mondo e un commento goffo del nostro vicino di casa che, senza l’intenzione di offendere nessuno, sbaglia il pronome quando scrive di Vladimir Luxuria su Facebook. Non parliamo poi di quando si precipita negli insulti (spesso sessisti) o nelle minacce di violenza o di morte.

discorsi odio hate speechÈ una questione di potere?

Se la non accettabilità degli insulti e delle minacce dovrebbe essere talmente chiara da non necessitare neppure di ribadire il concetto (e invece purtroppo il concetto bisogna continuare a ribadirlo…), dovrebbe essere chiara anche la differenza tra J.K. Rowling e il nostro vicino di casa, perché altrimenti rischiamo di perdere di vista la dimensione del potere, che invece è centrale. Le affermazioni fatte da grandi intellettuali sui grandi mezzi di comunicazione di massa e da persone molto meno note sui social media non possono essere valutate allo stesso modo, perché hanno un peso troppo differente sulla società e sulla cultura. Questa osservazione, che mi pare decisamente ovvia, non viene presa abbastanza in considerazione da due punti di vista.

Innanzitutto, fatta di nuovo la tara delle minacce, risulta ridicolo il vittimismo degli intellettuali famosi quando si lamentano (attraverso mezzi che gli permettono di raggiungere milioni di persone!) di essere attaccati per le proprie posizioni da utenti più o meno sconosciuti dei social media. Come scrive Hannah Giorgis, “per sviluppare una visione in buona fede di principi come la libertà di parola e il giusto processo occorre riconoscere alcune verità di fondo: affrontare molte critiche su Twitter, subire una revisione interna sul posto di lavoro o ricevere una stroncatura per un libro non sono situazioni che erodono i nostri diritti costituzionali o che mettono in pericolo una società liberale”. E lo sono ancora meno in un braccio di ferro tra Davide e Golia.

Che cos’è in pericolo?

Mentre la pandemia e il movimento globale contro il razzismo ci scuotono e ci costringono a riflettere su come le nostre società perpetuano una disuguaglianza che minaccia la vita di chi è alle prese con le forze dell’ordine e con un accesso inadeguato all’assistenza sanitaria – scrive ancora Nesrine Malik – i nostri ‘pensatori’ ci mostrano che la loro definizione di crisi è molto lontana dal mondo reale. Questo solipsismo sulla cancel culture dimostra di per sé la necessità di allargare la democrazia e di riverire meno coloro che guardano a un mondo che cambia radicalmente, ma vedono solo come sta cambiando per loro stessi“.

Allo stesso modo, Anne-Sylvaine Chassany ha definito la lettera delle cento francesi come “un’anomalia sociologica comparsa nelle oscure cerchie parigine di donne ricche e colte che vedono la sessualità trasgressiva come una fonte di ispirazione artistica”, senza volersi rendere conto che, di fronte al dramma millenario della violenza maschile sulle donne, puntavano il dito contro le donne vittime di violenza. E non sono anomalie sociologiche certi appelli contro la censura lanciati dalla torre d’avorio di chi vende milioni di libri, scrive sui giornali più letti del mondo, insegna nelle università più prestigiose? Non sono paradossali le voci più ascoltate del pianeta quando, mentre si chiudono le orecchie con le mani, gridano che qualcuno vuole zittirle su Twitter?

Intanto, però, alcuni casi vengono continuamente riproposti, dall’elettricista Emmanuel Cafferty (ha perso il lavoro dopo aver fatto sul camioncino della sua azienda un gesto razzista, ma lui giura che ne ignorava il significato) all’analista David Shor (è stato licenziato dopo un tweet in cui metteva in correlazione manifestazioni violente e voto per i democratici, anche se ripete che quello che ha scritto è stato interpretato male). “Smettetela di sparare agli innocenti” invoca il titolo di un articolo del politologo Yascha Mounk, uno dei firmatari dell’appello su Harper’s Magazine. Così una manciata di singole vittime, vere o presunte, della cancel culture diventano gli unici innocenti, oscurando milioni di vittime del razzismo, della transfobia, del sessismo, dell’omofobia…

uomo nero dolore razzismoQuali strategie adottare?

Se il ribaltamento della realtà è completo, credo che sia comunque importante riflettere sugli interlocutori che si hanno di fronte: per quante poche siano le vittime collaterali innocenti, non meritano di pagare colpe che non hanno e, più in generale, nessuno merita attacchi e condanne che non siano frutto di una riflessione approfondita, di un giudizio ponderato e anche di una buona dose di fiducia e generosità. Inoltre, riconoscere le dinamiche del potere dovrebbe aiutarci a distinguere tra chi ha gli strumenti per capire e creare la cultura e chi invece riflette la cultura in cui vive e non può essere ritenuto gravemente responsabile di pregiudizi espressi senza cattiveria e violenza. L’avversario è il primo, mentre il secondo è qualcuno con cui dialogare.

Le strategie efficaci e accettabili cambiano a seconda dei soggetti che si hanno di fronte. Con persone pressoché sconosciute è giusto provare a comunicare, a spiegare, a produrre un cambiamento culturale con il confronto, finché ci sono spiragli per uno scambio civile. Al contrario, le campagne contro i grandi protagonisti culturali, che comunque non devono mai sfociare nella violenza neppure verbale, generalmente non riescono a sconfiggerli e anzi possono rafforzarli: da quando è una voce essenziale delle posizioni contro le persone trans, J. K. Rowling è diventata un punto di riferimento culturale e politico capace di orientare le idee e determinare le scelte come non lo era mai stata quando era “semplicemente” una scrittrice di enorme successo.

Eppure attaccare i colossi non è inutile, anche se quasi mai vengono abbattuti. La presa di consapevolezza sulla transfobia di J. K. Rowling non ha danneggiato l’ideatrice di Harry Potter, ma, per esempio, è stata essenziale per sbarrare la strada a una scrittrice meno nota come Gillian Philip, abbandonata dal suo editore quando ha condiviso gli attacchi alle persone transgender. Attaccare i colossi, in altre parole, non dovrebbe significare che si pensa davvero di “cancellarli”, ma far convergere i proiettori su una battaglia culturale per orientare il dibattito pubblico e ridefinire i confini di quello che si ritiene socialmente accettabile e di quello che si considera invece tabù.

E i capri espiatori?

D’altra parte, come nota Helen Lewis, “persuadere un’azienda a disfarsi di qualcuno per fare bella figura rischia di essere una vittoria che invece non è una vittoria. I forconi si abbassano, ma la cultura aziendale rimane la stessa. I sopravvissuti sospirano di sollievo. L’istituzione va avanti“. E continua: “Chi ha potere nelle istituzioni adora i gesti progressisti appariscenti (condannare solennemente il razzismo con un post sui social media, nominare la prima donna nel proprio consiglio o licenziare un dipendente di basso rango che attira la furia del web) perché li aiutano a preservare il proprio potere. Ai vertici (sproporzionatamente bianchi, maschi, ricchi e istruiti) non viene chiesto di rinunciare a nulla“.

La creazione di capri espiatori, insomma, è un rischio tanto dal punto di vista della giustizia dei movimenti sociali quanto dal punto di vista della loro efficacia, perché può sviarli dal loro fine più grande: il cambiamento culturale profondo. Per questo penso che la cancel culture debba sempre rimarcare come al centro della propria azione ci siano le idee: deve essere sempre chiaro che non si vuole cancellare una persona, ma si vuole cancellare la presenza nel dibattito pubblico di alcune sue posizioni reputate inaccettabili. Ma anche le posizioni inaccettabili nel proprio campo: accettare o chiudere gli occhi davanti ad attacchi violenti o sessisti, per esempio, è inammissibile e non ha nessun senso per un movimento che chiedo una cultura di rispetto e di inclusione.

E deve essere sempre chiaro che la battaglia è una battaglia di potere, in cui è essenziale saper distinguere tra avversari diversi, senza lasciarsi trascinare da ondate di indignazione che vorrebbero colpire tutti allo stesso modo.

Pier Cesare Notaro
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: Il Grande Colibrì / elaborazioni da Anna Shvets (CC0) / da pxfuel (CC0) / Il Grande Colibrì

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