Arrivato dalla Siria, il Pride mi ha insegnato ad amarmi

il grande colibri al bologna pride 2018
Attivisti di Il Grande Colibrì al Bologna Pride 2018

Come ho detto in un articolo precedente, assistere al Gay Pride, per me che sono gay proveniente dal Medio Oriente, è un miracolo che si ripete ogni 365 giorni! È da una decina di anni che non manco al Pride della mia città del cuore: Bologna. Ricordo ancora la mia presenza (e non partecipazione vera) al primo Pride: ero confuso, colpito dal fiume umano, dagli sguardi orgogliosi e felici della gente. Da chi prendeva il megafono e urlava contestando l’ipocrisia di una parte della politica o della Chiesa in Italia. Ho visto i poliziotti armati e presenti ai bordi del Pride per proteggere i manifestanti, e non per sparargli.

Anni infinitamente claustrofobici

Avevo comprato occhiali da sole per “camuffarmi”. Ero spaventato dalle telecamere e a tratti camminavo sul marciapiede per fingere di essere capitato lì per caso! Ogni qualvolta mi imbattevo in una persona che intervistava la gente mi mettevo a correre per paura di essere ripreso e “identificato”, ma la gente era tanta e correre in mezzo alla folla era quasi impossibile.

Ho vissuto da solo i primi anni dal mio arrivo in Italia. Avevo deciso di escludere categoricamente qualsiasi contatto con il mondo arabofono perché volevo vivere libero, senza che mi fossero imposte pressioni, discriminazioni o aspettative. Non avevo mai accettato nessun invito a pranzo, nessuna visita a casa di qualcuno. Ma, non conoscendo ancora la lingua italiana, non riuscivo ad allacciare rapporti con gli italiani.

Sono stati anni infinitamente claustrofobici per la mia anima tormentata, soprattutto perché ero arrivato appena poche settimane dopo gli attentati alle Torri Gemelle. Poche settimane dopo il mio arrivo in Italia ho avuto un crollo nervoso e sono stato in uno degli ospedali capitolini per 17 giorni. Un medico libanese mi ha consigliato di non firmare in arabo “per non dare nell’occhio“. L’addetto alla consegna dei pasti, data la mia incapacità di comunicare in italiano, per cercare di capire se mangiavo la carne di maiale mi ha urlato di fronte a tutti gli altri pazienti: “Tu Bin Laden? Tu Al Qaeda? Tu terrorismo?“.

Amare gli uomini: idea impossibile

In Siria avevo sempre cercato di rigettare l’idea che io potessi essere attratto dagli uomini. Non sapevo dell’esistenza di termini come “omosessualità”, “omofobia”, “transessualità”, “travestitismo”. Credevo di essere intrinsecamente sbagliato ed ero convinto di essere l’unico ragazzo ad avere una simile pulsione “disordinata”. Sapevo che la religione condanna fermamente gli effeminati e coloro che hanno rapporti sessuali con un altro uomo. E che la polizia non avrebbe mai tollerato un simile comportamento.

A dire il vero, non mi ero mai chiesto in che modo un uomo avrebbe esattamente fatto sesso con un altro uomo, perché la mia mente (o, come direbbe il caro Freud: il Super-io) mi bloccava ben prima e mi rimetteva “in riga”. I sensi di colpa erano intensi e mi perseguitavano. Avevo spesso incubi. In questi incubi c’era di solito un maschio o due che si atteggiavano in maniera femminile (a volte vedevo invece me stesso) con i corpi lucidi perché ricoperti di burro fuso. Io nell’incubo provavo ripulsione per quei corpi sporchi che sembravano vantarsi, con la loro lucentezza, della loro sporcizia peccaminosa.

In Medio Oriente le coppie etero non mostrano segni d’affetto nei luoghi pubblici. Mai un abbraccio o un bacio, nemmeno sulla guancia. Ricordo ancora nel 2001, anno del mio arrivo, il mio stupore e le iniziali sensazioni di disgusto e smarrimento che provavo vedendo le coppie etero baciarsi per la strada come se nulla fosse! Mi ci sono voluti alcuni anni (non mesi!) per assimilare il fatto che l’amore è semplicemente meraviglioso e che essere liberi di dimostrarlo è qualcosa di normale e sano.

Probabilmente, nella mia iniziale condanna del gesto del bacio passionale c’era anche la mia grande frustrazione di non potermi permettere anch’io di baciare un uomo per la strada.

Le parole avvelenate dell’omofobia

In questi primi anni ho deciso di affrontare la mia chimera, che all’epoca non sapevo ancora che avesse un nome preciso: “omofobia interiorizzata“. Le parole formano un linguaggio che suggerisce un significato. La mia ricerca dei significati era stata sempre deviata per mancanza di vocaboli coordinati. Il potere delle parole mi ingannava e mi frustrava.

“Shaz” (irregolare, abnorme), “Luti” (appartenente al popolo di Lot, sodomita) e “tant” (checca, effeminato) erano gli unici vocaboli miseri che avevo a disposizione. Va da sé che cercare di trovare un qualsiasi senso positivo all’interno di queste parole avvelenate è stata un’impresa titanica e alquanto improbabile. Avere poi imparato a vedere le cose tramite il binocolo del binomio bianco-e-nero e null’altro rendeva l’impresa ancora più ardua e le cadute vertiginose.

Un bel giorno ho conosciuto due parroci nel negozio di arredi sacri dove lavoravo nella Città eterna, nelle vicinanze del Vaticano. Sono iniziati i corteggiamenti e alla fine ho ceduto. Mi sono innamorato di uno dei due parroci. Le esperienze di incontri sessuali hanno iniziato a medicare le ferite dei solchi che certi vocaboli maledetti avevano tracciato nella mia anima. È iniziata la mia ricerca su internet…

Fare coming out… in televisione!

L’uso di internet mi permetteva innanzitutto di dare finalmente uno schiaffo alla censura rigida che regnava in Siria e che mi impediva negli anni ’90 di avere le informazioni più elementari sulle tematiche LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) e sul mondo che mi circondava (ora con gli smartphone la situazione è assolutamente diversa, per fortuna!); inoltre mi offriva la possibilità di fare ricerche senza sentirmi giudicato. Ma dopo qualche tempo, avvertivo la necessità di confrontarmi con persone in carne e ossa, ma non avevo nessun amico gay con cui confidarmi.

Un giorno ho sentito fortissimo il bisogno di dire finalmente a qualcuno: Io sono gay!. Così, quella notte mi feci coraggio e chiamai in diretta la trasmissione “Outing” su Teleroma 56. La voce del centralinista era di una dolcezza e di una bellezza uniche.

Quando la presentatrice mi ha salutato, io con molta agitazione e timidezza, ho detto: “Sono gay“. La presentatrice aspettava che io andassi avanti con il discorso, ma io ripetevo con voce strozzata che ero gay e che prima di quel momento non l’avevo mai detto a nessuno! E piangendo, con un italiano scolastico, denunciavo l’omofobia in Siria. La presentatrice, presa un po’ dal panico, è stata comprensiva e ha cercato di tranquillizzarmi.

Costruire un vocabolario nuovo

Successivamente mi sono trasferito in Umbria per lavorare presso un monastero molto famoso. Vivevo nella foresteria, mangiavo insieme ai monaci e lavoravo presso il negozio che vendeva prodotti monastici. Frequentavo il corso serale di ragioneria.

Quando il priore ha scoperto, tramite la cronologia di internet, che ero gay, mi ha mandato via. In pochi giorni avevo perso lavoro, vitto, alloggio e possibilità di andare avanti con lo studio. Quando il priore mi ha affrontato con i fatti, ho deciso di non rinnegare più ciò che sono. Io ero molto naïf e credevo che lui potesse essere comprensivo. Invece ha deciso di mandarmi via, dicendomi che se avesse avuto un ragazzo che si drogava o si prostituiva gli avrebbe riservato lo stesso trattamento.

Successivamente, mi sono trasferito in Emilia Romagna e ho trovato negli incontri che il gruppo di gay credenti Narciso e Boccadoro organizzava in Romagna un nido protetto dove poter socializzare. Grazie a questo gruppo mi sono fatto una certa cultura e si era innescato un vero e proprio processo benefico di riparazione e di presa di coscienza.

Mi sono fatto un nuovo vocabolario, scoprendo il potere incredibile che le parole possono avere a seconda delle proprie esperienze: parole come “shaz”, “tant”, “finocchiah”, eccetera, sono state ampiamente riscattate e hanno acquisito valenza positiva (che in realtà non è intrinseca, bensì soggettiva).

Uomini che si baciano in pubblico!

Al mio primo Pride bolognese ho visto coppie gay e lesbiche baciarsi pubblicamente! Ero turbato: perfino gesti come quello di due uomini che si tenevano per mano mi suonavano inusuali! E dire che in Medio Oriente è normalissimo vedere i ragazzi tenersi per mano. Avevo disimparato tutto e sono rimasto travolto dalla mia omofobia interiorizzata che stava venendo a galla in modo impetuoso, spietato.

Una parte di me era felice, ma allo stesso tempo era in allerta: non mi sembrava vero di vedere uomini travestiti in abiti femminili con tanto di trucco e tacchi sfilare come se nulla fosse! Pensavo che da lì a poco sarebbero stati arrestati. Io non avevo mai visto dal vivo una drag queen.

Prima di quel giorno io non avevo avuto quasi nessun contatto con il mondo LGBTQIA. Non riuscivo a immaginarmi bene cosa potesse essere una sede dell’Arcigay. Non sono il tipo da discoteche: a fine serata mi accontento di ascoltare qualche canto gregoriano e di guardare qualche puntata di Will e Grace.

Le mille lezioni scandalose del Pride

Ormai sono passati 17 anni e tante mie prese di posizione hanno subito lunghi processi dolorosi di maturazione. Ora sono una persona coscientemente libera dalle paure ridicole che infestavano il mio cervello e la mia anima. Ora il Pride per me ha un altro sapore: non mi turba più vedere piume e petti nudi, gente che canta in allegria… Anzi, il Pride deve portare una componente di scandalo!

Il Pride è probabilmente l’unica manifestazione al mondo dove decine o centinaia di migliaia di persone marciano per i propri diritti senza mai aggredire persone o oggetti. Le lezioni da imparare da ogni Pride sono infinite. Dopo ogni Pride io sono una persona diversa, una persona migliore e più serena.

Io sono “tant”! Io sono quello che sono e ciò non sottrae nulla all’essenza dell’Altro che può essere uguale a me o diverso. C’è posto per tutti e vale sempre la regola che la tua libertà finisce dove inizia la mia di “finocchio”!

Paolo A.
©2018 Il Grande Colibrì
foto: Il Grande Colibrì

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