Uganda, non solo parole: più dura la caccia omofobica

Malgrado le proteste internazionali siano state (con qualche eccezione) ben maggiori di quelle che hanno accompagnato l’approvazione di un’analoga legge in Nigeria (ilgrandecolibri.com), l’Uganda e la sua nuova legislazione ulteriormente omofobica sono già quasi scomparsi dall’osservatorio dei media mondiali. A destare scalpore è stata giusto, nei giorni scorsi, la notizia del vescovo cattolico di Jinja, Charles Wamika, che chiedeva con forza l’uccisione di tutti i gay (oblogdeeoblogda.me). Ma di parole simili sono piene le chiese cristiane di tutto il paese, sia anglicane, con il vescovo di Mbale Patrick Gidudu che apprezza una legge “che proteggerà i giovani e la società dall’omosessualità, che in Africa è abominevole“, che cattoliche, con l’arcivescovo di Tororo che esorta a “mettere a morte avidità e corruzione“, spiegando poi, fuor di metafora, che si riferiva a “cattive abitudini, tentazioni sessuali, relazioni disfunzionali” e altre cose simili (monitor.co.ug).

A rappresentare l’eccezione è invece un ex vescovo anglicano, Christopher Senyonjo (nella foto), che, in rotta con la chiesa d’Uganda, predica oggi tolleranza e spiega di “essere al servizio di tutti gli emarginati“, spiegando che pregare per gli omosessuali è giusto ma che cercare di negare la loro sessualità non ha senso: “Se uno è omosessuale non puoi dirgli di non esserlo. E se uno è africano e tu gli dici che non è africano, sei tu che non ti stai comportando nel modo giusto” (globalnews.ca).

Eppure, al di là delle prese di posizione dei religiosi, le ragioni per continuare a parlare dell’Uganda non mancherebbero. A cominciare dalla chiusura della clinica militare americana per la cura dell’AIDS a Makerere e dall’arresto di un suo dipendente perché, secondo le accuse di un rapporto di cui washingtonblade.com è venuto a conoscenza, nella struttura si sarebbero insegnate a giovani di età compresa tra i 15 e i 25 anni “pratiche gay“, ad esempio spiegando come usare preservativi e lubrificanti. Inoltre ci sarebbero state – sempre secondo il rapporto della polizia – sedute di masturbazione collettiva.

Le accuse, ove non appaiano ridicole (spiegare l’uso del condom e del lubrificante non ha nulla a che vedere con l’omosessualità), sono probabilmente fantasiose, ma sull’omosessualità di molti pazienti c’è da temere che non si tratti di illazioni, visto che la clinica era una delle poche strutture che accoglieva senza problemi anche persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), che ora si sentono perseguitate anche nei rari luoghi di cura a cui ancora avevano accesso (76crimes.com).

Inoltre gli arresti di persone omosessuali o sospettate di aver praticato sesso gay sono ormai frequenti. Così come assolutamente normale è esporre foto e video degli accusati sui media, come dimostra il filmato di NTV Uganda (pubblicato anche online) in cui un diciottenne è accusato di aver abusato analmente di un ventiduenne, mostrandoli entrambi nel carcere in cui sono ora reclusi. O come è normale diffondere le generalità di due arrestati accusati di convivere more uxorio, benché entrambi maschi, come accaduto in febbraio per un’altra coppia (monitor.co.ug).

Nel frattempo il movimento LGBT ugandese è costretto ad agire in modo sempre più discreto, per evitare che gli arresti e gli sfratti di gay, diventati ormai quotidiani, aumentino ancora e, soprattutto, che non si riesca ad offrire quel minimo di aiuto che, telefonicamente o di persona, gli attivisti sono ancora in grado di offrire con grande coraggio (ipsnews.net).

 

Michele
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