Pride e nozze gay in Asia, il Vietnam supera il Nepal?

400mila persone hanno partecipato alla parata delle barche di Amsterdam, la capitale dei Paesi Bassi: la suggestiva e coloratissima manifestazione nautica è il momento clou delle celebrazioni del Pride olandese. L’evento si è svolto in una città come sempre molto entusiasta, con bandiere arcobaleno che spuntavano da ogni angolo e adornavano anche alcune chiese protestanti. Tra le imbarcazioni dei leathermen e quelle dei poliziotti (sia quelli veri sia i feticisti delle uniformi), la barca più festeggiata è stata quella degli omosessuali della seconda generazione dell’immigrazione turca, tutti vestiti con i colori della bandiera turca: la loro presenza è stata un importante segnale contro chi, negli ultimi mesi, sta presentando l’immigrazione come il più grande rischio per la difesa dei diritti LGBTQ* nel paese (AFP).

Ma quest’anno la capitale olandese non è stata l’unica città a manifestare l’orgoglio delle diversità sessuali ricorrendo a mezzi di trasporto diversi dalle solite gambe e dai soliti carri: ad Hanoi, capitale del Vietnam, centinaia di persone hanno partecipato ad una enorme biciclettata a sostegno del riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso (Tuoi Tre), prospettato di recente dal ministro della Giustizia (Isee).

La società, almeno a giudicare dalla reazione sorpresa ma positiva di chi ha assistito alla manifestazione, sembra pronta a questo importante passo avanti, che, se davvero dovesse essere compiuto dal parlamento locale, renderebbe il Vietnam il primo paese asiatico in cui due gay o due lesbiche potrebbero convolare a nozze ufficialmente (di matrimoni simbolici ce ne sono già parecchi, l’ultimo dei quali in Malesia: The New York Times)

Di questo primato fino a pochi giorni fa sembrava dovesse fregiarsi il Nepal, in cui ormai da anni è stato annunciato il riconoscimento del matrimonio gay. Peccato che la norma, insieme al divieto di qualsiasi forma di discriminazione, anche per orientamento sessuale e identità di genere, dovrebbe essere introdotta nella nuova costituzione, ma, per problemi politici, l’assemblea costituente è stata sciolta e si riformerà solo a fine anno. Insomma, i tempi si prospettano ancora lunghi. Per cercare di velocizzarli e per chiedere al governo di emettere finalmente i nuovi documenti di identità in cui sia possibile indicare la propria appartenenza al terzo sesso (più o meno assimilabile alla transessualità), 2.500 persone hanno manifestato a Pokhara, la seconda città del paese. Il Pride è stato accolto molto bene dalla popolazione (Bikya Masr).

Vivaci proteste ci sono state invece a Gerusalemme, dove qualche centinaio di fondamentalisti ebraici ha protestato contro il contemporaneo Pride nella Città Santa: non accettando di essere ormai una minoranza nel paese, questi irriducibili omofobi hanno comunque rinunciato sia a portare in piazza le scimmie (secondo loro meno “bestiali” dei gay) sia a tempestare i manifestanti di sassi o uova, come avvenuto in passato. E così il Pride di Gerusalemme, da sempre molto politico e critico nei confronti del governo, si è svolto senza incidenti, anche se, come largamente atteso, ha avuto una partecipazione enormemente ridotta rispetto alla spensierata marcia di Tel Aviv: i 4mila convenuti hanno anche ricordato i tre manifestanti accoltellati da integralisti ebraici durante il Pride del 2005 (Jerusalem Post).

E, sempre in Israele, altre vittime dell’odio omofobico sono state ricordate proprio a Tel Aviv, nel terzo anniversario dell’attentato terroristico al centro LGBTQ* Bar Noar: ancora non è chiaro chi abbia ucciso due persone e ferite quindici né quale fosse il suo scopo. I sospetti della comunità omosessuale sono tutti sull’estrema destra israeliana, politica o religiosa. Ieri comunque 500 persone si sono riunite tanto per commemorare le vittime quanto per protestare contro un clima politico non più sopportabile: tra chi nega i riconoscimenti giuridici fatti da Israele e chi nega, per nazionalismo, il problema ancora grave dell’omofobia nello stato ebraico, la popolazione LGBTQ* non riesce a imporre una visione realistica della propria condizione, ricca di luci e di ombre (The Times of Israel).

 

Pier
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