Nero Pakistan: chi si ricorda dei piccoli eroi uccisi?

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Mashal Khan, Malala Yousafzai e Iqbal Masih

Il Pakistan è uno degli stati del mondo in cui i giovani sono la maggioranza della popolazione: il 63% degli abitanti ha meno di 25 anni. In questo paese negli ultimi pochi anni sono stati uccisi tanti giovani innocenti: non sono solo le vittime del terrorismo, ma anche i piccoli grandi eroi ammazzati o minacciati di morte perché lottavano per i diritti degli altri. Non dobbiamo dimenticarli.

Giovedì 13 aprile uno studente di 23 anni dell’università Abdul Wali Khan di Mardan, Mashal Khan, è stato ucciso da una folla per aver pubblicato “contenuti blasfemi online”, anche se in realtà le indagini non hanno trovato nessun contenuto blasfemo.

“Vuole la laicità”: folla uccide uno studente in Pakistan

Khan è stato ucciso per le sue idee, perché parlava per i diritti di tutte le persone, comprese quelle LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali), perché alzava la voce a favore delle donne. Era così forte che aveva protestato contro la propria stessa università quando aveva aumentato le tasse per gli studenti, perché non tutti potevano pagare un importo così alto per studiare. Insomma, la sua battaglia non era per se stesso, ma per le altre persone.

Sua madre ha detto: “Ho baciato le mani di mio figlio, ma erano rotte”. Sua sorella: “Era un ragazzo praticante, era lui a spingermi a completare i miei studi”. Suo padre, un poeta non molto famoso: “È stato ucciso perché guardava il mondo in maniera diversa e per questo lo hanno accusato di blasfemia”.

In Pakistan la blasfemia è un reato punibile con la condanna a morte, in base a una norma chiamata “legge nera”, che ha portato alla condanna a morte di 66 persone. A queste vittime se ne devono aggiungere altre 45 ancora in attesa di giudizio.

Malala Yousafzai [Wikipedia] è la più giovane vincitrice del premio Nobel per la pace, che le è stato assegnato per il suo attivismo a favore dei diritti civili e in particolare del diritto all’istruzione. Il 9 ottobre 2012 alcuni uomini armati sono saliti sullo scuolabus con cui stava tornando a casa e le hanno sparato in testa. Malala è sopravvissuta all’attacco grazie a un intervento chirurgico nell’ospedale militare di Peshawar ed è stata poi curata nel Regno Unito. L’attentato è stato rivendicato dai talebani pachistani, attraverso il loro portavoce Ihsanullah Ihsan, che l’ha accusata di essere “il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”. La sua vita è costantemente minacciata dai fondamentalisti.

Tramite un messaggio video Malala ha condannato l’uccisione di Mashal Khan e ha detto al popolo pachistano che è responsabile per l’islamofobia e per dare una cattiva immagine del paese e dell’islam. Ha aggiunto che questo incidente non era solo di omicidio di uno studente, ma anche incarnato assassinio.

22 anni fa, il 16 aprile 1995, è stato ucciso Iqbal Masih [Wikipedia], un ragazzo pachistano che stava andando in bicicletta a Muritke, il suo villaggio. È stato ammazzato dagli uomini della mafia dei tappeti perché aveva avuto il coraggio di denunciare lo sfruttamento dei bambini che avviene in Pakistan.

Al momento dell’omicidio aveva appena 12 anni. Quando aveva quattro anni era stato venduto dai genitori a una fabbrica di tappeti per 16 dollari. In Pakistan molti bambini non vanno a scuola, ma sono impiegati nell’industria, soprattutto in quella tessile, perché hanno mani piccole particolarmente adatte a lavorare ai telai. Lavorano anche 12 ore o più al giorno, con meno spesa e meno pretese rispetto agli adulti. Spesso, come era successo a Iqbal, sono persino incatenati alle macchine.

Nel 1992, a 9 anni, Iqbal riuscì a scappare e fu salvato dal fondatore del Fronte di liberazione dal lavoro forzato (BLLF), Ehsan Ullah Khan. Il piccolo diventò un simbolo internazionale della lotta contro lo sfruttamento e l’asservimento dei bambini. Si batté nei villaggi del Pakistan per denunciare la condizione di schiavitù in cui vivevano sei milioni di piccoli connazionali, contribuendo alla liberazione di migliaia di bambini e alla chiusura di decine di fabbriche di tappeti. Il suo sogno era diventare avvocato per combattere al fianco dei più piccoli anche in quell’età adulta a cui non arrivò mai.

Da pachistano il 16 aprile, anniversario dell’uccisione di Iqbal Masih, mi sono vergognato perché, navigando su Facebook, ho visto post, video e articoli in memoria di questo bambino solo in Italia. Invece in Pakistan Iqbal è stato proprio dimenticato: nessuno ha parlato di lui, neanche un piccolo post ha ricordato sui social network la sua lotta.

La stessa cosa succederà anche con Mashal Khan: tra un paio di giorni tutti dimenticheranno la sua uccisione. Il suo nome, Mashal, significa “luce di candela”. Noi abbiamo spento quella candela che dava la luce.

Noi pachistani abbiamo ucciso Mashal, abbiamo ucciso Iqbal, abbiamo provato a uccidere anche Malala, che lottava per il diritto allo studio delle ragazze del proprio paese, che si è salvata per miracolo e che oggi vive solo perché ha potuto rifugiarsi fuori dal Pakistan. Ma questi tre giovani, armati solo di penna e istruzione, non volevano altro che cambiare il proprio paese e il futuro degli altri bambini. Onoriamo questi piccoli pachistani che si espongono a rischio della vita: il loro immenso coraggio dovrebbe essere fonte di ispirazione anche per i giovani europei, ma soprattutto per quelli pachistani.

Spero che Mashal Khan non verrà dimenticato come Iqbal Masih e che un giorno Malala possa tornare in Pakistan senza la paura di essere colpita un’altra volta, ma per ora il Pakistan per me è un posto buio dove le candele che danno luce come Mashal Khan vengono spente. Per questo lo chiamo “Nero Pakistan”.

 

Wajahat Abbas Kazmi
©2017 Il Grande Colibrì

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