Outsport: combattere l’omofobia e la transfobia nello sport

il calcio non sport unicamente per i maschi
Lo sport non deve discriminare ragazze e ragazzi

Oustsport, la prima iniziativa a livello europeo creata per raccogliere documentazione scientifica sul fenomeno dell’omotransfobia nello sport, si pone l’ambizioso obiettivo di valorizzare il mondo sportivo come luogo di formazione e contrasto alle discriminazioni in continuità con la scuola e con la famiglia. Nata alcuni anni fa, Outsport è entrata a far parte del progetto Erasmus+, cofinanziato dall’Unione Europea. Abbiamo intervistato Rosario Coco, uno dei fondatori dell’iniziativa, che è anche project manager Erasmus+.

Quali sono gli obiettivi del vostro progetto?

Sin dall’inizio la nostra idea è stata quella di lavorare sulle discriminazioni contro le persone LGBTI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali) in maniera innovativa, dal punto di vista dei target, delle metodologie e di un approccio non più meramente identitario, ma concettuale, basato sulla radice sessista e maschilista del pregiudizio omotransfobico.

Come siete riusciti a coinvolgere l’Unione Europea?

Grazie a persone che avevano già esperienza, come per esempio Klaus Heusslein, ex co-presidente della European Gay and Lesbian Sport Association, che ci ha aiutato a individuare le associazioni partner, e a uno staff europeo e italiano che riassume diverse esperienze professionali e di attivismo. Nel maggio 2016, dopo due tentativi di presentazione della application, siamo riusciti a presentare il progetto con Gaycs, dipartimento LGBTI dell’ente di promozione sportiva AICS (Associazione Italiana Cultura e Sport), come promotore nell’ambito dell’azione Sport del programma Erasmus+. Ci eravamo dati l’ambizioso obiettivo di realizzare la prima ricerca europea sulle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere nello sport.

Si tratta di una ricerca molto importante: ci racconti come è nata?

Quando abbiamo scritto il progetto, nella prima versione del 2015, era da poco uscito “Out on the fields” (Fuori in campo), realizzato in Australia da Erik Denison, il primo studio specifico al mondo, che copriva principalmente Australia, Stati Uniti e Regno Unito. Oltre a quello c’era solo un dato sul sondaggio dell’Agenzia dell’UE per i Diritti Fondamentali (FRA) del 2012, per cui metà del campione (94mila persone in tutta l’Unione Europea) dichiarava di evitare determinati luoghi per paura di vivere apertamente la propria identità; tra loro, il 42% sosteneva di evitare gli ambienti sportivi. Data questa scarsezza di dati, abbiamo coinvolto la Deutsche Sporthochschule (Università dello sport tedesca) di Colonia, un’eccellenza mondiale nel settore, che dispone al suo interno anche di un dipartimento di sociologia e studi di genere.

Come si è svolta la ricerca? Quali risultati vi aspettate?

Abbiamo realizzato un questionario attraverso una consultazione molto fruttuosa tra tutti i partner. Ognuno ha fatto il suo, dall’esperienza accademica a quella dell’attivismo sul campo, passando per diverse professionalità. Tutto ciò ci permetterà di avere più informazioni sull’esperienza concreta degli atleti LGBTQIA e di chi, più in generale, ha subito omotransfobia nello sport (anche le persone eterosessuali possono essere colpite da questa tipologia di discriminazione). A febbraio inizierà la diffusione via web, con una specifica campagna social nelle diverse lingue del progetto.

Gli sport sono di certo una grande opportunità per promuovere il rispetto per le identità di genere e gli orientamenti sessuali. Tuttavia in alcuni ambienti sportivi, come quello del calcio, sembra difficile riuscire anche solo a vincere l’omofobia – anche se alcuni paesi come la Germania sono più impegnati di altri su questo fronte [Il Grande Colibrì]. Cosa si può fare?

Occorre rovesciare la prospettiva: intervenire non si può, si deve! Che lo si voglia o no, che si parli dei ragazzi che giocano per strada, dei campioni che sono un esempio per tutti o dei tifosi, lo sport è uno spazio di educazione – o di diseducazione. Outsport, concentrandosi sullo sport di base, ha individuato alcuni meccanismi di intolleranza e discriminazione che sono comuni a molte discipline.

E quali azioni avete sviluppato?

Prima di tutto abbiamo creato i Rainbow Tips (Consigli arcobaleno), uno dei primi risultati della campagna di sensibilizzazione. Successivamente gli obiettivi che abbiamo individuato per utilizzare lo sport come strumento educativo sono state la formazione dei formatori e la costruzione del Final Training Toolkit, strumenti utili per gli operatori dello sport. Infine, al termine del progetto è prevista una relazione per la Commissione europea. Nei prossimi mesi cercheremo poi di coinvolgere atleti e atlete celebri che sostengano la nostra causa, in particolare dando visibilità alla ricerca scientifica e al questionario che verrà lanciato a febbraio.

Il vostro progetto riguarda cinque nazioni: Italia, Scozia, Germania, Austria e Ungheria. Come mai avete scelto di proporre Outsport in questi stati, apparentemente molto distanti tra loro riguardo al rispetto nei confronti delle sessualità “non conformi”?

La filosofia generale della programmazione europea 2020, in cui si inserisce il programma Erasmus+, ci chiede in buona sostanza di mischiare le carte, di condividere abilità, culture e conoscenze, di metterci in gioco. L’Unione Europea ha diversi limiti, strutturali e politici, ma esperienze di questo genere sono molto utili in un periodo storico in cui si alzano muri, anzi forse sono anche un punto di partenza per provare a risolvere i limiti dell’UE.

Quali sono le realtà coinvolte?

Il partenariato è stato costruito a partire dall’ente capofila, AICS. Abbiamo subito individuato nell’università dello sport di Colonia il partner ideale per la riuscita della ricerca. Poi abbiamo pensato a un’associazione di grande esperienza sul tema e con diversi progetti all’attivo nell’ambito dello sport di base come LEAP Sport Scotland (Leadership, uguaglianza e partecipazione attiva negli sport per le persone LGBTI in Scozia). Abbiamo quindi trovato nel Vienna Institute for International Dialogue and Cooperation (Istituto per il dialogo internazionale e la cooperazione di Vienna; VIDC) un soggetto esperto in progetti contro le discriminazioni che hanno coinvolto le grandi istituzioni del calcio come l’UEFA. Infine, abbiamo scelto l’associazione ungherese Friss Gondolat Egyesület (Organizzazione per idee fresche; FRIGO) per contribuire allo sviluppo di questi temi in un paese in grave difficoltà sul piano democratico.

Come vi dividete i compiti?

Colonia si occupa della ricerca, LEAP del follow-up e dei nuovi progetti, AICS e VIDC insieme stanno curando gli Info Day, mentre FRIGO, aiutata da tutti noi, ha l’importante compito di organizzare la conferenza finale a Budapest a fine 2019.

Come pensate di agire in un’Ungheria che appare sempre più insensibile ai temi dei diritti?

In effetti FRIGO aveva organizzato gli Eurogames (i giochi LGBTI europei) nel 2012, ma da allora la situazione è notevolmente peggiorata, al punto che abbiamo avuto notevoli difficoltà anche a trasferirgli la quota di budget, per via della legge approvata la scorsa primavera che limita i finanziamenti dall’estero a enti e associazioni. Quindi partiamo dalle basi, per esempio, oltre ai Rainbow Tips [Outsport], fornendo alcune conoscenze essenziali e contestualizzate nel mondo dello sport [Outsport], ovviamente anche in ungherese. Inoltre abbiamo supportato la nascita di una rete: grazie al corso di formazione per formatori, gli attivisti di FRIGO sono entrati in contatto con una ricercatrice in psicologia sociale molto preparata sui nostri temi, con cui hanno già realizzato un evento lo scorso mese, e con Foldi Lazlo, formatore per il Consiglio d’Europa nell’ambito del No Hate Speech Movement (Movimento contro i discorsi d’odio).

Dopo le cinque nazioni coinvolte, pensate a una possibile estensione del progetto a tutti gli stati dell’Unione Europea?

Certo, il progetto si presta a più di un follow-up, a partire dai risultati della ricerca, che può essere estesa anche agli altri paesi. La comunicazione, che parla già quattro lingue, potrebbe svilupparsi fino alla realizzazione di un magazine tematico sull’argomento, magari aperto anche a prospettive extra-europee. Infine, dopo aver formato i formatori e aver realizzato il Training Toolkit, la formazione va messa in pratica a livello locale con le National Trainings, che richiedono nuovi sforzi di progettazione a livello nazionale ed europeo. Tra i nostri obiettivi finali c’è la presentazione di una relazione alla Commissione per promuovere il tema dell’omotransfobia all’interno del prossimo Piano Europeo sullo Sport. La lotta all’omotransfobia nello sport, ad esempio, interessa anche le donne eterosessuali, spesso “accusate” di essere lesbiche perché fanno sport: è un passo avanti rispetto alla semplice idea della “presenza” delle donne nello sport.

Michele
©2018 Il Grande Colibrì

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