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È un paradosso storico: il presente sembra plasmato dagli ultimi decenni, non dai secoli e millenni precedenti. Dall’omoerotismo del poeta dell’VIII secolo Abu Nawas all’amore medievale tra Hind e Al-Zarqa, tutta la storia del desiderio queer in Medio Oriente è svanita sotto il tappeto di una storia più breve di desiderio del Medio Oriente. Dai colonialisti ai soldati americani, dall’esotismo di Baudelaire a quello di Hollywood, tra lotta per l’indipendenza e paura di interferenze straniere, Oriente contro Occidente è un sottoprodotto inevitabile, probabilmente vecchio quanto la brama possessiva dei Greci per Troia. Il danno è fatto.

La lotta per i diritti degli omosessuali in Medio Oriente non può chiudere un occhio su questo binarismo. Per raggiungere la liberazione gay, Beirut non può essere Washington o Londra, stessa battaglia in contesti diversi. Anzi, forse serve una lotta diversa proprio a causa della presenza di Londra e Washington.

Progresso e Occidente

Il contesto dato dalla posizione unica del Libano tra Oriente e Occidente è un argomento troppo grande per affrontarlo tutto in un breve articolo. Per farsi un’idea, comincio con “Giorni ubriachi” del drammaturgo siriano Saadallah Wannous, un’opera teatrale del 1997 ambientata a Beirut nel 1930, durante l’occupazione francese. Una scena vivida ci introduce in una famiglia libanese di quattro fratelli, che sorprendono il loro vecchio padre regalandogli un abito sartoriale, una cravatta e un cappello alla Gatsby. L’immediato rifiuto del padre libanese, con i suoi pantaloni tradizionali (sherwal) e il cappello tipico (tarbush), contrasta con lo zelo dei suoi quattro figli, che celebrano i propri look moderni e alla moda, i propri vestiti firmati, nonché la propria scioltezza in francese e la propria eccitazione per il progresso sociale.

Questa scena esemplifica una sorta di scontro intergenerazionale di civiltà all’interno del Libano che somiglia alla lotta per i diritti degli omosessuali nel paese, che lega, anche se erroneamente, il progresso con l’occidentalizzazione.

È già successo lo stesso con i diritti delle donne. In “Women’s Rights in Middle East and North Africa: Progress Amid Resistance” (Diritti delle donne in Medio Oriente e in Africa settentrionale: progressi e resistenze; Freedom House 2010, 604 pp.), Sanja Kelly e Julia Breslin hanno notato come i diritti delle donne in Libano siano stati storicamente negoziati lungo la frattura tra Oriente e Occidente: questo scontro prende a prestito modelli immaginari da entrambi gli emisferi e marchia chi difende il riconoscimento di pieni diritti per le donne come “troppo occidentalizzato“. D’altra parte, gli oppositori dei diritti delle donne, donne incluse, sono accusati di essere intrinsecamente arretrati e “troppo orientali – la stessa denuncia rivolta in “I giorni ubriachi” al padre amante delle tradizioni, il cui rifiuto degli standard occidentali diventa un rifiuto di inchinarsi ai venti della modernità stessa.

fez tarbush cappello occidentale

“Chi possiede la lotta?”

L’impatto reale di questa conflittualità tra diritti e geografie si nota in articoli come “Chi possiede la lotta per i diritti LGBT+ nel mondo arabo?”, pubblicato in seguito alle dichiarazioni del primo ministro lussemburghese a sostegno dei diritti degli omosessuali in una conferenza euro-araba. Questo articolo, anche se giustamente si domanda se i diritti degli omosessuali dovrebbero sorgere all’interno o all’esterno della regione, ci racconta la delicatezza dell’argomento in sé: il refrain del salvatore occidentale che viene a liberare l’Oriente per amore della libertà, una promessa con conseguenze disastrose in Iraq.

Questo esame ravvicinato di ogni cenno dell’Occidente sull’agenda progressista dell’Oriente è accompagnato da un esame più attento di ogni tentativo all’interno dell’Oriente di avvicinarsi all’Occidente. L’esempio migliore è il rifiuto del Beirut Pride di organizzare una tipica parata dell’orgoglio nella sua prima edizione del 2017 . Nella descrizione dell’evento sul suo sito si legge: “Il Beirut Pride non è una piattaforma occidentale, importata, e il suo programma e le sue iniziative sono locali e riflettono le specificità e le sottigliezze dei complessi tessuti sociali libanesi“.

Patriarcato e occultamento

Uno studioso libanese che ha predetto questa confusione tra Oriente e Occidente, tra passato e presente, tra etero e omosessualità, è Tarek El-Ariss. In “Trials of Arab Modernity: Literary Affects and the New Political” (Prove di modernità araba: affetti letterari e nuova politica; Modern Language Initiative 2013, 248 pp.), il lettore ha la sensazione che ciò che è moderno nella società araba non è né il termine “gay” né sicuramente le bandiere arcobaleno, ma sono le istituzioni all’interno della regione come il matrimonio e lo stato-nazione a essere moderne. E sono moderni allo stesso modo i loro nuovi sforzi per nascondere e occultare le identità, che, invece, sono rimaste storicamente invariate.

In un’altro scritto, “Ottomania: Boy Love, Incest, and the Arab Spring” (Ottomania: l’amore per i ragazzi, l’incesto e la primavera araba; capitolo di “Essays on Heritage, Tourism and Political Society in the MENA Region”, a cura di Dieter Haller, Achim 2015), El-Ariss arriva a definire la mascolinità araba come un sottoprodotto moderno della divisione Oriente-Occidente, sostenendo che la sua nascita coincida con un periodo di maggiore antagonismo con l’Occidente: nella politica trova la propria legittimità un nuovo patriarcato sociale, un machismo che dissimula la propria novità proprio nascondendo ciò che è radicato e antico, cioè le donne emancipate e gli omosessuali.

Rayyan Dabbous per openDemocracy
scrittore e drammaturgo libanese
traduzione di Pier Cesare Notaro
©2019 Il Grande Colibrì
foto: elaborazione da Ali A. Awada (CC BY-SA 4.0) / Il Grande Colibrì

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