Chiesa, sesso e gay: se i preti dicono addio al celibato

Si sapeva che la questione omosessuale stesse facendo progressi nella chiesa (appena un mese fa il Pew Research Center – pewresearch.org – di Washington rivelava che l’85% dei giovani cattolici americani è favorevole ad eguali diritti per i gay), ma l’accelerazione data dai sacerdoti irlandesi rischia di lasciare spiazzato lo stesso papa Bergoglio, che pure rappresenta per molte persone LGBT la grande speranza di cambiamento di rotta all’omofobia cattolica (ilgrandecolibri.com). In realtà, però, quello dei religiosi irlandesi è solo in parte un contributo volontario: infatti il ben documentato libro sulla scena gay della Chiesa cattolica d’Irlanda scritto dall’ex seminarista John A. Weafer (“Thirty-three good men. Celibacy, Obedience and Identity”, Trentatré uomini buoni. Celibato, Obbedienza e Identità) raccoglie memorie personali e confidenze rilasciate da numerosi sacerdoti.

Il volume di Weafer, che non è certo un intervento destinato al pubblico del gossip (al punto che è pubblicato dall’editore religioso Columba Press; columba.ie), squarcia il velo su molte questioni: la gran parte dei trentatré sacerdoti citati nel titolo, perlopiù eterosessuali, si trovano a disagio con l’obbligo del celibato e sono estremamente critici con la sessuofobia del periodo che hanno vissuto in seminario.

Lo scritto, comunque, rischia di far impazzire il dibattito in un paese che si prepara nel prossimo maggio a celebrare un referendum per estendere alle coppie omosessuali il diritto di accedere al matrimonio civile (marriagequality.ie), perché illustra i numerosi rapporti omosessuali tra sacerdoti ed anche la loro frequentazione degli ambienti LGBT di Dublino, tanto che uno dei sacerdoti intervistati ricorda che “entrando in un bar gay di Dublino contai non meno di nove sacerdoti tra la clientela“. Del resto l’autore esprime chiaramente la convinzione che le gerarchie siano a conoscenza della faccenda e chiudano un occhio fintanto che i preti non mescolano la loro appartenenza religiosa a questi comportamenti (indipendent.ie).

Ma se le gerarchie sono disposte a voltare altrove la testa piuttosto che affrontare la condotta “libertina” dei propri sacerdoti, non appaiono certo disponibili ad accettare l’eguaglianza dei diritti che invece sembra ormai più che possibile per il popolo cattolico. Lo dimostra la presa di posizione dell’arcivescovo Kevin Doran, secondo cui la legittimazione delle unioni omosessuali farebbe “scomparire completamente la relazione tra matrimonio e procreazione“. Il porporato sostiene tuttavia che l’opposizione al matrimonio egualitario non sia affatto da intendersi come posizione omofobica, poiché “non è contro lo stile di vita omosessuale ma riguarda il concetto di matrimonio” (irishtimes.com).

Meno chiusa appare invece la posizione della Chiesa di Scozia che, pur con tutte le forti opposizioni del caso, sta discutendo la possibilità di nominare tra i suoi ministri del culto persone dichiaratamente omosessuali: posizione che era stata finora avversata ma che ha, sia pure grazie ad un solo voto in più della proposta contraria, la possibilità di arrivare al giudizio dell’Assemblea generale dell’anno (pressandjournal.co.uk), suscitando l’entusiasmo dei sostenitori della campagna egualitarista.

Niente a che vedere, comunque, con l’arcivescovo Kari Mäkinen, della Chiesa evangelica di Finlandia, che ancor prima che – nel fine settimana – il parlamento del paese scandinavo desse la sua approvazione all’estensione del matrimonio alle coppie gay, inclusi i diritti legati all’adozione, dichiarava che “la difesa delle coppie dello stesso sesso e delle loro famiglie è importante indipendentemente dalla legislazione decisa dalle istituzioni: è una questione di dignità umana derivante dalle fondamenta della fede cristiana“. E aggiungeva che il matrimonio egualitario “non farà perdere valore agli altri matrimoni, né metterà a rischio la posizione di alcun bambino” (yle.fi).

E un’altra apertura, ancor più significativa per le latitudini in cui si verifica, è quella del centro Credo di Trinidad e Tobago, aperto nei giorni scorsi con la benedizione dell’arcivescovo cattolico Joseph Harris, che accoglierà ragazzi “senza tener conto di etnia, religione, orientamento sessuale, abilità fisica o situazione economica“, accogliendo anzi in particolare quei bambini che vengono abbandonati dai genitori perché omosessuali (newsday.co.tt). Una notizia molto positiva se si tiene conto che in queste isole caraibiche il sesso omosessuale è punito con pesantissime pene carcerarie.

Purtroppo non poteva mancare una nota stonata, con protagonista una chiesa cristiana tra le più retrive (Mission: America; missionamerica.com), la cui fondatrice e presidente, Linda Harvey, ha scritto un libro, dall’emblematico titolo “Maybe he’s not gay” (Forse non è gay), in cui si arriva a negare l’esistenza stessa dell’omosessualità e consigliare a chiunque manifesti “insane” tendenze sessuali il ricorso alle terapie riparative e che l’autrice consiglia come regalo natalizio per ogni famiglia in cui si manifesti questo fastidioso “disturbo” (rightwingwathc.org). Non proprio come quello che il governo ugandese vuole fare ai suoi compatrioti (ilgrandecolibri.com), ma figlio della stessa logica omofobica e in grado di produrre anch’esso danni seri.

 

Michele
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