Trans in Kuwait, tra arresti, violenze e prostituzione

La polizia ferma un’automobile nel distretto di al-Salmiah (nella foto), una delle zone più chic del Kuwait. Il controllo di routine, però, prende una piega inaspettata quando i due agenti iniziano a sospettare che la signora al volante abbia una voce un po’ troppo mascolina. E così scoprono che a guidare è un uomo in abiti femminili (non vi sono dettagli sulla sua identità di genere), la cui posizione è aggravata dal fatto che, dopo un’attenta perquisizione (sic!), la polizia scopre che l’automobile trasporta vari capi di intimo femminile. Ora la guidatrice rischia fino a un anno di carcere e una pesante ammenda (al-Rai).

La vicenda non ha nulla di sorprendente per l’emirato arabo: sono passati pochi giorni, infatti, da un fatto analogo, avvenuto nella vicina località di al-Shaab al-Bahri. Qui, a finire nei guai dopo un controllo, sono stati un automobilista e la giovane donna che gli sedeva accanto, rivelatasi, dal punto di vista biologico, un maschio con abiti e parrucca femminili. Lo stesso giorno, poi, la polizia aveva effettuato un raid in un appartamento di al-Salmiah, nel quale hanno trovato quattro donne transgender (ma la stampa locale parla a volte di bisessuali, altre di intersessuali, con un’evidente confusione rivelatrice di ignoranza). Sono state arrestate tutte e potrebbe essere denunciato anche il truccatore filippino che si occupava del loro make-up (Arab Times).

La vita delle persone transgender in Kuwait, insomma, rimane estremamente difficile e non sembra avere avuto nessun effetto la dettagliata e drammatica denuncia fatta da Human Rights Watch a gennaio (Il grande colibrì): allora l’associazione per la difesa dei diritti umani fece emergere la storia di più di 40 donne trans perseguitate dalla polizia e vittime di violenze e umiliazioni.

Mohammad, un attivista gay kuwaitiano, racconta uno scenario dalle tinte fosche: “Negli ultimi anni sono arrivate molte prostitute transessuali, soprattutto dalle Filippine e dall’Indonesia, attirate dal fatto che qui vengono pagate molto più che nel resto del mondo. Molte di loro non si rendono conto dei rischi che corrono: se la polizia le scopre e non le rispedisce subito in patria, finiscono in carcere e lì subiscono violenze sessuali e trattamenti degradanti“. Quasi mai le ragazze vengono condannate a un anno di carcere, ma questo non le salva dall’inferno: “Di solito rimangono in prigione poche settimane, qualche mese. L’unico scopo è farle soffrire, traumatizzarle“.

Il florido mercato della prostituzione attira molte transgender anche in altri stati del Golfo Persico, soprattutto negli Emirati Arabi Uniti. Ness è arrivata dalle Filippine per lavorare come sex worker ad Abu Dhabi: “Di giorno faccio il parrucchiere, ma è con il lavoro notturno che guadagno davvero. I nostri clienti sono quasi tutti occidentali, ricchissimi. Gli arabi, invece, preferiscono i ragazzi“. Secondo Ness gli Emirati sono un posto come un altro: “Non è più pericoloso che altrove. Se la polizia ti ferma, quasi mai ti portano in carcere. Gli devi dare i soldi e li devi soddisfare sessualmente, poi ti trattano male, ma ti lasciano libera. Non è bello, ma funziona così anche nelle Filippine, in America, in Europa…“.

Succede anche in Turchia, dove la polizia pensa a perseguitare le transessuali invece che a proteggerle dalla violenza. E così la tragica conta degli omicidi motivati da transfobia nel paese mediorientale vede aggiungere il nome della 29enne Mirage, uccisa con una pugnalata al cuore ad Antalya, sulla costa sud-occidentale dell’Anatolia. Alla futura memoria viene consegnato un nome maschile (Mustafa Serkan Güneşer) e l’appellativo “travestito” (Radikal).

 

Pier
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