Arabia e Kuwait, torture e arresti di massa contro i gay

Nell’immaginario collettivo, non senza ragioni, i luoghi peggiori per essere gay sono l’Africa e l’Iran, ma gli attivisti conoscono da tempo la drammatica situazione di altri paesi del Medio Oriente in cui la situazione è spesso addirittura peggiore. Appena poche settimane fa si è saputo che in Arabia Saudita, dove l’accusa di rapporti omosessuali può portare alla pena di morte, si sta pensando di punire allo stesso modo anche chi osi semplicemente fare coming out [ilgrandecolibri.com]. Ora il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (in cui è stato nominato qualche mese fa, non senza polemiche, un rappresentante di Riyad) conferma non solo questa notizia, ma anche il fatto che l’Arabia Saudita, affermando di parlare a nome di diversi stati, si oppone strenuamente a qualunque risoluzione contro la tortura e in favore dei diritti delle persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali).

SILENZI E IPOCRISIE LUNGO IL GOLFO

L’ultima riunione del Consiglio ha discusso molto della tortura esercitata dalle forze di polizia e dai governi e anche del rapporto, presentato in quell’occasione, di Juan Mendez, relatore speciale su tortura e altri trattamenti e punizioni crudeli, inumani o degradanti, ma la relazione è stata contestata dal rappresentante saudita che ha attaccato i 65 riferimenti all’orientamento sessuale e ha accusato il relatore di voler promuovere altre questioni attraverso l’eliminazione della tortura. In sostanza l’Arabia Saudita teme che l’opposizione alla tortura possa essere il cavallo di Troia per promuovere i diritti delle persone omosessuali e transessuali [mintpressnews.com].

E se in Arabia Saudita non sembra possibile sperare né in una prossima abolizione della tortura né in qualche apertura sui diritti delle minoranze sessuali, non molto meglio sembrano andare le cose in Kuwait, dove, pur non esistendo alcuna norma specifica sull’omosessualità, le persone LGBTQI possono essere condannate a pene fino a sei anni di prigione in base alla legge contro la dissolutezza.

KUWAIT, 43 ARRESTI IN SOLI 5 GIORNI

Nei giorni scorsi nel paese sembra esserci stato un giro di vite moralizzatore in questo senso, tanto che si segnalano due notizie, molto diverse tra loro ma entrambe indicative del clima. Dapprima la vicenda di due uomini di nazionalità kuwaitiana che sono stati arrestati per ordine di un funzionario di primo piano del ministero dell’interno con l’accusa di aver postato un video definito “immorale” e “promiscuo“, in cui, tra l’altro, uno dei due chiede al collega con voce femminea: “Dove mi porterai quando mi rapirai?” [gdnonline.com].

Poi c’è l’arresto di ben 41 immigrati asiatici per prestazioni sessuali spacciate per massaggi in un salone della capitale Kuwait City, in cui sono stati trovati anche sex toy e abbigliamento intimo femminile. Il comitato interministeriale che ha condotto il raid ha dichiarato di essere intervenuto per garantire il rispetto della legge e delle regole del mercato del lavoro, ma è difficile pensare che la retata non abbia avuto motivazioni religioso-moralistiche [gulfnews.com].

I FILIPPINI AL CENTRO DEL MIRINO

Le due vicende kuwaitiane sono paradigmatiche di come si applichino le norme sulla morale nei paesi dell’area del golfo Persico: quasi sempre le condanne a morte o a lunghe detenzioni riguardano cittadini stranieri, in genere del sud-est asiatico e delle Filippine in particolare, che lavorano in un regime di semi-schiavitù; e quando invece riguardano cittadini arabi si può ragionevolmente supporre che siano persone scomode per il regime, probabilmente oppositori. Ed è forse ora che l’occhio dell’Occidente, che continua a sostenere questi regimi dittatoriali che forniscono tanto petrolio, cominci a guardare anche ai diritti in questa regione del mondo.

 

Michele
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