Diversamente soli: quattro vite sospese dal mondo

Questa volta parleremo di solitudine, quella sensazione tremenda che lambisce l’animo mentre consuma il corpo. La solitudine scava come l’acqua fa con la roccia, modellando la disperazione degli esseri viventi, facendo loro provare le sensazioni più sgradevoli: la mancanza di condivisione dell’ordinario e dello straordinario. La solitudine attraversa spesso, in modo trasversale, le vite dei componenti della comunità LGBT. Le storie raccontate sono momenti diversi per collocazione storica, percorso personale ed evoluzione del medesimo. Eppure, tutte queste vicende hanno in comune quell’orribile sensazione di sentirsi soli, sospesi dal mondo, allontanati dalla società.

La prima storia risale al Settecento ed esattamente al 1743, quando Giovanni Bordoni era il cameriere del cavaliere Francesco Maria Pucci. Aveva la fama di essere donnaiolo e non perdere occasione per molestarle. Esibiva con ostentazione il dover ricorrere alle cure mediche a causa di una malattia venerea contratta con una prostituta. Venne colpito ad una gamba da un’arma da fuoco dopo uno scontro con i membri della famiglia di una giovinetta che non accettava le attenzioni di questo provetto conquistatore nei confronti della giovane fanciulla. Solo, nel letto dell’ospedale, venne curato in ritardo. Giovanni morirà in ospedale.

Quando il personale cercò di sistemare il corpo del giovane, assistette ad una sorpresa: Giovanni era donna, il seno era compresso da bende, accanto una guaina che conteneva dei cenci. La guaina serviva per dimostrare le sue prodezze virili. Il medico incaricato della sua autopsia approfondirà con delle testimonianze che Giovanni, tra i suoi presunti atti di virilità, mascherava le mestruazioni sui suoi vestiti come macchie dovute alla malattia venerea contratta con delle prostitute. La vera identità era di Caterina Vizzani, 25 anni, figlia di Pietro Legnaiuolo. Caterina aveva l’imene intatto e per questo venne seppellita come una pulzella vergine.

Quanta solitudine deve aver provato Caterina mentre costruiva la giustificazione della malattia venerea per la presenza di macchie dovute al flusso di mestruazioni? Quante volte avrà avvertito il peso della mancanza di riconoscimento?

La seconda storia ci porta nell’Ottocento e narra le vicende di Adelaïde Herculine Barbin, nata nel 1838 a Saint-Jean d’Angély. Per molti era semplicemente Alexine. Le sue confessioni, peraltro incomplete, sono giunte anche eliminando una parte delle sue riflessioni, sicuramente momenti di grande rammarico e frustrazione che, nella razionalità di colui che ha raccolto i documenti, dovevano sembrare ripetitivi mentre invece celavano il reale senso del dolore contenuto in quella vita in transito. Quanta sofferenza interiore avrà provato Alexine nel suo percorso di insegnante e nel travaglio della sua definizione di corpo.

Il 18 luglio del 1860 l’Écho Rochelais scrisse: “Una fanciulla di ventun anni, insegnante apprezzata sia per gli elevati sentimenti del suo cuore che per la solida istruzione, aveva vissuto, pia e modesta, sino ad oggi, nell’ignoranza di sé, cioè nella convinzione di essere ciò che appariva agli occhi di tutti, sebbene certe sue particolarità organiche avrebbero provocato, in un esperto, prima stupore, poi dubbio e, grazie al dubbio, la luce; ma l’educazione cristiana della fanciulla costituiva una benda innocente che le velava la verità. Finalmente una circostanza fortuita è venuta di recente a insinuare qualche dubbio nella sua mente; si è fatto appello alla scienza, ed è stato riconosciuto un errore di sesso… La giovinetta era semplicemente un giovinetto“. Il resoconto segue di un mese la rettifica di sesso avvenuta il 22 giugno 1860 presso il comune di Saint-Jean-d’Angely.

Alexine dirà: “Non ignoro d’essere oggetto di singolare stupore per tutti coloro che mi circondano“. La società non le perdonerà di essere stata una donna in un corpo che predicava il maschile e così addio insegnamento e la disperata ricerca di un lavoro… i più disparati. Per questo motivo dirà: “Considero ogni giorno che mi è dato come l’ultimo della mia vita. E tutto questo, molto naturalmente, senza alcuna paura“.

Personalmente ho provato molta angoscia nel leggere le memorie di Alexine. Le righe scarne non riescono a rendere l’immagine del dolore che quelle lettere contengono strabordando sangue, disperazione. Si immagini lo stato d’animo di Alexine che scrive: “Dovreste vedervi condannati, come me, al più amaro di tutti i supplizi, al perpetuo isolamento. L’idea della morte, in genere così riposante, è per la mia anima di un’ineffabile dolcezza“.

Alexine cerca di andare avanti con tutte le sue forze, cerca di ritagliare il suo spazio vitale come uomo, ma è sempre più solo, sempre. Nel febbraio del 1868 un semplice fornello a carbone, in una stanza dell’Odéon, diventerà lo strumento per affrancarsi da tutto e tutti. La troveranno suicida e anche in quel momento il suo corpo subirà l’ultimo attacco: un’autopsia che sezionerà il suo corpo, per capire che cosa era fisicamente visto che moralmente, evidentemente, non l’aveva capito nessuno.

La terza vicenda che ho selezionato riguarda Romano Cecconi, classe 1941, ha conosciuto in altro modo il significato della parola solitudine. Ha sfidato l’Italia bigotta e populista, pagando per le sue scelte di libertà dalle convenzioni e nelle convenzioni. Prigioniero nel suo corpo di uomo, soffocato da quei genitali che lo costringevano ad essere oltre rispetto a quello che voleva essere. Le umiliazioni, la prostituzione, gli scontri, la provocazione, l’essere definito un soggetto pericoloso, non l’hanno fatto comunque arrendere anche quando, al pari del più famigerato boss mafioso, viene allontanato e mandato al confino nella mia provincia, Foggia, in un piccolo paese chiamato Volturino.

La sua forza sta nella descrizione che accompagna il suo arrivo: scese dalla corriera, tra vedove in nero e polli razzolanti, il paese intero trattenne il fiato. “S’aspettavano Romano, arrivai io: Romina“. E che Romina: minigonna inguinale, stivali neri sopra il ginocchio, occhiale scuro, permanente platiné: “Ero meglio di Patty Pravo“.

Ma a trent’anni quasi compiuti, decise che non poteva più aspettare e, a differenza della fuga a Casablanca che sembrava troppo lontana, ecco che Losanna offrì la soluzione per cancellare quella parte del corpo e poter finalmente esprimere liberamente la lettera F in corrispondenza del sesso sulla propria carta d’identità. Romina ha aperto una speranza agli altri ma ha pagato con l’emarginazione e con il dolore ma, soprattutto, è stata messa dinanzi ad una scelta: in un sesso o in un altro, senza possibilità di voler essere “altro da”, senza possibilità di rimanere per essere solo se stess*. La sua forza è stata accompagnata da un’immensa solitudine, il non soccombere dinanzi a tutti questi ostacoli.

Quarta e ultima testimonianza è offerta da Mario Chinazzo, classe 1937, scomparso da poco, militare della Marina militare. Mario è stato legato al suo compagno, Roberto Chiesa, per ben venticinque anni. Nel corso dell’intervista rilasciata ad Andrea Pini nel suo “Quando eravamo froci” racconta di un rapporto consolidato e sereno ed ammetterà con molta naturalezza che, in una fase di stanchezza, il loro rapporto era diventato aperto ad altri rapporti sessuali. Narrerà di giovani rumeni conosciuti nei pressi di Roma Termini. Mario usciva di casa mentre aspettava che venisse consumato il rapporto e vi faceva rientro dopo aver ricevuto uno squillo.

Una sera lo squillo non arriva e Mario decide di far rientro a casa. In quel momento vede un giovane fuggire, imprime il suo volto mentre sale la scala e scopre il corpo di Roberto, esanime, in una pozza di sangue. Collaborerà con la polizia e per il tramite delle foto segnaletiche rivedrà il volto di quella persona e ne consentirà l’arresto. Inizia un percorso particolare per Mario, sempre defilato rispetto ai movimenti della comunità. Salirà il 10 marzo 2007 sul palco della manifestazione “Uguali diritti per le coppie gay e lesbiche”.

La cosa che lascia di stucco il protagonista di questa dolorosa vicenda è la solitudine che prova dinanzi alle richieste da lui inoltrate sulla posizione del ragazzo arrestato. Gli viene fatto notare che non aveva alcun diritto per chiedere nulla. Inizia il percorso che lo porterà a richiedere di costituirsi come parte civile nel processo. Otterrà il riconoscimento di tale ruolo. Per lui Roberto era la sua famiglia, non capiva perché solo lo Stato non volesse riconoscerlo. Mario merita di essere ringraziato per il suo coraggio, la sua dignità, per ciò che ha lasciato. Mario è morto nello stesso anno che ha perso Roberto: il 2007. Dietro un’enorme eredità.

Queste storie, così diverse, ripropongono momenti diversi di solitudine. Si tratta di momenti che attraversiamo quotidianamente, li viviamo per le nostre scelte. Rispetto al passato abbiamo maturato la forza e la consapevolezza di voler lottare per affermarci come esseri umani, di saperci rialzare per non soccombere definitivamente… Abbiamo spalle forti, sicuramente, ma attendiamo, come sempre, che il nostro Stato si ricordi di riconoscere ai suoi cittadini, pochi o tanti che siano, di essere semplicemente ed unicamente meritevoli di vivere. Nel frattempo continuiamo a camminare lungo il nostro percorso, nonostante tutto, nonostante tutti.

 

Gianfranco
Copyright©2011GianfrancoMeneo

Per la ricostruzione delle vicende narrate:
Barbagli M. – Colombo A., Omosessuali moderni, Il Mulino, Bologna 2007
Ruspini E. – Inghilleri M., Transessualità e scienze sociali, Liguori Napoli 2008
Pini A., Quando eravamo froci: Gli omosessuali nell’Italia di una volta, Il Saggiatore, Milano 2011
Herculine Barbin, Una strana confessione: Memorie di un ermafrodito presentate da Michel Foucault, Einaudi, Torino 2007

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