Persecuzioni anti-LGBT in Libia: il rapporto di QUZAH

Dodici gay rapiti e torturati dagli islamisti nel 2012

A gennaio del 2014 un gruppo di attivisti LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) libici ha fondato l’associazione QUZAH, che lavora per creare spazi sicuri nel paese nordafricano e per diffondere informazioni utili a capire cosa succede in Libia. A maggio QUZAH presenterà un rapporto a ILGA Africa che pubblichiamo in anteprima nella sua traduzione italiana.

La Libia è un paese dell’Africa settentrionale. Nel 2011 è caduto il regime dittatoriale che ha governato il paese per 42 anni e da allora lo stato è instabile: non ci sono né un governo né una costituzione né agenzie civili statali stabili e unitarie. La Libia è uno stato musulmano e gran parte delle leggi, anche se attualmente non sono fatte rispettate, sono basate sulla legge islamica.

VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI LGBTI

Gli atti e le relazioni omosessuali in Libia non sono legali: il codice penale punisce i rapporti omosessuali con il carcere fino a 5 anni.

Articolo 407 – Violenza sessuale
“(1) Qualsiasi individuo che abbia un rapporto sessuale con un altra persona ricorrendo alla violenza, a minacce o all’inganno sarà punito con un periodo di detenzione fino a un massimo di 10 anni.
(2) Questa pena sarà applicata anche a qualsiasi individuo che abbia avuto un rapporto sessuale con il consenso di una persona che non abbia compiuto 14 anni o con una persona che non abbia opposto resistenza a casa di una disabilità mentale o fisica. Se la vittima era minore di 14 anni o aveva più di 14 anni ma non ancora 18, il periodo massimo di detenzione sarà di 15 anni.
(3) Se l’autore del reato è un parente, un guardiano, un tutore o un custode della vittima, o se la vittima è un servitore alle dipendenze dell’autore del reato o di una delle persone menzionate sopra, sarò imposto un periodo di detenzione tra 5 e 15 anni.
(4) Se un individuo ha un rapporto sessuale consenziente con un’altra persona fuori dal matrimonio, le due persone implicate saranno punite con un periodo di detenzione di massimo 5 anni”.

Articolo 408 – Atti osceni
“(1) Qualsiasi individuo che commetta atti osceni con una persona in accordo con uno dei metodi specificati nell’articolo precedente sarà punito con un periodo di detenzione di massimo 5 anni.
(2) Questa pena sarà applicata anche se l’atto è stato commesso di comune accordo con una persona minore di 14 anni o con una persona che non abbia opposto resistenza a causa di una disabilità mentale o fisica. Se la vittima ha tra i 14 e i 18 anni, il periodo di detenzione sarò di almeno un anno.
(3) Se l’autore del reato appartiene a uno dei gruppi di persone specificati nei commi (2) e (3) dell’articolo 407, sarà imposto un periodo di detenzione di almeno 7 anni.
(4) Se un individuo commette atti osceni con un’altra persona di comune accordo fuori dal matrimonio, entrambi saranno puniti con un periodo di detenzione”.

Non ci sono organizzazioni governative o non governative che proteggano i diritti delle minoranze sessuali.

Non c’è nessuna procedura legale per la protezione dei diritti delle minoranze sessuali, il nuovo governo è ancora debole e i tribunali e il sistema giudiziario sono inefficaci anche nelle indagini e nelle azioni penali. Dal momento che le relazioni omosessuali sono considerate reato, le persone LGBTI non possono andare dalla polizia a chiedere protezione dalla violenza: se la polizia scopre che una persona ha subito violenza perché omosessuale, la violenterà. E’ successo a molti uomini gay in carcere e a una ragazza lesbica che è fuggita dalla Libia per chiedere asilo in Francia. In Libia la polizia e la società sono ostili alle persone LGBTI.

PERSONE LGBT E DISCRIMINAZIONI

Per la società libica, essere gay significa andare contro la religione, dal momento che l’omosessualità è un tabù proibito dall’islam. L’omosessualità non solo è un crimine secondo la legge, ma è anche vietata dalla società, che la giudica un comportamento immorale. Ogni azione che potrebbe lasciar trapelare l’omosessualità di una persona, può esporla alla violenza verbale o a minacce di violenza fisica. Per questo le persone LGBTI si comportano come “eterosessuali”, seguendo i ruoli di genere previsti dalla società libica. Nessun omosessuale può parlare apertamente del proprio orientamento sessuale e perciò non ci sono statistiche o stime sulla discriminazione contro le minoranze sessuali in Libia.

ALCUNI EPISODI DI VIOLENZA E TORTURA

Non ci sono nome che proteggano i diritti delle minoranze sessuale e, in caso di violenza e di crimini d’odio contro omosessuale, non c’è una legge o un atto legale che li protegga. La violenza e gli atti criminali contro le persone LGBTI sono più benaccetti da parte della società.

22 novembre 2012: dodici uomini gay sono stati torturati da una milizia islamista chiamata Doroh, che a volte dà la caccia agli omosessuali di Tripoli per torturarli e ucciderli. L’organizzazione ha pubblicato l’immagine dei dodici uomini torturati sulla propria pagina Facebook. Dopo la rivoluzione del 2011 e il deterioramento della situazione libica in termini di sicurezza, con l’assenza della polizia, gli omosessuali sono diventati sempre più bersaglio della violenza di milizie islamiste come Doroh, che non è una forza di polizia governativa ma una semplice banda armata che controlla il popolo in nome di Dio e delle armi. Rapiscono, torturano e uccidono gli omosessuali – e anche se i media non dicono che sono gay noi lo sappiamo grazie ai nostri contatti.

Ottobre 2014: QUZAH è stata contatta da Noor, una transessuale MfF (dal maschile al femminile). Nour ha mandato a QUZAH un’e-mail con fotografie delle torture che ha subito nel luglio 2013: le hanno colpito la pianta dei piedi con tubi di metallo. Hanno cercato di catturarla di nuovo nell’aprile 014, ma lei è riuscita a fuggire in macchina, anche se, a causa della velocità eccessiva del tentativo di fuga, si è scontrata con un’altra auto. Nel 2014 Noor ha cercato di emigrare dalla Libia negli Stati Uniti attraverso un’agenzia delle Nazioni Unite, ma non è potuta partire a causa dell’attacco con cui le bande armate hanno vandalizzato l’aeroporto di Tripoli e della grave situazione in termini di sicurezza. Inoltre il suo aspetto fisico non corrisponde al suo passaporto.

Nell’ottobre 2015 è riuscita però a fuggire dalla Libia e a raggiungere Il Cairo, in Egitto, dove è entrata in contatto con un’agenzia dell’ONU e ha fatto domanda di asilo. Al momento in cui scriviamo, aspetta ancora di lasciare l’Egitto per gli USA come rifugiata.

1° maggio 2015: a Derna, in Libia, viene segnalata l’esecuzione da parte di Daesh (ISIS) di tre uomini accusati di essere omosessuali: gli si è sparato in testa nella Vecchia moschea, la più importante della città, dopo la salat al-asr (preghiera pomeridiana). Sarebbero stati rapiti qualche mese prima. I tre uomini si sarebbero chiamati Naseeb Al-Jazwi, Faraj Al-Shewi e Saad Al-Fahakhri.

Con la creazione di un tribunale islamico l’anno scorso a Derna, Daesh ha imposto nella città una rigida legge shariatica: ci sono state decapitazioni pubbliche, le persone sono state frustate per aver bevuto alcolici e una ventina di giorni fa hanno tagliato la mano di un uomo che aveva rubato dell’oro. La sua severa interpretazione dell’islam nella città include anche il divieto di fumare e una rigida segregazione dei sessi simili a quella imposta in Afghanistan durante il governo taliban: secondo molti l’imposizione di queste regole vorrebbe creare un regno di terrore finalizzato a mantenere il potere sulla città.

31 marzo 2016: due uomini gay libici sono arrestati in Tunisia. L’associazione tunisina Mawjoudin (Esistiamo), che si occupa di diritti degli omosessuali in Tunisia, ha informato QUZAH del fatto che due uomini gay libici, insieme a sei tunisini, sono stati arrestati e accusati di reati legati ai rapporti omosessuali. Sono stati arrestati in base all’articolo 230 del codice penale tunisino, che criminalizza la “sodomia”. Ora, però, il tribunale li ha accusati di consumo di cannabis e sono detenuti con accuse di spaccio in Tunisia [Il Grande Colibrì]. Stiamo seguendo il loro caso con le associazioni tunisine.

 

Amani
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