Da Mosca a Dacca, l’omofobia sa agire globalmente

Non è una novità, per chi abbia un minimo di interesse per la dimensione globale del problema omofobico: il regime autoritario di Putin utilizza a scopi egemonici l’odio contro gli omosessuali non solo in patria, ma anche nei paesi confinanti. Così le leggi contro la cosiddetta “propaganda gay” approvate dal parlamento russo di cui tutto il mondo ha parlato hanno generato e stanno generando norme del tutto simili, ma passate nell’indifferenza dell’opinione pubblica globale, in molti paesi dell’Europa orientale e in numerose repubbliche nate dall’esplosione dell’Unione Sovietica. Anche laddove non siano in discussione provvedimenti legislativi contro gli omosessuali, tuttavia, la pressione esercitata dalla propaganda omofobica putiniana si fa sentire con grande forza: è il vento gelido che da Mosca sta investendo anche paesi dell’Unione Europea come la Bulgaria (ilgrandecolibri.com).

L’odio, come concordano gli osservatori più attenti, è lo strumento scelto da un potere tanto immenso quanto instabile per cementare i propri fragili piedi di argilla. “Il paese si sta dirigendo verso il disastro, la cosiddetta ‘stabilità’ russa è fragile: tutte le nuove leggi anti-democratiche sono il risultato della paura che il Cremlino ha del futuro” aveva spiegato Vladimir Voloshin a ilgrandecolibri.com. E un’analisi molto simile ora arriva anche da Mikheil Saakashvili, presidente della Georgia , ex repubblica sovietica in cui la propaganda di Putin e dei vertici della Chiesa ortodossa nazionale ha già mostrato il proprio potere destabilizzante con le violenze scoppiate contro la prima marcia per i diritti LGBT (di lesbiche, gay, bisessuali e transgender) tenutasi nella capitale Tbilisi a maggio dell’anno scorso (ilgrandecolibri.com).

Saakashvili, che purtroppo non è neppure lui un esempio trasparente di democrazia, non usa giri di parole per accusare il suo nemico storico Vladimir Putin e il suo tentativo di seminare omofobia negli stati confinanti: “Non ha nulla da offrire ai paesi che prima erano sotto la sua influenza, non ha potere di persuasione, non ha nessun beneficio economico da offrire loro. E allora dice: ‘Ok, l’Europa vi promette molto di più, è un mercato migliore, potrebbe darsi degli aiuti finanziari, potrebbe darvi molte nuove opportunità e aperture. Però voi dovreste sapere solo una cosa: l’Europa si esaurisce nei diritti gay. Se vi rivolgerete all’Europa, i vostri valori familiari saranno scalzati, le vostre tradizioni distrutte. E allora noi ortodossi dovremmo stare uniti’” (buzzfeed.com).

Rimane il fatto drammatico che la propaganda omofobica continua a risultare più coordinata e più capace di adattarsi ai diversi contesti culturali e nazionali di quanto non sia la comunicazione dei difensori dei diritti LGBT. E questo vale quando si parla tanto delle norme anti-gay scritte a Mosca e poi ricopiate nei paesi limitrofi quanto dei sermoni d’odio pronunciati dagli evangelisti integralisti statunitensi e poi ripetuti in Africa, in America Latina e anche nei paesi ex-sovietici. Capita così che il pastore Scott Lively, campione dell’omofobia made in USA ora in corsa per la poltrona di governatore del Massachusetts (scottlively.net), sia coccolato dai suoi fan di tutto il mondo, mentre chi si schiera a favore del diritto di vivere liberamente il proprio orientamento sessuale rischia di trovarsi isolato.

Ad esempio, non si ha notizia di rilevanti dichiarazioni di solidarietà verso Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006 grazie all’invenzione del micro-credito, che oggi sta subendo pesanti attacchi nel suo paese natale, il Bangladesh , per aver lanciato un appello contro l’introduzione della pena di morte per gli omosessuali in Uganda (foxnews.com). In realtà l’appello gay-friendly, che risale a più di un anno fa, è evidentemente solo l’ennesimo pretesto con cui il governo bengalese, nascondendosi dietro qualche organizzazione di imam, sta cercando – ormai da un paio di anni e per ora invano – di screditare agli occhi di un popolo adorante un personaggio scomodo per il potere a causa delle sue richieste di maggiore democrazia e giustizia sociale.

Ma il governo del Bangladesh non si limita ad attaccare, più o meno apertamente, Yunus: pochi giorni fa, infatti, la delegazione bengalese ha rigettato la richiesta della sesta Conferenza ONU sulla popolazione dell’Asia e del Pacifico di depenalizzare i rapporti omosessuali, oggi puniti con pene detentive che vanno dai dieci anni fino all’ergastolo (dhakatribune.com). Queste norme, pur non applicate molto frequentemente, sono tutt’altro che disapplicate, come dimostra un caso emerso in questi giorni: dopo una storia di amore durata due anni, otto mesi fa Lucky, facendosi passare per un uomo, ha sposato un’altra donna, Mithli. Purtroppo l’inganno è stato scoperto dalla polizia e ora la coppia lesbica è finita in prigione, dove rischia di passare il resto della vita… (mzamin.com)

 

Pier
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