Dal web la primavera araba LGBT – 1. Boom di internet

computer in un ufficio governativo di Dubai
Nuove tecnologie in un ufficio governativo di Dubai

Spesso gli osservatori occidentali non riescono a vedere i cambiamenti sociali all’interno del mondo musulmano. Durante le rivoluzioni della primavera araba del 2011, gli analisti esterni avevano predetto fiduciosi che le rivolte avrebbero marginalizzato il movimento jihadista in favore dei riformisti più moderati e democratici.

Invece è successo l’opposto: una mobilitazione jihadista senza precedenti ha ispirato legioni di combattenti da tutto il mondo e ha ridotto a pezzi, o minacciato di ridurre a pezzi, quasi una decina di paesi [Foreign Affairs]. Questo è successo in larga parte perché il collasso dei vecchi regimi, che avevano combattuto l’islamismo all’interno dei propri confini, ha creato nuovi spazi per i jihadisti, sia nel senso di territori non governati [Pragati] sia in quello di spazi discorsivi in cui gli estremisti hanno potuto impegnarsi nuovamente nella da’wa (proselitismo).

Oggi nel mondo arabo si sta dischiudendo un nuovo tipo di spazio discorsivo, che promuoverà un insieme di idee molto diverso. Nell’aprile del 2011 gli attivisti per i diritti umani del Bahrein hanno creato uno spazio di questo tipo con il lancio del sito web Ahwaa (Desideri), il primo forum online per la comunità LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale. Esra’a al-Shafei, co-fondatrice del sito, ha presentato gli obiettivi del progetto con modestia, spiegando che Ahwaa voleva essere “una rete di sostegno” per la “comunità LGBTQ”, ma anche una risorsa per “chi vuole saperne di più interagendo con persone” LGBTQI [Design Observer].

Anche se allora pochi lo notarono, il progetto apparentemente innocuo di Ahwaa era in realtà rivoluzionario. In Medio Oriente e Africa settentrionale il tema dell’omosessualità non solo è stigmatizzato, ma di solito è criminalizzato e bandito dalla sfera pubblica [Foreign Affairs]. La creazione di una piattaforma online in cui le persone LGBTQI potessero discutere senza problemi di temi legati alla propria vita, come le relazioni amorose o la tensione tra islam e diritti gay, è stata infatti una sfida diretta a norme culturali e religiose profondamente radicate.

Ahwaa preannuncia un’ondata di idee provocatorie che, spinte da una penetrazione di internet sempre più rapida, sommergerà presto i paesi a maggioranza musulmana.

Le comunicazioni online per loro natura offrono ai gruppi sociali e politici emarginati uno spazio per organizzarsi, mobilitarsi e, infine, sfidare lo status quo. In Medio Oriente e in Africa settentrionale, spazi online come Awhaa daranno alle minoranze sessuali la possibilità di affermare la propria identità, i propri diritti e il proprio ruolo nella società.

Inoltre internet amplificherà discorsi critici nei confronti della fede islamica, o della religione in generale, e rafforzerà le identità dei laici, degli atei e anche degli apostati. L’emergere di questi discorsi critici verso la religione innescherà a sua volta la reazione delle forze conservatrici che temono lo sradicamento delle credenze e delle identità tradizionali [Foreign Affairs]. Chiunque sappia a quali segnali guardare dovrebbe vedere lo tsunami sociale in arrivo.

* * *

In Occidente gli ultimi vent’anni hanno visto una rivoluzione estremamente rapida nei diritti delle persone LGBQTI. Nel 1996 il presidente democratico degli Stati Uniti Bill Clinton ha ratificato il Defense of Marriage Act (legge di difesa del matrimonio) che definiva le nozze come l’unione tra un uomo e una donna. 12 anni dopo, in corsa per le presidenziali del 2008, il candidato democratico Barack Obama ancora difendeva questa definizione, aggiungendo: “Non sono una persona che promuove il matrimonio tra persone dello stesso sesso”.

Ma l’opinione pubblica si è spostata rapidamente sulla questione. Dal 2011 sono più le persone che appoggiano il matrimonio gay di quelle che si oppongono [Pew Research Center]. E quando Obama ha lasciato il suo incarico, non solo le nozze omosessuali erano un diritto costituzionalmente protetto, ma non era neppure concepibile che un candidato democratico potesse opporvisi. In effetti la trasformazione ha riguardato entrambi i due grandi partiti: l’attuale presidente Donald Trump è senza dubbio il candidato repubblicano più favorevole alle persone LGBTQI di tutti i tempi.

Il crescente accesso a internet è stato centrale per questa rivoluzione. Joe Kapp, un imprenditore che si identifica come LGBTQI, ha descritto sull’Huffington Post come la rivoluzione delle comunicazioni online “ha permesso alle persone LGBT di collegare diverse aree geografiche”, di “trovare i partner in modo sicuro e discreto” e di “imparare che non sono sole, indipendentemente da dove vivono”.

Con più fiducia e visibilità, le persone LGBT hanno potuto muovere l’ago della bilancia sul matrimonio gay, prima a piccoli passi e poi, quando l’opinione pubblica ha iniziato a spostarsi, in modo più deciso. Come scrive Kapp, “basta guardare il mare di segni di uguale rossi che ha inondato Facebook a sostegno del matrimonio egualitario per capire l’impatto potenziale della condivisione delle idee attraverso i nuovi social network”.

Ora l’accesso a internet sta crescendo velocemente anche fuori dall’Occidente. Nei paesi a maggioranza musulmana i tassi di penetrazione di internet, che misurano la percentuale della popolazione di un paese con accesso a internet, per molto tempo sono rimasti inferiori a quelli del “mondo sviluppato”, ma la situazione sta cambiando. Secondo Internet World Stats, nel 2010 i tassi di penetrazione di internet erano solo del 10,9% in Africa sub-sahariana e del 29,8% in Medio Oriente. Al contrario in Nord America il tasso era del 77,4% [Our Desk Drawer].

Ma nel 2016 la penetrazione di internet era cresciuta al 28% in Africa sub-sahariana e al 57% in Medio Oriente [Internet World Stats]. Infatti alcuni paesi musulmani sono stati all’avanguardia nel boom globale dell’accesso a internet: il tasso dell’Arabia Saudita è più che raddoppiato tra il 2007 e il 2016, mentre il tasso della Tunisia nello stesso periodo è salito dal 13% fino a sfiorare il 50%.

Questo boom è avvenuto in alcune delle società più conservatrici del pianeta, dove le idee contrarie o critiche nei confronti di un’interpretazione rigida dell’islam sono spesso stigmatizzate o anche punite. Per quanto riguarda la sessualità, per esempio, la maggior parte delle società musulmane considerano tabù le discussioni sull’omosessualità e sui diritti delle persone LGBTQI e spesso istituzionalizzano la discriminazione contro queste persone attraverso il sistema legale.

Gli atti omosessuali sono illegali in tutti i paesi a maggioranza musulmana del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, con l’eccezione di Giordania e Bahrein. Molti stati giudicano l’omosessualità come un reato che può essere punito con la morte [ILGA]. Oltre alla violenza statale, le persone che si identificano come LGBTQI possono essere minacciate da giustizieri: per esempio, nel 2014 un uomo pachistano ha ucciso tre gay che aveva incontrato online, spiegando che lo aveva fatto per mandare un messaggio sui “mali” dell’omosessualità [The Express Tribune].

In tutta la regione le autorità religiose conservatrici hanno giocato un ruolo cruciale nel plasmare gli atteggiamenti dell’opinione pubblica e nello stabilire norme sociali sull’omosessualità. Per esempio, nel 2007 un membro del Ministero degli affari religiosi algerino ha descritto l’omosessualità come una “inversione contro natura che deve essere curata” [Muftah].

Yusuf Qaradawi, famoso predicatore basato in Qatar, ha descritto l’omosessualità come un “atto perverso” [Fordham International Law Journal] e ha approvato l’uccisione degli omosessuali nel libro “Al-Halal wa al-Haram fi al-Islam” (Il permesso e il proibito nell’islam). Si tratta dello stesso Qaradawi che John Esposito, studioso della Georgetown University, ha lodato sulla Boston Review per la sua “interpretazione riformista dell’islam”, a dimostrazione di quanto i discorsi anti-gay degli esponenti religiosi siano stati normalizzati nei paesi a maggioranza musulmana.

C’è poco da stupirsi se le persone critiche nei confronti della religione, come apostati, atei e bestemmiatori, sono stigmatizzati allo stesso modo. Una ricerca del Pew Research Center del 2016 ha evidenziato come 18 dei 20 paesi in Medio Oriente e in Africa settentrionale considerino reato la blasfemia, mentre 14 proibiscono l’apostasia. Lo stigma contro l’apostasia è così potente che quando la Dar Al-Ifta (Casa della fatwa) egiziana, un ente religioso ufficiale, ha annunciato che c’erano 866 atei nel paese (una cifra straordinariamente precisa e ridicolmente bassa), gli studiosi dell’istituzione hanno avvertito che il dato avrebbero dovuto “far suonare i campanelli d’allarme” [The Guardian].

Anche in paesi con regimi legali relativamente tolleranti, come il Libano, i discorsi critici con la religione sono limitati. La violenza dei giustizieri minaccia gli atei e talvolta anche chi difende la libertà religiosa. Salman Taseer, ex governatore della provincia pachistana del Punjab, ha criticato con coraggio e ad alta voce la legge sulla blasfemia del suo paese, descrivendola anche come “una legge che giustifica gli estremisti e i reazionari che perseguitano le persone più deboli e le minoranze” [The Express Tribune]. Per questa sua presa di posizione Taseer è stato ucciso nel gennaio del 2011 dalla sua stessa guardia del corpo, Mumtaz Qadri, un fervente islamista.

All’omicidio di Taseer è seguita la rabbia popolare, di cui però una porzione significativa si è diretta contro il governatore ucciso e non contro l’assassino. L’organizzazione religiosa pachistana Jamaat Ahle Sunnat (Partito dei sunniti), che è considerata come mainstream e non estremista, ha pubblicato una dichiarazione per avvertire che “non si dovrebbe essere nessuna espressione di dolore o di simpatia per la morte del governatore, dal momento che chi sostiene la blasfemia nei confronti del profeta sta egli stesso commettendo blasfemia” [The Guardian].

Quando Qadri è andato a processo, gli avvocati gli hanno lanciato sopra petali di rosa mentre entrava in tribunale [Dawn]. Qadri è stato osannato come un eroe da decine di migliaia di manifestanti dopo che lo stato lo ha giustiziato e oggi sul luogo in cui è stato sepolto a Islamabad sorge un santuario [Dawn].

In un ambiente così ostile, sia le persone che criticano la religione sia quelle LGBTQI sono spesso obbligate a rimanere nell’ombra: per ragioni di legalità e di sicurezza personale, parlare a voce troppo alta può essere una cattiva idea. Ma la crescente penetrazione di internet cambierà questa dinamica.

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Daveed Gartenstein-RossNathaniel Barr per Foreign Affairs
traduzione di Pier
©2017 Foreign Affairs – Il Grande Colibrì

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