Sfregiati i murales pro-minoranze in Kurdistan

Uno dei tanti murales vandalizzati in Kurdistan
Uno dei tanti murales vandalizzati in Kurdistan

Ayaz Shalal [Facebook], cittadino siriano trasferitosi in Iraq da piccolo, si era sempre dedicato alla lotta per la libertà in tutte le sue forme. Dopo la fondazione di Rasan Organization nel 2004 aveva sempre desiderato farne parte per poter cambiare il mondo ingiusto dove ha sempre visto violare i diritti delle donne e delle minoranze in Iraq, il suo paese adottivo.

Dopo la chiusura dell’associazione Rasan nel 2011, principalmente per via della mancanza di fondi con cui si dovevano gestire progetti di aggiornamento e di informazione, Ayaz ha deciso di far rinascere Rasan con nuovi obiettivi e compiti socialmente utili rendendo partecipi anche gli abitanti stessi allo sviluppo della città di Sulaymanniya. “Fu difficile far ripartire il tutto da zero – mi dice su Skype – Ho contattato moltissime persone, però poche hanno risposto all’appello, poche ma molto attive e con tanta voglia di cambiare, nonostante la situazione deteriorata con la diffusione dell’estremismo religioso: l’oppressione era diventata la legge del giorno”.

Nel 2012 è rinata Rasan Organization [anche su Facebook], a vent’anni Ayaz è stato votato vicepresidente dell’associazione ed è partito subito con diverse proposte di progetti. “Ero disposto a pagare di tasca mia pur di realizzare il primo passo – afferma con tono deciso – Abbiamo avuto molti ostacoli, soprattutto burocratici, ma ero sicuro di quello che facevo: volevo che le donne sapessero di non essere sole in questa comunità maschilista”. Ayaz, per tutta la durata della skype-call, è amareggiato per come è finito il suo ultimo progetto, quello dei murales a favore delle minoranze, anche di quella LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) di cui Il Grande Colibrì ha scritto due settimane fa.

murales contro l'omofobia sfregiati in Kurdistan

“Parlami dei murales: come avete avuto il coraggio di progettare un simile lavoro in un paese come l’Iraq?” gli chiedo incuriosito.

“Eh, troppo lunga la storia, ma te la faccio breve – mi risponde – Dopo l’approvazione della bozza da parte del consiglio di Rasan, sono andato a parlarne con lo sceriffo della città a fine 2014. Lui ha riso e ha detto con arroganza che, prima di avere la sua firma, dovevo avere alcuni permessi e carte da parte degli uffici appositi. Come immaginerai, ho fatto mille corse e ho bussato infinite porte. Alla fine, dopo più di tre mesi, ho avuto tutte le carte in regola, ma mancava solo la firma dello sceriffo che ha l’ultima parola su tutto quello che succede in città”.

Com’è andata con lui? “Mi ha guardato severamente, accusandomi di essere inconsciamente irresponsabile, mi ha chiesto di scegliere: volevo la firma che aspettavo e un inevitabile arresto con la prima accusa che gli sarebbe venuta in mente successivamente, oppure preferivo uscire dal suo ufficio e non tornarci mai più a parlare di sodomia e incitamento alla ribellione delle donne?”.

Io, allibito dal suo coraggio e dalla sua bravura, resto fermo di fronte al monitor del PC e attendo con ansia la continuazione della storia, dopo che la chiamata si è interrotta a causa della connessione debole.

Qualche minuto dopo, ecco Ayaz sorridente. Si scusa e riprende il racconto: “Se mi chiedessero di rifare quello che ho fatto nell’ufficio dello sceriffo, non lo rifarei neanche se mi pagassero: dopo le minacce mi sono alzato dalla sedia e davanti al suo segretario gli ho detto che conoscevo suo figlio, lui mi ha guardato a occhi spalancati come se mi volesse intimorire. Con il sangue bollente ho continuato: ‘E se tuo figlio fosse gay? Non saresti il primo a volerlo difendere? Se mi firmi i documenti ti giuro che lo proteggerò con tutti i mezzi a mia disposizione'”.

murales contro l'omofobia sfregiati in Kurdistan

Incredulo di quello che sento raccontare da Ayaz, percepisco i peli di tutto il mio corpo drizzarsi. Non riesco a commentare con parole l’audacia di questo giovane, guardo i suoi occhi intrepidi ammirando il suo valoroso sangue freddo. “Ha firmato l’autorizzazione in silenzio e mi ha lasciato andare” continua Ayaz.

L’attivista racconta come sono stati realizzati i murales: “Abbiamo voluto coinvolgere gli artisti più conosciuti della nostra zona, ma solo alcuni hanno accettato con la condizione di essere pagati. I fondi che ci spettavano sono arrivati quasi un anno dopo, però il finanziamento era troppo esiguo per coprire le spese anche di un solo artista. A quel punto ho pensato di far abbozzare le mura della scuola pagando ciascuno di loro 5 dollari per le 8 ore che ci avrebbero impiegato e per fortuna hanno accettato e il resto del lavoro l’abbiamo fatto insieme agli alunni e ai dipendenti della scuola”.

Peccato che la fatica e il tempo spesi per realizzare il progetto siano stati offesi da atti vandalici che hanno rovinato i murales, opere uniche disegnate appositamente per difendere i diritti delle donne e delle minoranze religiose e sessuali di tutta una nazione. Peccato che l’impegno venga ripagato con una totale indifferenza. Peccato che viga l’ignoranza a discapito dell’inclusione sociale. “Tuttavia Rasan andrà avanti e combatterà per i diritti di chi ha sempre avuto solo doveri. Io e la nostra associazione continueremo la nostra battaglia anche a rischio di perdere tutto” conclude Ayaz Shelal.

Lyas
©2017 Il Grande Colibrì

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