Intervista a Mr. Leather: “Sono gay, feticista e musulmano”

mister leather gay e musulmano Ali Mushtaq
Ali Mushtaq, leatherman, omosessuale e musulmano

Un musulmano ha già vinto un concorso di Mister Gay nel 2012 (era Michael Sinan Thomsen, che concesse una bella intervista al Grande Colibrì) e non sono certo mancate persone di fede islamica nei concorsi per eleggere vari tipi di reginette e reginetti LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersessuali e asessuali). Eppure la partecipazione di Ali Mushtaq a International Mr. Leather ha fatto parlare molto: numerosi media gay hanno titolato su questo feticista gay e musulmano di origini pachistane.

La sua storia è appassionante e affascinante. Già le sue origini familiari sono più complesse di quanto possa descrivere un solo aggettivo. “I miei nonni materni sono arrivati negli Stati Uniti dalla Birmania, l’odierna Myanmar. A quel tempo il governo birmano si impadronì delle attività commerciali e cacciò i proprietari di industrie, come i miei nonni, dalle loro proprietà. Furono costretti ad andare in Pakistan, dove nacque mia madre. Poi andarono negli Stati Uniti. E quando mio padre sposò mia madre, si trasferì negli USA. Così sono nato in California”.

mister leather gay e musulmano Ali Mushtaq
Una fotografia di Ali Mushtaq quando era piccolo

Ali ha avuto un’infanzia tranquilla, forse anche troppo. “Sono cresciuto in una zona conservatrice della California: Orange County. Era un posto con molte famiglie, non c’era molto da scoprire”. Ma le cose sono cambiate con la scoperta della sessualità. “Nei primi anni dell’adolescenza mi sentivo diverso dagli altri ragazzini: non capivo cosa significava essere attratti fisicamente dal sesso opposto, sapevo soltanto che era qualcosa che ci si aspettava da parte mia, stando a quello che vedevo intorno a me. Per fortuna sono cresciuto nell’era di internet e scoprii che ero attratto dagli uomini. Ho esplorato gli yaoi e i bara (manga gay giapponesi) e mi sono scoperto estremamente attratto da quegli uomini. Alla fine, ho iniziato a capire che mi prendevo delle cotte per gli uomini nella vita reale”. Ride.

Ali ha fatto cominq out a 15 anni. “Mi sono dichiarato prima ai miei zii: gliel’ho detto a una festa di famiglia, quando ho menzionato casualmente la cosa a mia zia. Scioccata, lei disse a mio zio di parlarmi. Quella sera mio zio mi portò a fare un giro in macchina e io gli spiegai la situazione. Loro accettarono abbastanza la mia sessualità. Poi lo dissi ai miei nonni. All’inizio pensarono che fossi trans, perché non capivano che si può desiderare il proprio stesso sesso senza essere del sesso opposto. Quel periodo di confusione durò un po’, poi se ne fecero una ragione. Mia madre era in Pakistan in quel periodo, e non era contenta. Ma dopo quella fase mi hanno tutti appoggiato completamente. Sono stato davvero fortunato ad averli nella mia vita”.

Seconde generazioni LGBT – Sono felice perché mi amo

Se le cose con la famiglia sono andate bene, non sono mancati i problemi con alcuni membri della comunità musulmana: “Davvero molte persone dicono che essere gay e musulmani non sono due cose compatibili: ti vedono come un apostata o qualcuno che ha abbandonato l’islam. Ho visto molti commenti online in cui alcune persone hanno attaccato questa identità”. Per molti il problema più grande sono i gusti di Ali, il suo amore per la pelle (leather) e per il sesso BDSM: “Alcuni musulmani non ti riconoscono come musulmano. Altri capiscono l’omosessualità, ma non capiscono l’essere un uomo gay dedito al leather: il leather, per quelle persone, è un tabù”. Non sono mancati neppure duri attacchi verbali, anche se per fortuna mai fisici.

Anche la comunità LGBTQIA e quella leather, comunque, non sono sempre molto accoglienti. A volte l’arcobaleno sembra scolorirsi più o meno inconsapevolmente in un bianco omogeneo. “È come in ogni ambiente in cui sei l’unico di qualcosa. In generale sono stato trattato con rispetto, ma a volte ti senti come se non appartenessi a quella realtà. Quando le persone postano qualcosa su internet, non postano cose a proposito delle tue festività o del tuo stile di vita. Per esempio, quando è ramadan ed eid [festa del sacrificio; ndr], solo poche persone nella comunità leather lo sanno. Invece, quando arriva Natale, tutti, inclusi quelli che non lo celebrano, riconoscono la stagione di festa. Insomma, qualche volta ti senti escluso”.

mister leather gay e musulmano Ali Mushtaq
A Mr. Long Beach Leather e International Mr. Leather

Non manca neppure il pregiudizio esplicito: “Ho visto persone nella comunità leather che dicono: ‘Devi scegliere da che parte stare’ e ‘Non puoi essere entrambe le cose’. Questo non è realistico per molti musulmani gay, e neppure per molti musulmani progressisti”. L’ondata di intolleranza generale sommerge anche la comunità leather: “Si vedono anche un sacco di post politici su Facebook nella comunità leather. Io credo che sia importante riconoscere tutte le forme di ineguaglianza (sessismo, omofobia, razzismo e transfobia), ma certe volte mi pare che l’islamofobia sia qualcosa che le persone nella comunità leather sembrano ignorare”.

La situazione è anche peggiore in Europa rispetto agli Stati Uniti, secondo Ali: “In Europa le questioni relative al razzismo tendono a essere nascoste sotto il tappeto: nella mia esperienza, non ho visto molte discussioni a proposito del colore della pelle e della prevenzione del razzismo nelle comunità BDSM e feticiste europee. Mi sembra che molti europei, soprattutto nella comunità BDSM [cioè dei praticanti di bondage, dominazione e sottomissione, sadomasochismo; ndr], non capiscono cosa significa essere di colore o essere qualcuno che non è bianco: vedo che le persone dicono e fanno cose razziste senza rendersene conto”.

Quando l’arcobaleno è ipocrita: il razzismo nella comunità gay

“In Europa le persone che amano il BDSM o il feticismo hanno paura di alzare la voce contro il bigottismo nelle proprie comunità perché temono di essere emarginate – continua Ali – In America, invece, siamo molto sensibili a queste differenze perché, secondo me, siamo più aperti a discutere di questi problemi”.

raccolta fondiNon mancano però i segnali di speranza, come la crescita delle moschee inclusive e degli imam apertamente apertamente omosessuali: “È bellissimo: ora i musulmani gay hanno un’opportunità e un luogo per esplorare la propria sessualità senza paura di un governo che li perseguiti per il loro orientamento sessuale. Ok, magari hanno ancora problemi con i parenti, gli amici e i membri della comunità, però credo che le moschee gay-friendly, e le moschee più progressiste in generale, possano aiutare le persone gay e progressiste all’interno dell’islam. Creano legami sia religiosi che culturali per una comunità accogliente, ma anche un posto dove si possono sviluppare idee più progressiste a proposito della religione islamica”.

Tra i segnali di speranza Ali indica anche il progetto sostenuto dal Grande Colibrì “Allah Loves Equality“, nato come campagna di sensibilizzazione e che diventerà un documentario sulla condizione delle persone LGBTQIA in Pakistan [Produzioni dal Basso]: “Credo che sia importante per aiutare a raggiungere le persone che hanno bisogno si sentire raccontate le proprie storie. Inoltre, fa capire meglio alle persone fuori dall’islam che l’islam ospita molti tipi diversi di individui. Dimostra che i musulmani non sono tutti terroristi e per questo è un buon progetto”.

mister leather gay e musulmano Ali Mushtaq
Scatti da un servizio fotografico all’aperto di Mushtaq

Con Ali ci unisce la volontà di rompere il muro di silenzio che circonda le persone LGBTQIA di fede musulmana: “Vorrei continuare a parlare a queste comunità e dare una rappresentazione positiva di una persona progressista. Vorrei dare voce alla comunità LGBT in Pakistan e darle un’opportunità di condividere le loro storie, di esprimere le loro opinioni”.

Ma anche una lotta più generale a favore della favolosa pluralità del genere umano, con il suo arcobaleno di colori, credenze, amori e piaceri: “Amare il leather ed essere musulmano è una situazione che mi ha sempre insegnato ad accettare le persone emarginate. Abbiamo bisogno di lavorare per sfidare le ideologie anti-immigrazione e razziste ovunque andiamo. Dobbiamo intervenire e fare entrare le persone di colore nei nostri bar e accettarle, non buttarle fuori. Dobbiamo riconoscere che sono nostri fratelli. Dobbiamo anche alzare la voce se vediamo o sentiamo discorsi d’odio e prendere posizione contro il razzismo”.

 

Wajahat Abbas Kazmi
con la collaborazione di Pier
©2017 Il Grande Colibrì

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