Il lupo russo omofobo organizza un safari in Ucraina

La rivoluzione non si esporta, ma si può esportare la violenza. Un modello consolidato e diffuso in Russia , propagato dal famigerato movimento Okkupaj Pedofiliaj, è stato proposto anche in Ucraina . A farlo è stato Tesak in persona, alias Maksim Marzinkevich, organizzatore del movimento, che ha scontato due condanne per odio razziale. Ora che è in libertà, usa i metodi moderni di diffusione dell’informazione per terrorizzare e distruggere psicologicamente gay, stranieri e altri malcapitati. Quest’estate si è parlato molto dei video delle torture (ilgrandecolibri.com), ma il fenomeno non è scomparso con l’estate. Anzi, si è spostato in Ucraina. Il paese che si trovava in autunno in bilico fra la scelta russa e quella europea (ilgrandecolibri.com), è diventato la scena delle violenze portate da Marzinkevich, un guru autoproclamato nel campo della “rieducazione” violenta.

Il suo nuovo progetto si chiama “Golubiatnia Get'” (Abbasso la piccionaia), un nome che si basa su un gioco di parole: per indicare nel linguaggio comune un omosessuale si usa l’espressione “goluboj” (azzurro), e per estensione “golub'” (piccione). Il progetto consiste nell’espandere le attività all’Ucraina e, per farlo conoscere, oltre ai video, che possono essere bloccati nella rete, la sua organizzazione usa enormi graffiti, posti nei punti di massima visibilità.

Il colpo inaugurale del tour accade a Lugansk, ai danni di uno studente iracheno, attirato in un appartamento con la prospettiva di un rapporto con un minore. Come in tutti gli altri casi, viene tirato nudo fuori dalla doccia, minacciato e menato. Abbracciando la propria vittima terrorizzata, Tesak si mette a filosofare: “Non saprei cosa fare con lui. Anzi, lo so: vorrei ammazzarlo, ma non posso, perché ci sono leggi umane…“. Lo studente catturato non capisce bene il russo, o fa finta, e la tortura non è ripresa in dettaglio.

Tesak esce a fare un giro in centro città, con indosso una maglietta, facendo sfoggio dei muscoli e assaporando i dettagli dell’azione punitiva: “E’ la prima volta che vedo un pedofilo catturato che bacia la mano di chi l’ha preso“, constata con una risata. Poco dopo riceve sul suo iPhone una chiamata dal capo della comunità irachena locale, che propone un incontro e chiede di cancellare il video oppure andrà dalla polizia, al che Tesak risponde con una sfilza di insulti volgarissimi. Alla fine del video Tesak ci rende partecipi della conclusione della storia: gli iracheni hanno denunciato l’aggressione, sicuramente i poliziotti che hanno accettato la denuncia sono stati pagati profumatamente, ed ecco il numero di telefono del loro ufficio: se volete protestare, chiamateli.

Il caso successivo accade a Kharkiv, una città vicina geograficamente e socialmente alla Russia. Il 3 novembre l’azione punitiva colpisce due ragazzi di 16 e 21 anni, accusati di essere… pedofili! Nel video una compagnia di persone che restano fuori dall’inquadratura assiste ad un interrogatorio in cui Tesak continua a pizzicare il primo ragazzino, coprendolo di insulti. Sembra molto interessato ai dettagli sessuali della sua vita, e nel gioco sottile di terrore psicologico propone di lasciarlo andare se fornisce i nomi di altri “pederasti”. Sta seduto a distanza molto ravvicinata e sembra godere ogni volta che tocca il suo corpo nudo o pronuncia le parole scurrili. Fra le altre cose, Tesak racconta delle azioni punitive svolte a Lugansk e Sebastopoli, menziona Gesù Cristo e costringe la vittima a registrarsi su un sito d’incontri con ragazze.

Più tardi nell’appartamento è attirato un altro adolescente. Al tristemente noto percorso di offese verbali, confessioni estorte, rasature a zero e botte, Marzinkevich aggiunge, con la sadica ferocia di un “ingegnere di anime”, una danza: i due vengono obbligati a ballare abbracciati un lento con l’accompagnamento di Marzinkevich che canticchia una canzone beffarda. Ultimo accordo: vittime e torturatori ballano insieme sulle righe di un testo che mescola i poliziotti e i pedofili al ritmo di hard bass, uno stile musicale inventato in Russia.

Nessuno dei due ragazzi maltrattati a Kharkiv ha sporto denuncia, anche se la polizia li sta cercando per poterli difendere. La vice-direttrice responsabile della polizia rionale assicura che verrà avviato un procedimento di indagine per stabilire come qualificare l’accaduto. Il caso è stato talmente discusso nei social network da meritare un reportage nel notiziario del canale tv ucraino Inter, mandato in onda il 5 novembre. Nei pochi minuti del reportage, Maria Vysockaja, giovane leader del movimento Okkupaj Pedofiliaj a Kharkiv, afferma con molta convinzione di sapere con certezza che le due vittime sono dei pedofili e che “non c’era nessuna violenza, era tutto di comune accordo. Il peggio per loro è già iniziato perché la società è contro di loro, saranno espulsi dall’università“.

La tranquillità con cui si espone pubblicamente non deve sorprendere. I partecipanti al movimento di Tesak nei mass-media russi sono spesso indicati come “volontari” oppure “attivisti“, e la loro attività è equiparata a una qualunque organizzazione sociale. Tesak stesso definisce la sua attività come “un progetto di difesa dei diritti umani internazionale“, prendendosi beffe del linguaggio di solito adoperato dalle organizzazioni non governative.

Il reportage di Golubiatnia Get’ da Kharkiv si conclude con una promessa: il safari continuerà, fra poco ci saranno nuovi video. La promessa è stata mantenuta, anche se il video non si trova più: è stato rimosso da tutte le fonti seguendo la richiesta dell’avvocato.

Alla fine di novembre, proprio mentre il paese protestava contro la decisione del governo di orientarsi verso la Russia, è stata resa nota un’aggressione a Sebastopoli, la stessa alla quale alludeva Tesak nel suo sproloquio con l’adolescente di Kharkiv. Lo scenario era il solito: un finto annuncio, un mese di corrispondenza, l’incontro, la violenza da filmare. Solo che questa volta all’annuncio fatto da un presunto quattordicenne in cerca di avventure risponde uno show-man locale, Aleksandr Bogun. Trascinato in un appartamento, subisce tre ore di botte, torture e umiliazioni: capelli rasati in modo caotico e colorati, stelle di Davide tracciate sul corpo, abluzioni con l’urina, coltello e pistola usati per convincerlo a parlare. I carnefici erano in otto e come al solito hanno ripreso tutto.

La differenza sta però in un dettaglio importante: questa vittima è famosa, ha partecipato allo show X-Factor, organizza concorsi di danza, conduce concerti e canta in locali prestigiosi. È una persona in vista e decide di difendersi, sporgendo una denuncia. L’avvocato di Bogun, Elena Hersonskaja, evidenzia che l’accusa di pedofilia è insussistente, in quanto non esiste alcuna vittima e alcun atto sessuale con minore. L’avvocato insiste a fare causa, oltre che per i già denunciati atti di teppismo, anche per tortura e per lesa dignità. Rimane da chiarire come mai l’attenzione su questo caso ha iniziato ad accendersi solo un mese dopo il fatto. Il fatto di Sebastopoli risale al 28 ottobre, il cantante dice di aver sporto la denuncia subito, ma è passato quasi un mese intero prima che la notizia cominciasse a circolare.

Abbiamo parlato di tre soli casi, ma le città visitate erano sette: un safari ben preparato in anticipo e concentrato nel tempo. Gli “attivisti” locali fanno per settimane il loro lavoro preparatorio di chat e telefonate con le potenziali vittime, poi Marzinkevich arriva e coglie i frutti, come un regista celebre che arriva per girare in fretta le puntate di un serial scadente. Accompagnati da vignette colorate e musichette allegre, con un logo “No alla violenza” che copre le scene di percosse, i suoi video sono una sorta di “candid camera“, cinica e oscena nella sua veridicità.

 

Marina
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