Saldi al mercato della morte: i delitti dell’ISIS nei media

Vuoi aumentare facilmente i tuoi lettori? Fai un titolo “sexy”. Secondo uno studio condotto su BuzzFeed, il sito che ha fondato il proprio successo su titoli-esca studiati a tavolino, l’aggettivo “this” (questo) all’inizio di un titolo è il quarto strumento più efficace per attirare senza fatica lettori su un post. Ecco spiegato il proliferare di post come: “Questo cane fa acrobazie esilaranti”, “Questo ragazzo non vedeva la sua fidanzata da 12 anni”, “Questa signora insospettabile è una fan di Marilyn Manson”. Il meccanismo è semplice: l’aggettivo “questo” è un invito a venire a vedere, senza però dirlo apertamente e, quindi, senza sembrare petulanti. E’ perfetto per video divertenti e immagini di gattini, ma è ampiamente sfruttato anche da chi vuole attirarvi su siti con virus (come certi post fasulli su Facebook: “Questa donna ha scoperto il marito mentre era a letto con l’amante”).

Questi espedienti da piazzisti, a volte innocui e a volte fastidiosi, ora vengono sfruttati anche per attirare il pubblico sulle immagini dei presunti omosessuali uccisi in Siria e in Iraq dall’organizzazione Stato islamico. Se una parte dei media ha deciso di non pubblicare (o di non pubblicare più) le immagini cruente di persone assassinate in modi sempre più brutali, riconoscendo che pubblicarle significa diffondere i materiali di propaganda dei terroristi, la maggior parte continua imperterrita e orgogliosa a lavorare come “pappagalli” del gruppo fondamentalista (ilgrandecolibri.com) e alcuni hanno appunto deciso di adottare tecniche più sfacciate e più ipocrite per accalappiare il pubblico. Con una svolta sulla quale siamo chiamati ad esprimerci il primo possibile.

Prediamo come esempio il racconto dell’ultimo presunto omosessuale ucciso dai fanatici di Stato islamico ad Al-Raqqa, in Siria, proposto da PinkNews, “il servizio di informazione gay più grande d’Europa” e generalmente non il meno attento su alcune questioni etiche. Il sito sceglie un titolo che inizia con il succoso aggettivo “this”: “Questa folla si è riunita per vedere l’esecuzione di un uomo gay“. Il titolo stuzzicante non vuole farvi capire qualcosa della notizia (non fa il minimo accenno alla Siria o a Stato islamico), ma solo indurvi a farvi una domanda (“Quale folla?”) e a darvi una risposta (“Quella che potrò vedere se farò click sul link”).

Una volta entrati sulla pagina, vi accoglie subito un avviso: “Il contenuto e le immagini all’interno di questo articolo sono estremamente scioccanti“. Sono gentili: vi hanno appena attirati con la prospettiva di foto scioccanti, ma ora vi avvertono che le foto sono davvero “estremamente scioccanti“. O forse vogliono solamente spremere meglio il fascino del morboso che si annida dentro di voi. Si può propendere soprattutto verso questa seconda possibilità dopo la lettura dell’articolo: la foto della folla, pochissime informazioni, la descrizione vaga di ulteriori immagini. Le volete vedere? “Clicca qui“, vi suggerisce il sito, ma attenzione: “Il resto di questo articolo è estremamente scioccante“.

Una volta entrati nella seconda pagina, vi compaiono davanti due fotografie di un uomo mentre viene gettato dalla cima di un palazzo. Sotto, il sito spiega che “gran parte delle immagini sono troppo esplicite per essere mostrate su PinkNews, dal momento che fanno vedere il corpo dell’uomo in mezzo ad un cumulo di macerie“. Vogliono preservare la sensibilità dei loro lettori? Con questa raffinatezza finale, PinkNews cerca di fare la figura del sito responsabile, dopo aver venduto le sue “immagini estremamente scioccanti” con grandissima abilità: ha conquistato le visite grazie ad un titolo furbo e ha moltiplicato per due il numero delle visualizzazioni di pagina grazie al trucchetto del “clicca qui“.

E a gongolare non sarà solo il sito: anche il gruppo Stato Islamico non può lamentarsi, perché per l’ennesima volta il suo materiale di propaganda continua a circolare in libertà, grazie a giornalisti e attivisti che lo ripropongono senza esitazioni, aggiungendo qualche frasetta di circostanza digitata in fretta mentre pensano al titolo più sexy (e meno informativo).

Ma in questo caso a preoccupare non è solo la constatazione della tenuta dell’alleanza di fatto tra una parte consistente della stampa e il terrorismo, fondata sul comune intento di diffondere il più possibile e il prima possibile il materiale propagandistico fondamentalista; e non è neppure solo il dubbio angoscioso sulla moralità e/o sull’intelligenza di chi gestisce l’informazione. I titoli sbarazzini, infatti, sono un’inquietante novità, perché sembrano essere l’indizio che certi drammatici fatti sono diventati, probabilmente a causa dello sfruttamento mediatico intensivo e sfacciato che hanno subito, meno “notiziabili”, cioè che facciano molta più fatica di prima ad attirare l’attenzione del pubblico.

Di fronte al calo di interesse di lettori troppo spremuti, di fronte alla prospettiva che le foto di cadaveri e sangue non siano più sufficienti da sole a raccogliere visualizzazioni di pagina, alcuni giornalisti decidono di adottare tecniche comunicative corrive, come se “vendere” il video di un gattino che gioca con un’iguana sia lo stesso che “vendere” le foto di un uomo ammazzato. Anche i terroristi cercheranno di affrontare un possibile calo di interesse, e per loro c’è un mezzo insuperabile per tenere alta l’attenzione su di sé: scatenarsi in violenze sempre più brutali e produrre immagini sempre più orripilanti, sicuri che i media di tutto il mondo le riproporranno senza tanti scrupoli (magari solo con un avviso un po’ più allarmato: “State per guardare immagini estremamentissimamente scioccanti“).

Questo è il mondo in cui viviamo. Questo è il mondo in cui dobbiamo decidere se fingerci spettatori impotenti o assumerci delle responsabilità: nell’era dei social network, contribuiamo tutti a produrre, diffondere e condividere delle informazioni e queste nostre scelte, direttamente o indirettamente, per una porzione molto grande o molto piccola, hanno delle conseguenze. Insomma, il modo in cui presentiamo (o sfruttiamo) la notizia e le immagini di un uomo assassinato non è solamente una questione di rispetto per chi è morto: è soprattuto una questione di rispetto per chi ancora vive.

 

Pier
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