LGBT, Israele e Palestina: un dibattito impossibile?

E’ dal 2011 che la dirigenza del Centro della comunità LGBT di New York vive come un incubo la guerra israelo-palestinese. Non tanto perché tale guerra è davvero un incubo, quanto perché essa ha ispirato veementi polemiche sul Centro. A febbraio del 2011, l’organizzazione aveva accettato di noleggiare la sede per una festa del gruppo pro-palestinese SiegeBusters, che intendeva raccogliere fondi per la Freedom Flotilla II. Michael Lucas, regista porno russo-statunitense di origini ebraiche, minacciò allora di non finanziare più il Centro e di lanciare una campagna di boicottaggio, alla quale aderirono anche alcuni altri finanziatori dell’organizzazione. La festa venne annullata: non ha nulla a che fare con la questione LGBT, fu la spiegazione ufficiale.

Nuove polemiche seguirono nei mesi successivi, quando il Centro concesse, a maggio, la sede per un incontro dei Queer contro l’apartheid israeliano: in questo caso la questione LGBT era evidentemente centrale e l’organizzazione spiegò che concedeva i suoi spazi a una varietà di associazioni e di voci della comunità, senza che questo significasse, ovviamente, l’adesione a tutte le posizioni espresse. Lucas alzò di nuovo la voce e anche quella volta l’evento fu annullato. A giugno il Centro annunciò una moratoria: la sede rimaneva a disposizione di tutti, tranne di chi voleva parlare del conflitto israelo-palestinese. Questo, tuttavia, non impedì mai di ospitare Lucas, noto attivista pro-israeliano di destra che ha sempre fatto del proprio odio verso i musulmani e i palestinesi un motivo di vanto…

Lo scontro si è acceso ancora di più dopo il recentissimo rifiuto (“per rendere il Centro uno spazio sicuro per gli ebrei“) di ospitare la presentazione del libro “Israele/Palestina e l’internazionale queer” di Sarah Schulman, scrittrice di origini ebraiche, storica attivista lesbica e dirigente di “Voci ebraiche per la pace”, associazione pacifista che chiede la fine dell’occupazione israeliana (Gay City News). Schulman ha accusato il Centro, in un’intervista a Buzz Feed, di “avere convinzioni stereotipate sui ricchi ebrei punitivi che non tireranno fuori i loro soldi ebraici se qualcuno critica Israele“, dimostrando “uno strambo tipo di antisemitismo combinato ad una profonda mancanza di intelligenza e integrità” e generando un paradosso: i dirigenti non ebrei del Centro censurano un’ebrea in nome di una presunta difesa degli ebrei…

La situazione complicata ed imbarazzante ha spinto alla fine il Centro a fare marcia indietro, annunciando in un comunicato stampa che “la moratoria non è più in vigore“: di conflitto israelo-palestinese si potrà tornare a parlare, a patto di non diffondere odio. La decisione ha raccolto reazioni di tiepida approvazione generale: da una parte, alcuni politici filo-israeliani si sono detti soddisfatti, pur chiedendo “categoricamente” e “veementemente” che non si accusi Israele di pinkwashing, ma che anzi lo si elogi per il riconoscimento dei diritti LGBT (New York City Council); dall’altra, i filo-palestinesi Queer contro l’apartheid israeliano temono che le nuove regole del Centro confondano la critica al governo israeliano con l’antisemitismo e continuino invece a chiudere gli occhi di fronte all’islamofobia.

La censura, insomma, sembra aver lasciato il posto ad una guerra fredda. Ad alimentare le tensioni ci pensa, come sempre, Michael Lucas, che ha già annunciato l’inizio di una campagna per boicottare il Centro LGBT: “Vorrei consigliare di smettere di fare donazioni al centro e credo che la città dovrebbe smettere di finanziare un’organizzazione la cui missione originaria di aiuto ai gay è diventata quella di fornire una piattaforma ai gruppi che diffondono l’odio contro gli israeliani. Il Centro LGBT di New York ora sta ufficialmente offendendo gli uomini, le donne, i bambini, gli anziani e i sopravvissuti dell’Olocausto che vivono in Israele” (The Jewish Daily Forward).

Di offese Lucas se ne intende, con le sue frequenti affermazioni sulla pericolosità e l’inferiorità dei musulmani e con i suoi film a luci rosse, dichiaratamente concepiti come strumenti di propaganda politica a favore della destra israeliana. Le sue opere pornografiche gli hanno fatto guadagnare anche il soprannome di “pornografo della Nakba” (l’esodo dei palestinesi): alcune scene di “Dentro Israele”, ad esempio, sono state girate a Lifta, un villaggio fantasma palestinese bombardato ed evacuato dalle truppe israeliane nel 1947-48. Lucas ha finto di non conoscere la tragica storia del luogo e anzi ha commentato sprezzante: “Questo non ha fermato i nostri ragazzi dall’ingropparsi tra loro. […] Questi uomini hanno schizzato i loro semi su tutto il villaggio“.

E proprio in questi giorni circola il nuovo film di Lucas, “Israele senza veli: uomini gay nella terra promessa” (sito web), ambientato prevalentemente a Tel Aviv. Per la prima volta, il regista abbandona il genere porno per dedicarsi ad un documentario che vuole essere “una visita guidata in un paese che è emerso come pioniere per l’integrazione e l’uguaglianza dei gay“. La stessa definizione potrebbe essere usata per i viaggi in Israele offerti gratuitamente ai giovani LGBT di origini ebraiche all’interno dei programmi dell’organizzazione Taglit per “acquisire una migliore comprensione tanto del loro ebraismo quanto dei modi in cui nello stato di Israele la vita LGBT fiorisce e ancora affronta grandi sfide” (Israel Experts). Per fortuna, in questo caso, siamo ben lontani dai toni fanatici di Lucas…

Resta comunque l’amaro in bocca nel constatare come sia sempre difficile parlare serenamente ed obiettivamente della realtà israeliana: una fazione spesso (non sempre, ovviamente) si limita a magnificare gli indubbi progressi a favore degli omosessuali, tace e chiede di tacere sulle altrettanto indubbie violazioni dei diritti umani dei palestinesi perpetrate dal governo israeliano, lancia accuse isteriche di antisemitismo a destra e a manca, si lascia rappresentare un esaltato estremista come Michael Lucas; specularmente l’altra fazione spesso (non sempre, ovviamente) si limita a denigrare come pura propaganda il riconoscimento dei diritti LGBTQ*, tace e chiede di tacere sulla durissima condizione degli omosessuali in Palestina, lancia accuse isteriche di collateralismo con l’estrema destra ed i servizi segreti…

Intanto la realtà israeliana, come quella di quasi tutti gli altri paesi occidentali, è fatta di luci e di ombre, di speranze e di timori: mentre una corte intima al Ministero della difesa di indennizzare una bambina che ha perso in combattimento la compagna di sua madre, facendo compiere un ulteriore passo in avanti al riconoscimento dell’omogenitorialità in Israele (Haaretz), gli Stati Uniti devono concedere l’asilo politico ad un israeliano arabo gay perché la polizia e il governo di Gerusalemme non gli assicurano adeguata protezione dalle minacce ricevute a causa del suo orientamento sessuale (The Jewish Daily Forward).

La realtà, lontana dai trionfalismi degli uni e dalle denigrazioni degli altri, è ben testimoniata da Ilan Manor sul Jewish Daily Forward: il giovane blogger è preoccupato per il massiccio ingresso nella Knesset, con le recenti elezioni, di molti politici omofobi, che hanno chiesto di cancellare gran parte dei diritti delle persone LGBTQ*, ma al tempo stesso riconosce che “i commenti anti-gay fatti dai politici israeliani hanno poco effetto sulla maggioranza delle persone LGBT israeliane, che non sentono alcuna necessità di nascondere il proprio orientamento sessuale“. Manor conclude: “Le persone nella comunità LGBT di Israele hanno accettato una specie di soluzione dei due stati: un’isola di tolleranza [i quartieri gay-friendly di Tel Aviv; ndt] circondata da un paese più grande che ora si sta rivoltando contro di loro“.

 

Pier
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