Omofobia, in Libano ed Egitto gli artisti si mobilitano

Sai che nel XXI secolo ci sono ancora persone che vengono picchiate, discriminate, arrestate e a volte persino uccise solo perché sono LGBT (lesbiche, gay, bisessuale o transgender)? Non c’è niente di vergognoso nell’essere diversi: è vergognoso, invece, essere contro la diversità. Potrebbe capitare a tuo fratello, a tua sorella, al tuo vicino, alla tua amica, al tuo collega o alla tua preside: anche se non riconosci l’esistenza di queste persone, non significa che non esistano. E protestare contro questa ingiustizia non basta: dobbiamo combattere tutti insieme per cambiare le leggi ingiuste e sostituirle con leggi che proteggano tutti i cittadini. Perché le leggi dovrebbero essere fatte per proteggere, non per discriminare. Perché siamo nati tutti liberi e uguali. E non c’è bisogno che tu sia omosessuale per difendere i diritti delle persone LGBT: è sufficiente che tu sia umano“.

Queste belle parole arrivano dal Libano, paese dove l’articolo 534 del codice penale (che prevede il carcere per chi abbia rapporti sessuali “in contrasto con le leggi della natura“) non è stato ancora abrogato, nonostante i giudici nel 2009 e ancora nel 2014 lo abbiano dichiarato inapplicabile perché troppo vago e perché, in ogni caso, “l’identità di genere non è definita soltanto dai documenti legali e l’omosessualità è un’eccezione alla prassi, ma non è innaturale” (ilgrandecolibri.com). Soprattutto, il discorso con cui abbiamo aperto è contenuto in un video (qui sotto) di Proud Lebanon al quale hanno partecipato tante personalità molto note del mondo del cinema, della musica e della stampa libanesi, dalla regista Zeina Daccache all’attore Fouad Yammine, dal cantante Bruno Tabbal alla giornalista Medea Azouri.

Ma se i VIP libanesi hanno fatto un gesto importante, in Egitto l’attrice Mona Hala ha avuto ancora più coraggio. Durante un’intervista in tv (video sotto), ha sostenuto che nelle carte di identità non dovrebbero essere indicate religione e sesso delle persone: “Perché il governo deve sapere queste cose? Perché è così importante se sei un uomo o una donna?“. Il conduttore, perplesso, l’ha fermata chiedendole cosa succederebbe se un uomo si vestisse da donna. Hala ha prontamente replicato: “Non credo che siano affari del governo“. E gli omosessuali? L’attrice, mantenendo una calma imperturbabile, ha risposto senza esitazioni: “Dovrebbero essere liberi. L’omosessualità esiste dall’antichità, la storia è piena di omosessuali – e chi siamo noi per giudicarli? La natura li ha creati così!“.

La presa di posizione di Hala è particolarmente importante perché l’attrice non si è astenuta dal criticare anche precise politiche del governo, con osservazioni puntuali e anche battute di serafico sarcasmo: “Alessandro Magno ha costruito Alessandria, ma era omosessuale: per questo dovremmo distruggere la città o cambiarle il nome?“. Il regime militare “laico” attua una repressione così forte da rendere rare le critiche in generale, figurarsi quelle fatte in tv e indirizzate a elementi costitutivi dell’ideologia del potere, come lo è la persecuzione degli omosessuali: Hala ha sorriso tutto il tempo, ma dietro quei sorrisi c’era un sonoro schiaffo alle regole imposte dai padroni del paese.

Le prese di posizione degli artisti libanesi e di Mona Hala sembrano al tempo stesso potenziali motori di cambiamenti futuri e frutti di cambiamenti già avvenuti: sotto la scorza dell’ideologia ufficiale, costantemente ribadita – spesso con crudeltà crescente – dall’oligarchia politico-economico-religiosa e dai gruppi terroristici dei paesi musulmani, qualcosa si muove. Ad esempio in Turchia il governo da anni scivola costantemente dal moderatismo centrista al conservatorismo autoritario, ma la società lancia segnali opposti: se ancora nel 2013 il 78% dei turchi reputava inaccettabile l’omosessualità (dati Pew Center), oggi questa percentuale è crollata al 62% (todayszaman.com). Il tasso di omofobia è ancora molto alto, ma un calo di più di 15 punti percentuali in due anni resta impressionante e alimenta grandi speranze.

Speranze che, però, non devono farci perdere di vista quanto la strada per il rispetto dei diritti delle persone LGBT sia ancora lunga e piena di ostacoli in tutti i paesi a maggioranza musulmana, come dimostrano le feroci minacce lanciate dal presidente del Gambia, Yahya Jammeh: “Se qui in Gambia sei un uomo e fai sesso con un altro uomo, ti taglierò la gola. Se sei un uomo e vuoi sposare un altro uomo in questo paese e noi ti scopriamo, sparirai dalla vista di chiunque e nessun bianco potrà farci nulla” (vice.com). O come dimostra, nel confinante Senegal, il clamore attorno al processo ad un presunto trio di estorsori: la stampa racconta particolari scabrosi (e piuttosto inverosimili) per dipingere le due donne come due lesbiche diaboliche e l’uomo come gay (actusen.com).

 

Pier
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