USA, una fecondazione assistita colorata di razzismo

Bambini di tutti i colori: che differenza fa la loro pelle?

Jennifer Cramblett, una donna lesbica di Uniontown, in Ohio (Stati Uniti), si è rivolta ad una banca del seme per avere un figlio. Ha richiesto un donatore bianco, biondo e con gli occhi azzurri, ma, quando la bambina è nata, si è ritrovata tra le braccia una piccola meticcia: l’azienda, che a causa della svista di un infermiere ha usato per la fecondazione assistita gli spermatozoi di un uomo nero, ha sùbito parzialmente risarcito la madre. Ma Cramblett non era ancora soddisfatta e ha denunciato la banca del seme per “wrongful birth”, una fattispecie legale che si potrebbe tradurre come “nascita errata” o “nascita indesiderata” e che prevede il risarcimento dei genitori nel caso in cui nasca un bambino gravemente malato senza che il personale medico li abbia avvertiti adeguatamente sui rischi previsti, dando così modo alla madre di decidere se proseguire la gravidanza o meno.

Cramblett ha sostenuto di non essere “culturalmente preparata” ad avere una figlia meticcia perché è stata cresciuta tra rappresentazioni negative e stereotipate delle minoranze etniche e perché ha una “competenza culturale limitata” (sic!) sugli afroamericani. Inoltre si è lamentata del fatto che è molto stressante crescere la bambina nel suo “quartiere di soli bianchi”, abitato da persone conservatrici e razziste. Anche in famiglia le cose non sono andate bene, perché i parenti, già poco inclini ad accettare l’omosessualità di Jennifer, sono “tutti bianchi e inconsciamente insensibili”. Alla fine, però, il giudice ha dato torto alla donna (la bambina non ha nessun problema), che comunque ha ribadito di amare sua figlia tantissimo, nonostante tutto [Chicago Tribune; Independent].

Confesso di provare inquietudine all’idea di questa madre che sembra concepita da certi allarmismi reazionari e che è pronta a dare in pasto alla stampa la fotografia di sua figlia per additare a tutto il mondo il suo presunto “difetto di fabbricazione”, costi quel che costi. Mi inquieta l’idea di una bambina giudicata dalla madre come un prodotto di laboratorio difettato a causa del colore della pelle. E mi inquietano i dubbi che possono nascere nel pubblico meno informato: davvero chi ricorre alla fecondazione assistita eterologa (cioè da donatore esterno a una coppia) è un edonista capriccioso che desidera un figlio come si desidererebbe un’automobile, cioè selezionando gli optional che più gli vanno a genio? O forse sono le persone omosessuali ad essere eticamente inadeguate alla genitorialità?

Diciamolo chiaramente: cos’è che spinge le persone e le coppie, eterosessuali, lesbiche o gay che siano, a ricorrere alla fecondazione artificiale? Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di un desiderio di genitorialità talmente simile a quello degli altri genitori da risultare persino banale – come in fondo “banali” nella loro semplicità appaiono, viste da vicino, le famiglie omogenitoriali, come quelle protagoniste di “Gayby Baby”, il bel documentario di Maya Newell che sta creando grandi discussioni in Australia [Gayby Baby], o quelle formate dalle lesbiche mascoline immortalate nelle foto raccolte da Butches + Babies.

Ed è proprio per evitare un’ingiusta ed ingiustificata demonizzazione delle tecniche di inseminazione artificiale, e più in generale di procreazione assistita, che occorre respingere con chiarezza le scelte e le motivazioni irresponsabili di una minoranza e interrogarsi con schiettezza su comportamenti eticamente controversi come quello di alcuni padri gay israeliani dopo il terremoti in Nepal [Il Grande Colibrì].

Ma la storia di Jennifer Cramblett è anche un invito a riflettere sulla presenza di pregiudizi all’interno della comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) tanto all’estero quanto in Italia: com’è possibile che una lesbica discriminata persino in famiglia ritenga di poter invocare una giustificazione pubblica alla propria “impreparazione” nell’accogliere la diversità altrui? Com’è possibile che, di fronte ai pregiudizi della società contro la propria figlia, pensi che l’errore per il quale chiedere conto risieda nel colore della pelle della bambina e non nel clima odioso del suo bel “quartiere di soli bianchi” razzisti e omofobi? Questo episodio, in poche parole, è il semplice frutto dei limiti di un singolo individuo o è anche il prodotto di un nostro fallimento più ampio e generale?

 

Pier
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2 commenti

  • Secondo me bisogna contestualizzare. Stiamo parlando di una nazione in cui se metti il tuo gatto nel forno a microonde e questo muore, hai diritto a un risarcimento da parte della ditta che ha fatto il forno a microonde.

    Insomma, una nazione abituata a far causa per qualsiasi cosa.

  • Se uno si dovesse mettere ad analizzare tutti i casi simili accaduti a coppie eterosessuali sia per quanto riguarda la procreazione assistita sia per quanto riguarda la genitorialità "tradizionale" penso che si potrebbe giungere a dire che l'essere umano non è adatto ad avere figli. Ma non è certo così perchè a fronte di tante situazioni negative ce ne sono sicuramente tante altre positive non bisogna dimenticare che se anche il genere umano si può suddividere in molte categorie ogni persona è una storia a se e ha un suo comportamento specifico. Anche in comunità diciamo tra virgolette ristrette come quella LGBT ci sono tante persone diverse che agiscono in maniera diversa e dove sono ampiamente distribuite tutte le qualità dell'essere umano sia negative che positive, quindi a meno che non si faccia una ricerca che abbia un valore scientifico casi simili sono solo il risultato del agire di un singolo.

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