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In Indonesia, il rapido espandersi del nuovo coronavirus ha avuto un impatto particolarmente forte sulle condizioni di vita delle persone più deboli ed emarginate. Le persone più colpite dalla crisi che sta attraversando il paese asiatico sono sicuramente donne, bambin@ e membri della comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex, asessuali), che già in passato risultavano vittime di intolleranza e discriminazioni. Fortunatamente a offrire loro aiuto e sostegno concreti ci sono l’attivista Hartoyo e la sua organizzazione, Suara Kita (La nostra voce).

Non è facile essere se stess@ in un paese in cui essere gay non è un crimine (con l’eccezione della provincia settentrionale di Aceh), ma dove l’80% della popolazione considera l’omosessualità qualcosa di inaccettabile. Hartoyo lo sa benissimo, e la sua drammatica esperienza personale non manca di dimostrarlo: nel 2007 lui e il suo compagno dell’epoca subirono un violento fermo di polizia culminato in un vero e proprio pestaggio. “Gli agenti mi hanno urinato in testa e ci hanno malmenati entrambi – ha raccontato l’attivista in una testimonianza raccolta dalla BBC nel 2017 – Siamo stati trattati come degli animali”.

“La nostra voce”

Per evitare che altre persone potessero subire una simile umiliazione, Hartoyo ha quindi deciso di scendere in campo in prima persona e nel 2009 ha fondato l’associazione Suara Kita. Lo scopo dell’organizzazione è offrire aiuto e sostegno concreto non solo agli appartenenti alla comunità LGBTQIA, ma anche alle fasce più indigenti della società indonesiana. Per sostenere le numerose spese e finanziare nuovi progetti, Hartoyo ha inoltre dato vita a SriKendes, una piccola boutique di bellissimi abiti di sartoria con un fatturato mensile superiore ai 2mila euro.

casa riposo trans indonesiaQuesto sforzo davvero lodevole ha fatto guadagnare all’attivista grande stima a livello internazionale, ma l’ha anche esposto ad aspri attacchi da parte dell’ala più conservatrice della società indonesiana. Come se non bastassero le innumerevoli difficoltà quotidiane, si sono purtroppo aggiunte anche quelle legate al lockdown: nel tentativo di arginare la diffusione del COVID-19, a partire da aprile il governo di Jakarta ha infatti disposto la chiusura di tutte le attività cittadine, compreso il negozio di Hartoyo. Che, a dispetto di quello che si potrebbe credere, non si è affatto lasciato abbattere e ha ben presto trovato una buona soluzione per risolvere il problema: utilizzare una pagina Facebook per vendere online i suoi prodotti.

Sotto attacco

I guadagni non saranno gli stessi di prima, ma l’attivista è comunque piuttosto soddisfatto: le sue proposte di moda sembrano piacere, la gente ne è attratta e la collaborazione con altre associazioni non-profit aiuta a farsi conoscere ulteriormente e ad accrescere i profitti. Tutto perfetto, quindi? Certo che no, visto che, purtroppo, anche in questo caso gli intoppi e le difficoltà non mancano: a causa delle segnalazioni di alcuni utenti, la pagina utilizzata da Hartoyo per vendere i suoi oggetti è stata disattivata per ben due volte nel corso di pochi giorni. Come ha tenuto a precisare lo stesso attivista, il blocco del profilo sarebbe stato disposto per punire un presunto (ma in realtà inesistente) episodio di hate speech.

La vicenda, che si è per fortuna conclusa con esito positivo, non è comunque l’unico grattacapo di cui Hartoyo deve curarsi. Oltre che dagli algoritmi di Facebook, la sua pagina è infatti costantemente tenuta d’occhio dai membri dell’Aliansi Cinta Keluarga Indonesia (Alleanza dell’amore familiare; AILA), un’organizzazione particolarmente conservatrice e apertamente schierata contro la comunità LGBTQIA. L’astio dell’AILA nei confronti di Hartoyo è apparso quanto mai evidente a partire dall’11 agosto, quando una rappresentante dell’organizzazione ha pesantemente attaccato l’attivista in un video pubblicato sulla pagina Facebook Sri Daryani.

Nicole Zaramella
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da Pikist (CC0) / da Max Pixel (Cc0)

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