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Una ragazza che non è veramente una ragazza, che non è né algerina né francese, né di Clichy né di Parigi, una musulmana credo, ma non una buona musulmana, una lesbica che ha interiorizzato l’omofobia”: così si definisce Fatima Daas, giovane scrittrice francese di origini algerine, cresciuta tra Saint-Germain-en-Laye e Clichy-sous-Bois, nella periferia di Parigi. Il suo romanzo, “La petite dernière” (La più piccola; Noir sur Blanc 2020, 350 p., 16 €) è innanzitutto la storia di una ragazza che cresce in una cittadina di periferia dove “quasi tutti sono musulmani”, di origine africana o magrebina.

È il racconto delle fatiche più banali e quotidiane, come le tre ore al giorno in mezzi di trasporto sovraffollati per poter raggiungere Parigi, e delle discriminazioni istituzionali, che l’hanno portata ad abbandonare i “corsi preparatori” in Lettere nonostante il suo talento di scrittrice. Il sistema universitario francese, infatti, è organizzato in una doppia filiera: le università, da un lato, e dall’altro le scuole prestigiose, le “grandes écoles”. Lə migliori studenti, alla fine delle superiori, invece di iscriversi a una laurea triennale in un’università, entrano nelle scuole “preparatorie”, che preparano ad affrontare il concorso per le grandes écoles, a cui si accede al livello della laurea magistrale.

fatima daas petite derniereDato che le scuole preparatorie hanno sede nei licei, e tra i licei stessi esiste una gerarchia che va dai “peggiori” ai “migliori” a seconda dei quartieri, studenti della periferia come Fatima sono pesci fuor d’acqua in questi ambienti. Perciò, quando Fatima svolge da casa un eccellente compito di spagnolo, il professore le ordina di confessare chi l’abbia aiutata. Umiliata, Fatima lascia la scuola preparatoria.

Lesbica e peccatrice

In questo contesto discriminatorio, Fatima viene a scoprire la sua attrazione per le ragazze. La scopre divertendosi con gli amici maschi, insultando la giovane professoressa su cui sono puntati tutti gli occhi dei suoi compagni – e anche i suoi. Ne parla, mascherandosi dietro i problemi di una presunta “amica lesbica”, con un imam; ne parla con la psicologa; con l’amica capace di smorzare l’imbarazzo con una battuta. Esplora frequentazioni poliamorose, e si dibatte tra la paura e il desiderio di una relazione impegnata. La fede dà una prospettiva di conforto alle sue contraddizioni. Ma rispetto a quella fede, Fatima continua a sentirsi una peccatrice.

L’autrice – che si considera una femminista intersezionale – ha infatti suscitato polemiche quando ha dichiarato in un’intervista di ritenere l’omosessualità un peccato: “Non sono nessuno per riformare questa religione e dire che non è un peccato”. Fatima si rifiuta di “scegliere” e rivendica la possibilità di vivere la contraddizione e “mostrare la complessità”, di essere altrettanto “imperfetta” come musulmana e come lesbica.

Vivere la complessità

Invece di scagliarsi contro questa posizione, è importante tenere a mente due cose. La prima è che esiste in Francia un movimento di persone musulmane che non vede l’omosessualità come un peccato. La seconda è raccogliere l’invito di Fatima a guardare la complessità, perché l’autrice – come tante altre giovani di prima o seconda generazione in Francia – non subisce discriminazioni solo in quanto lesbica. Fatima vive a Clichy-sous-Bois, la città dove la morte di due adolescenti che stavano scappando dalla polizia scatenò un’importante insurrezione nel 2005: nella periferia parigina gli abusi polizieschi a connotazione razziale sono sistematici.

Il pregio di questo romanzo è aver dato conto delle diverse dimensioni delle ingiustizie sofferte e della complessità del vissuto di Fatima: le disuguaglianze nel sistema scolastico; il sentimento di estraneità durante i viaggi in Algeria e la condizione delle periferie in Francia; il contrasto tra il mondo volatile delle relazioni parigine e il modello di famiglia appreso a casa, dove la vita della madre ruota intorno alle figlie. La sua posizione, di lesbica “omofoba” e di musulmana “peccatrice”, nasce dal bisogno di ricavarsi uno spazio tra queste istanze contraddittorie.

Il movimento LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) non si può dissociare da voci come quelle di Fatima, che incarnano la complessità e l’incrocio di diversi sentieri di emancipazione, che forse nel quadro attuale non può che essere “imperfetto”. Una lotta LGBTQIA veramente universale deve anche passare attraverso la lotta contro l’islamofobia e il razzismo. Ma la politica francese continua a brandire lo spettro delle divisioni identitarie e non fa ben sperare.

uomo gay arabo triste“Islamogauchismo”

È in corso, negli ultimi mesi, una discussione sul progetto di legge contro il “separatismo”, cioè contro la presunta tendenza della comunità musulmana in Francia a costituire una società a sé stante. Il disegno di legge non solo impone nuove restrizioni al finanziamento di associazioni religiose, ma finisce anche per interferire nelle pratiche quotidiane delle persone credenti. Già dal 2004, la legge francese proibisce di indossare il velo alle insegnanti e alle dipendenti statali. La nuova proposta di legge ha ventilato l’idea di estendere il divieto alle minorenni (nello spazio pubblico) e alle accompagnatrici scolastiche, e di proibire le opzioni halal nei menù delle mense.

Benché gran parte di questi emendamenti non siano stati approvati, l’islamofobia continua a guadagnare terreno nel discorso pubblico. La destra punta il dito contro l’“islamogauchismo”, una fantomatica allanza tra islamismo e sinistra radicale che sarebbe minacciosa per i valori repubblicani. Ma leggi come quella contro il separatismo sortiscono l’effetto opposto a quello dichiarato e inaspriscono le separazioni, acuendo il sentimento di ostilità esperito dalla comunità musulmana. La storia di Fatima Daas ricorda quanto sia difficile farsi strada come lesbica venendo da una comunità stigmatizzata, e quanto in fin dei conti l’islamofobia possa nuocere alla stessa causa LGBTQIA.

 

Simone Spera
©2021 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da Thom Bradley (CC0) / da GeorgeB2 (CC0) / da Pixabay (CC0)

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