Somalia, troppi dubbi sul gay lapidato dagli islamisti

miliziani del gruppo jihadista somalo Al-Shabaab
Miliziani dell'organizzazione jihadista Al-Shabaab

Cosa è successo davvero a Brava (Baraawe), in Somalia, dieci giorni fa? Un ragazzo è stato ucciso a sassate dalle milizie qaediste perché omosessuale o è tutta una strana montatura messa in piedi per arcani e ancora indecifrabili fini? La drammatica vicenda di Mohamed Ali Baashi può raccontarci moltissimo di quello che sta succedendo in Africa e di quello che sta succedendo nel mondo dell’informazione occidentale, in particolare sui media LGBTQ*. Prima di raccontare i dettagli inediti che Il Grande Colibrì è riuscito a raccogliere, conviene ripercorrere tutta la storia dall’inizio…

Il 16 marzo il gruppo Facebook “Comunità gay somala” pubblica in un post una notizia inquietante, che riportiamo interamente:

“Mohamed Ali Baashi, un ragazzo gay di 18 anni, è stato seppellito in una buca fino al petto e poi è stato bersagliato di pietre dai combattenti del gruppo ribelle ash-Shabaab [i giovani], collegato con al-Qaida, venerdì 15 marzo a Brava, in Somalia, a circa 50 miglia dalla capitale Mogadiscio. In una scena tratta direttamente dal medioevo, questo giovane uomo somalo accusato di sodomia è stato lapidato a morte dai criminali islamici, mentre degli abitanti del villaggio terrificati erano costretti a guardare. Un giudice ribelle ha annunciato che Mohamed Baashi, insieme ad un uomo che è stato accusato di omicidio, hanno entrambi confessato i loro crimini. Il sospetto assassino ha ricevuto una punizione più misericordiosa: l’hanno ucciso con un colpo di pistola. “Questo è il loro giorno della giustizia” ha detto il giudice alle centinaia di abitanti del villaggio che erano stati costretti ad assistere. “Abbiamo investigato e quest’uomo ha fatto quello che i musulmani non dovrebbero fare, quindi sarà lapidato a morte, mentre quello che ha assassinato sarà sparato, perché nell’Islam l’omosessualità è più meritevole di pena”.

Nelle ore seguenti lo stesso gruppo ha ripubblicato più volte la notizia, specificando la fonte (All Cadaado) e allegando alcune scioccanti fotografie. Identity Kenya è stato il primo sito a riprendere la storia, specificando chiaramente di “non poterla verificare tramite fonti indipendenti”; poi, il 20 marzo, Gay Star News ha riportato la “presunta” storia, che in breve tempo è stata diffusa come assoluta certezza, insieme alle fotografie, da media di tutto il mondo (in Italia, ad esempio, da Gay.it).

Eppure molta maggiore prudenza sarebbe stata consigliabile considerando alcuni elementi lampanti sin dal primo momento: le immagini rappresentano evidentemente episodi tra loro differenti; Brava, una città di più di 500mila abitanti, viene presentata come un villaggio; infine, se entrambi gli uomini uccisi hanno confessato i rapporti omosessuali, perché solo uno sarebbe stato condannato per sodomia e l’altro invece per omicidio? E per l’omicidio di chi?

In poche ore la veridicità della vicenda è stata messa pesantemente in dubbio. LGBTQ Nation, ad esempio, ha scoperto che “tutte le fotografie che si presume rappresentino la lapidazione sono copiate da incidenti non collegati risalenti fino al 2008 e prese da storie precedentemente riportate da Associated Press, Reuters e al-Jazira”. Subito sul web le accuse sono dilagate: dietro la pagina Facebook alcuni hanno intravisto un’organizzazione truffaldina per raccogliere donazioni, per screditare l’Islam o per fare pubblicità a chissà cosa…

Anche la lettura dell’articolo originario in somalo, che è stata fatta da Salaad (nome con cui indicheremo qui una nostra fonte originaria del paese africano), riserva alcune sorprese. All Cadaado cita il nome anche del condannato per omicidio: Aweys Xasan. Nome assai simile, ci fa notare la nostra fonte, a quello di Xasan Daahir Aweys, leader spirituale della milizia ash-Shabaab. La questione non risulta affatto secondaria quando viene tradotto lo strano titolo dell’articolo stesso: “Ash-Shabaab ha condannato un giovane uomo che era colpevole del crimine del popolo di Lut (leggi il nome dell’uomo ucciso)”.

Nel frattempo Associated Press pubblica una storia estremamente simile a quella pubblicata da All Cadaado, ma presentata come se fosse una scoperta dell’agenzia di stampa stessa, in una cronaca atipica da Mogadiscio in cui non si citano né i nomi dei protagonisti della vicenda (se non quello di un “residente somalo”) né il luogo del fatto stesso:

“Un ufficiale militare e un residente somalo hanno detto che i combattenti di ash-Shabaab hanno lapidato a morte un uomo per aver compiuto un rapporto omosessuale. Il residente, Yusuf Abdi, ha detto che il gruppo, venerdì scorso, ha seppellito fino al petto un uomo bendato e ha lanciato contro di lui delle pietre finché non è morto. Un ufficiale di ash-Shabaab ha detto che uno dei giudici dell’organizzazione ha condannato a morte l’uomo perché aveva costretto un ragazzo di 13 anni a fare sesso con lui. Il membro di ash-Shabaab ha insistito affinché non si faccia il suo nome”.

Insomma, cosa è successo davvero a Brava il 15 marzo? E’ avvenuta una tragedia o qualcuno ha montato una “cospirazione”? Per capire qualcosa di più, abbiamo contattato gli amministratori di “Comunità gay somala”, che si presenta come un’organizzazione di rifugiati somali in Sudafrica. Abdullahi (nome di fantasia che usiamo per tutelare la sua sicurezza) ci ha spiegato bene e senza problemi chi sta dietro a questa realtà: lui, somalo residente in Malesia, e un suo amico, anche lui somalo e rifugiato in Sudafrica dopo aver ricevuto minacce di morte perché omosessuale.

Dopo che All Cadaado ha pubblicato la notizia della lapidazione di un giovane omosessuale, l’amico di Abdullahi ha semplicemente deciso di denunciare al mondo la vicenda, presentando una sintesi in inglese dell’articolo. Indignato dalla tragedia, l’uomo ha poi aggiunto delle immagini trovate su Internet per suscitare il giusto sdegno del mondo, per far capire in modo più diretto e aggressivo cosa sia davvero una lapidazione, ma senza voler lasciare intendere che quelle foto si riferissero alla storia raccontata.

Abdullahi, nella nostra conversazione, ha anche riportato alcune informazioni aggiuntive, che avrebbe raccolto in un modo che non è riuscito a spiegarci con chiarezza: “I due ragazzi erano gay e solo l’attivo, di 18 anni, è stato ucciso tramite lapidazione. Invece il passivo, di 13 anni, è sano e salvo ed è già stato fatto uscire dai confini nazionali. Infatti appartiene ad un clan che ha tanto potere, denaro e armi da poter minacciare i gruppi islamici. Prima è stata diffusa la falsa notizia che il tredicenne era stato violentato, mentre i due avevano una relazione da molto tempo, poi, poiché non sarebbe sembrato equo che solo uno dei due era stato ucciso, hanno diffuso la falsa notizia dell’uccisione del secondo partner tramite un colpo di pistola”.

Nel frattempo, Salaad ha parlato con alcuni esponenti di una rete di sostegno somala che afferma di avere contatti in tutto il paese e nessuno, neppure nella regione del Basso Scebeli dove si trova Brava, ha sentito parlare di questa storia, se non dopo che è stata pubblicata da alcuni giornali locali, che citano come propria fonte… Identity Kenya!

E’ davvero difficile capire cosa e se qualcosa è successo a Brava dieci giorni fa. Forse davvero qualcuno, accusato di violenza sessuale su un tredicenne o di sodomia, è stato ucciso. Forse All Cadaado, che fino a prova contraria sembra essere l’unica fonte originale della vicenda, ha usato questa notizia per screditare il nome di un leader della milizia qaedista, forse ha inventato tutto, forse ci troviamo di fronte ad una coincidenza di nomi curiosa, su cui il sito ha giocato. In ogni caso la notizia è stata diffusa da una coppia di amici, “Comunità gay somala”, che abita fuori dal paese e che sembra aver agito in perfetta buona fede, anche se probabilmente in modo un po’ maldestro.

Molto più maldestramente sembrano invece aver agito i media. Da una parte, una volta di più, hanno dimostrato che il loro unico interesse per l’Africa e per il mondo non occidentale è rivolto quasi esclusivamente verso le immagini macabre di sangue, violenza e morte. Hanno ragione i due amici somali: “Senza quelle foto, il mondo non si sarebbe reso conto di quello che succede in Somalia: la gente lì vuole dimostrare di essere il popolo più religioso del mondo, senza omosessuali”.

Dall’altra parte, a parte il sito LGBTQ Nation, i media non hanno fatto nulla di significativo per verificare e approfondire la notizia. Il che è assai grave, perché in questo modo si mina la credibilità delle battaglie contro la persecuzione degli omosessuali nel mondo. I media responsabili non dovrebbero sfruttare attivisti forse un po’ ingenui per far cassa sbattendo sui nostri schermi immagini scioccanti, ma dovrebbero affiancarli per aiutarli nelle loro lotte e per offrire ai propri lettori notizie affidabili. Il che dovrebbe essere il loro primo scopo.

 

Pier
©2013 Il Grande Colibrì
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