Il movimento LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) ha un nuovo supereroe, o almeno così sembrerebbe a leggere articoli dei media arcobaleno e a girare per le pagine social della comunità. C’è chi lo applaude entusiasticamente, chi lo ritrae tra bandiere rainbow, chi addirittura scrive che rappresenta la prova che esiste una destra favorevole alle minoranze e addirittura progressista. Alcuni articoli, più sobriamente, si limitano a riportare le ultime notizie senza nessuna contestualizzazione. Ma di chi stiamo parlando, chi è il nuovo campione dei diritti? Sebastián Piñera, il presidente del Cile.
Ecco, chi segue un po’ le vicende del paese sudamericano a questo punto sarà scoppiato a ridere: Piñera? Diritti? Ma dai! Ora, la notizia è vera, verissima: Piñera ha davvero annunciato che darà la priorità al progetto di legge per riconoscere i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Ha usato anche belle parole: “Dobbiamo fare più nostro il valore della libertà, compresa la libertà di amare e di formare una famiglia con chi si ama. E anche il valore della dignità di tutti i rapporti d’amore e d’affetto tra due persone. Penso che sia giunto il momento di garantire quella libertà e quella dignità a tutte le persone“.
Posizioni edulcorate
E ben si spiegano le parole positive del Movimiento de Integración y Liberación Homosexual (Movimento di integrazione e liberazione omosessuale; Movilh): “Si tratta di una pietra miliare per la destra politica, di un evento storico che si allontana dagli stigmi e dalle barriere della disuguaglianza e dei pregiudizi che hanno contaminato i settori più omotransfobici del paese. Oggi, senza dubbio, il matrimonio egualitario è alle porte e la sua approvazione migliorerà la qualità della vita delle famiglie omoparentali e delle coppie omosessuali. Piñera è arrivato tardi, davvero molto tardi, e nel frattempo non ha rispettato alcuni impegni internazionali. Però alla fine è arrivato. Speriamo che altri che si oppongono alla parità seguano questo cammino“.
Negli articoli è stata data grande enfasi alla parte del comunicato di Movilh che riconosce la svolta di Sebastián Piñera e che sembra in netto contrasto tanto con altri recenti comunicati, in cui l’associazione attaccava l’omofobia del presidente, quanto con altre prese di posizione arrivate dopo le sue ultime dichiarazioni, con, per esempio, lo storico attivista Rolando Jiménez che evoca i “fuochi d’artificio di Piñera“. L’associazione LGBTQIA sragiona, non sa quello che dice? No, sono i media che, limitandosi generalmente a copiare e incollare sempre le stesse dichiarazioni di altre pagine, non si sono accorti della parte del comunicato di Movilh che contestualizza le ultime novità – e neppure si sono accorti di cosa è successo in Cile negli ultimi anni.
Il pinkwashing di Piñera
Per esempio, il progetto di legge su cui oggi Piñera vuole accelerare è esattamente quel progetto di legge presentato dalla sinistra nel 2017 e bloccato poi proprio da Piñera e dal suo governo, che hanno fatto di questa loro opposizione più volte materia di vanto. Insomma, comunque andrà a finire il presidente non sarà responsabile di una accelerazione nel riconoscimento del diritto al matrimonio per le coppie dello stesso sesso, ma – se tutto andrà bene – di un suo rinvio di almeno 4 anni: la prospettiva cambia un bel po’, no?
Anche la magica illuminazione pro-diritti assume una luce diversa se si tiene conto che Piñera è politicamente moribondo (solo il 9% della popolazione ne dà un giudizio positivo) e cerca disperatamente di galleggiare in un paese che ha appena eletto un’assemblea costituente dove dominano le forze progressiste e di sinistra. Il presidente sa benissimo che, anche se continuasse a opporsi ai diritti delle minoranze sessuali, questi verrebbero riconosciuti comunque dall’assemblea o ancor prima dai tribunali, visto che la Corte interamericana dei diritti umani ha intimato anche al Cile di approvare questa riforma. E allora perché non presentarsi come uno splendente paladino dei diritti e intestarsi un avanzamento che avverrebbe comunque?
Uno stile dittatoriale
Se poi allarghiamo un po’ lo sguardo, presentare Sebastián Piñera come un amico dei diritti non è solo ridicolo: è disgustoso. Prima di entrare in politica, Piñera ha fatto soldi a palate sotto il regime di Augusto Pinochet, anche grazie al fatto che suo fratello, José Piñera, era ministro nel governo del dittatore. Quando nel Cile democratico del 2010 Sebastián Piñera è stato eletto presidente la prima volta, ha ripescato numerosi esponenti della dittatura, riabilitandoli e nominandoli al governo per portare avanti le politiche economiche di Pinochet. La destra cilena non ha neppure rinunciato alla retorica misogina e omobitransfobica, con attacchi continui all’aborto e ai diritti delle minoranze sessuali.
Venendo a tempi più recenti, le politiche ultraliberiste di Piñera hanno scatenato dal 2019 in poi grandi proteste sociali, chiamate “estallido social” (scoppio sociale). La reazione del presidente è stata durissima, con lo scatenamento dell’esercito e dei carabinieri contro chi protestava e l’uso, per citare Amnesty International, di “una forza non necessaria ed eccessiva con l’intenzione di ferire e punire chi manifestava“. Il bilancio della repressione è terrificante: oltre a 36 morti, sono decine di migliaia i casi di persone ferite gravemente, arrestate arbitrariamente o stuprate dalle “forze dell’ordine”. In questo contesto è possibile dipingere Piñera come un amico dei diritti o addirittura come un esempio di politico progressista, o anche solo tacere di quello che sta facendo?
Pier Cesare Notaro
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