Il 31 maggio la polizia della provincia indonesiana di Sumatra Settentrionale, allertata da segnalazioni anonime, ha fatto irruzione in un centro massaggi per soli uomini nel capoluogo Medan, una metropoli di 4 milioni di abitanti. Le forze dell’ordine hanno arrestato il proprietario e dieci presunti terapisti con l’accusa di gestire in realtà un bordello per omosessuali. Le prove raccolte dalla polizia, d’altra parte, sembrano lasciare pochi dubbi: gli agenti hanno sequestrato vari sex toy e circa 500 preservativi ancora impacchettati, ma ne hanno trovati anche molti già usati.
Ieri i dieci massaggiatori sono stati liberati perché, secondo le indagini, sarebbero vittime dello sfruttamento del proprietario. Costui è indagato ai sensi della legge 21 del 2007 sullo sfruttamento sessuale e rischia fino a 15 anni di carcere, oltre a una multa fino a 600 milioni di rupie (circa 38mila euro). Inoltre potrebbe essere incriminato anche per aver violato l’articolo 296 del codice penale indonesiano, che condanna l’agevolazione di atti osceni con 1 anni e 4 mesi di carcere. Se le accuse si dimostreranno veritiere, la liberazione di dieci persone costrette a prostituirsi è un’ottima notizia. Eppure non manca un motivo di inquietudine.
Indagini preoccupanti
La polizia ha spiegato che il proprietario del presunto bordello era in contatto con i clienti attraverso “un canale di comunicazione speciale“, su cui si stanno ora concentrando le indagini di polizia. Non è chiaro di cosa si tratti, ma potrebbe trattarsi di gruppi gay su WhatsApp o dell’uso di app di incontro come Grindr. E anche se in Indonesia l’omosessualità non è un reato (ad eccezione della provincia di Aceh, che confina con quella di Sumatra Settentrionale), il fatto che la polizia investighi sulle rete di comunicazione gay è preoccupante: il rischio è che non si limiti ad accertarsi che non ci siano altri casi di sfruttamento, ma che utilizzi le draconiane leggi contro la pornografia per arrestare chi cerca sesso online o scambia fotografie a luci rosse.
Inoltre il contesto è sempre più difficile per le minoranze sessuali del paese, che sta conoscendo un forte aumento dell’integralismo islamico. A febbraio è stato presentato un progetto di legge sullo “sviluppo basato sulla famiglia“ che proponeva il carcere fino a 7 anni per chi abbia rapporti con persone dello stesso sesso, mentre a maggio un altro progetto di legge sulla “resilienza della famiglia” proponeva di obbligare le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) a subire percorsi di “riabilitazione” che includerebbero terapie di conversione ed esorcismi. Al momento entrambi i progetti di legge non sembrano destinati a essere approvati, ma mostrano comunque bene quale sia il clima politico in Indonesia.
Pier Cesare Notaro
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