Proteste anti-gay in Africa: la tempesta dopo la quiete?

Il concerto di Lucius Banda, uno dei musicisti più famosi del Malawi, si è concluso all’improvviso e senza spiegazioni. Solo il giorno dopo Banda ha svelato il mistero su Facebook: “Ho avuto problemi a continuare dopo aver notato due uomini in atteggiamenti tanto intimi da arrivare persino a baciarsi“. Un po’ perché sotto shock e un po’ per evitare che l’annuncio della presenza di due gay scatenasse una sommossa, il musicista ha preferito sospendere lo show [nyasatimes.com]. Solo pochi giorni fa il governo del Malawi ha ribadito che è sospesa l’applicazione delle norme penali sull’incarcerazione degli omosessuali [ilgrandecolibri.com]: a dimostrare quanto siano forti le resistenze ai piccoli passi avanti nell’accettazione delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) in Africa ci pensa la reazione di Banda in Malawi. E ci pensa anche la polemica in Senegal dopo la liberazione di 11 presunti omosessuali.

MALAWI: UNA MORATORIA SENZA AMORE

Gli effetti della moratoria in vigore in Malawi, che evita la condanna dei rapporti omosessuali senza decriminalizzarli, non sono da sopravvalutare: l’omofobia crea grossi danni anche quando non è spalleggiata dalla legge. A Mzuzu, nel nord del paese, un istituto superiore ha cacciato uno studente e un cuoco perché sospettati di essere gay. Il vice-capo degli insegnanti ha ricordato che “la scuola non può permettere che si promuova uno stile di vita peccaminoso“. Lo studente ha commentato: “Ai giorni nostri è ridicolo essere esclusi dalla propria scuola perché si è gay” [nyasatimes.com]. E neppure il governo sembra molto convinto delle proprie aperture: Peter Makawa, giornalista della TV di stato, rischia un’azione disciplinare per aver fatto una domanda sui diritti LGBT al presidente della repubblica [nyasatimes.com].

L’opposizione ha posizioni spaventosamente più nette: Ken Msonda, portavoce del Partito del popolo (PP), ha sostenuto, al grido di “il diavolo non ha diritti!“, che gay e lesbiche sono figli del demonio: “Arrestarli non risolverà il problema, perché prima o poi saranno rilasciati sotto cauzione. Il modo migliore per affrontare il problema è ucciderli!” [nyasatimes.com]. Se toni così estremi non sono per fortuna maggioritari, bisogna notare però la timidezza di alcuni dei difensori della depenalizzazione dell’omosessualità. Per esempio, Scotch Kaunda su nyasatimes.com perora la cancellazione delle norme anti-gay “perché non siamo una teocrazia“, ma ci tiene a precisare che “l’omosessualità per la Bibbia non è uno stile di vita sessuale legittimo, cioè è peccato indulgere in relazioni omosessuali“.

Allo stesso modo il controverso pastore Hastings Salanje ha sostenuto che bisognerebbe legalizzare le unioni omosessuali perché, nonostante il fatto che l’omosessualità sarebbe un peccato “disgustoso“, “un paese appartiene a tutti, agli omosessuali, ai santi e ai peccatori: un paese dovrebbe essere un posto in cui tutti si sentano bene e a casa” [nyasatimes.com]. Ma nel dibattito sociale e politico peseranno sicuramente molto di più le parole di monsignor Luka Msusa, arcivescovo cattolico di Blantyre, che ha esortato il parlamento a difendere la famiglia cristiana contro “le forze malvagie che promuovono lo stile di vita omosessuale a noi estraneo“. Musa ha anche sostenuto che la soluzione non sarebbe il carcere, ma convincere gli omosessuali a diventare eterosessuali [nyasatimes.com].

SENEGAL: LIBERAZIONE E INDIGNAZIONE

Più di 6mila chilometri separano il Senegal dal Malawi, cambia la cultura e cambia la religione maggioritaria, ma certi discorsi sono sorprendentemente simili. Dopo la liberazione di 11 presunti omosessuali [ilgrandecolibri.com], le critiche sono feroci. La potente organizzazione islamica Jamra, pur invitando a evitare qualsiasi tipo di radicalizzazione, ha manifestato tutta la propria indignazione [senxibar.com], mentre il giovane farabutto Serigne Modou Bousso Dieng ha invitato il presidente Macky Sall, su cui, secondo alcuni osservatori, avrebbe una certa influenza, a “non lasciare impuniti atti così contrari alla natura come l’omosessualità” [dakaractu.com]. E l’Unione popolare (RP) promette di “combattere certe pratiche che offendono la moralità e l’integrità della nostra comunità” [lequotidien.sn].

Non mancano neppure in Senegal giornalisti che difendono la depenalizzazione dell’omosessualità, anche se con toni generalmente moderati e spesso ambigui. Per esempio, Sodjago Ankou scrive, in un editoriale su senenews.com: “Le norme avrebbero voluto che l’omosessualità, non essendo riconosciuta dalla legislazione senegalese, non avesse luogo sul nostro territorio. I difensori dei diritti umani hanno più volte denunciato le violenze esercitate su queste persone che praticano queste relazioni contro natura. E’ sicuramente vero che il Senegal ha una maggioranza musulmana che non ammette l’omosessualità, ma bisognerebbe dare forza alla legge e non alle vendette popolari“.

MEGLIO LA MORTE O L’ASSENZA DI DIRITTI?

Se in Malawi fare coming out richiede sempre molto coraggio, Eric Samisa, un ragazzo di 26 anni, ha dimostrato un’audacia senza uguali: ha dichiarato la propria omosessualità in televisione, illustrando tutti i problemi che le persone LGBT devono affrontare nel paese. “Il nostro governo omofobo dovrebbe uccidere e eliminare i gay, oppure dovrebbe dargli i diritti che gli spettano” ha aggiunto in tono provocatorio. Dopo che l’intervista è andata in onda, la polizia ha arrestato Samisa, per liberarlo poco dopo. Il giovane, però, ha pensato bene di sparire dalla circolazione [nyasatimes.com]: essere un gay dichiarato in Africa è molto pericoloso anche quando le leggi contro l’omosessualità non vengono applicate.

Pier
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