Asia: inferno o paradiso per le persone transgender?

Il cadavere di Alesha, attivista trans pakistana

Anche il mondo sta, faticosamente, offrendo un’attenzione maggiore alle persone transessuali, vi sono zone dove le violenze sono in costante aumento, come nella provincia del Pakistan del Khyber Pakhtunkhwa, dove nei giorni scorsi è morta Alesha, coordinatrice della TransAction Alliance (Alleanza TransAzione). Ad ucciderla non è stata solo la gang che terrorizza le persone trans del posto (46 episodi di violenza nel solo 2016), ricattandole e costringendole a partecipare a film porno, ma anche l’ignavia del personale medico dell’ospedale di Peshawar, che con un tragico scaricabarile ha rimbalzato la paziente dal reparto femminile a quello maschile, per poi sistemarla in una stanza privata dove i medici si sono rifiutati di visitarla [The Express Tribune], nonostante giornali e governo avessero già condannato l’aggressione e nonostante le forti proteste dei familiari e degli attivisti dell’associazione Blue Veins (Vene Blu). Per fortuna dall’Asia arrivano anche notizie migliori.

MALESIA: IL CORAGGIO DI NISHA AYUB

Cominciamo dall’esperienza di Nisha Ayub, che dopo una vita di lotte e sofferenze è diventata la più importante attivista LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) della Malesia, prima donna transgender premiata con l’International Women of Courage Award (Premio internazionale per le donne di coraggio) del dipartimento di stato USA. Nisha, che ha subito disprezzo, violenza, arresto e stupro in carcere, dove era stata rinchiusa perché diventasse “un vero uomo”, oggi è un simbolo delle lotte per le persone come lei, in un paese che Human Rights Watch ha definito “uno dei peggiori al mondo per le persone transgender”.

In passato Nisha ha anche tentato il suicidio, in carcere e appena rilasciata, ma poi ha deciso di dedicare all’attivismo per le persone LGBTQI (tutte discriminate nel paese, anche se a quelle transessuali è riservata la situazione peggiore) la propria vita, nonostante le frequenti aggressioni: “Perché dovrei aver paura di dire la verità? Credo sempre nel parlare schiettamente” dice, manifestando un prudente ottimismo: “So che non sarà facile e che ci vorrà un sacco di tempo” [South China Morning Post].

INDIA: MODELLE CONTRO IL PREGIUDIZIO

Più fortunate sono senz’altro le indiane Maya Menon e Gowri Savitri, diventate modelle per la nuova collezione di sari lanciata nei giorni scorsi da Sharmila Nair, che ha scelto le due modelle proprio per il fatto di essere transessuali e malgrado non avessero alcuna esperienza: la collezione si chiama infatti Mazhavil (arcobaleno), proprio perché la stilista ha deciso di dare il suo contributo alla causa del miglioramento delle condizioni delle persone transgender [BBC], come si è impegnato a fare recentemente anche il governo [The Indian Express].

ISRAELE: L’APERTURA DELL’ESERCITO

Ci spostiamo infine in Israele, dove due storie si contendono la scena: la prima è quella di un concorso di bellezza per donne transgender, che ha coinvolto esponenti di diverse fedi religiose che hanno “lottato” per rappresentare il paese a Miss Trans Star International di Barcellona a settembre. Ha prevalso la ballerina araba cristiana Taleen Abu Hanna, che ha superato in finale una pasticcera ebrea di famiglia ortodossa e una danzatrice del ventre musulmana. Un’atmosfera da sogno in un paese dove, comunque, secondo i giurati della giuria che assegnato la vittoria a Taleen, le persone transessuali sono ancora poco capite e, quindi, discriminate [Reuters].

La seconda vicenda farà ancora più felici i sostenitori della teoria che vuole Israele come paradiso per le persone LGBTQI: una bambina che non si sentiva a suo agio nei panni femminili già a due anni ha chiesto ai genitori, entrambi militari, di rasarle i capelli, cominciando a vivere una vita da ragazzo prima ancora di conoscere l’esistenza della transessualità. Oggi Shachar è nell’esercito, dove si sottopone a trattamenti medici per modificare le proprie caratteristiche fisiche ed è appoggiato da commilitoni e superiori a cui riconosce il grande supporto ricevuto, per riuscire ad avere “il successo che volevo raggiungere nell’esercito, lo stesso che voglio trasmettere ai miei soldati” [NBC News].

 

Michele
©2016 Il Grande Colibrì
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