“In Benin il fenomeno si radica progressivamente, in barba ai nostri dirigenti“. E di fronte a questi fatti occorreva sicuramente l’inchiesta di Hervé Ganhouégnon su Benin Web TV: il giornalista, che evidentemente ama i toni enfatici e un po’ cospirazionisti, è persino riuscito a incontrare un esponente di questo “fenomeno”. Di cosa parliamo? Corruzione?Terrorismo? Satanismo? Traffico di scorie radioattive? Complotto demo-pluto-pippo-giudaico-massonico? No, nulla di così banale: Ganhouégnon ci conduce, come recita il titolo dell’articolo, “negli arcani degli LGBT in Benin“.
Il giornalista parte abbastanza bene, a dire il vero. Qualche luogo comune trito e ritrito sulla transessualità, ma le definizioni di omosessualità e bisessualità sono tutto sommato precise. Poi, nel corso dell’articolo, si perde: il gay che intervista “si è sempre visto nella pelle di una donna e non di un uomo“. E quando si avventura a spiegare la sessualità dei gay, diventa involontariamente comico: “Il nostro interlocutore dice di essere un passivo: significa che è la donna di un uomo o almeno che ‘esce’ con uomini. E l’uomo viene chiamato attivo“.
Come funziona un LGBT?
Avendo incontrato solo un uomo cisgender gay, Ganhouégnon si concentra soprattutto sull’omosessualità maschile, raccontando anche esperienze che sono tutt’altro che tipiche del Benin, come gli amori infelici per bisessuali sposati o ossessionati dal bisogno di restare “discreti”. Ma qualche rapido squarcio si apre anche sulle lesbiche (il loro amore è sincero, mentre “l’universo dei gay è minato dal tradimento sentimentale“) e sulle persone transgender, che secondo il giornalista si starebbero organizzando per ricevere cure ormonali dai Paesi Bassi e godrebbero della promozione della Giamaica (sic!).
Una volta spiegato “il funzionamento degli LGBT” (sic!), Ganhouégnon si concentra su un’altra questione: perché gli omosessuali “hanno scelto questa identità di genere”? A parte la confusione tra identità di genere e orientamento sessuale, il giornalista offre un solo esempio: una sua amica che ha “deciso di essere lesbica” perché “era delusa dagli uomini e l’ultima alternativa, secondo lei, era di cambiare status sessuale“. Un’altra causa sarebbe la volontà di “vivere all’immagine di altri paesi: copiano le civiltà occidentali e disprezzano le loro proprie realtà“. Insomma, la solita solfa dell’omosessualità come “unafrican” (non africana).

Contro o a favore?
Il giudizio sull’omosessualità, quindi, non può che essere negativo: “È una cosa che gli eterosessuali qualificano come ignobile e sacrilega” afferma Ganhouégnon, per poi dare voce a un anonimo commentatore: “È malsano e insalubre avere rapporti sessuali tra uomini o tra donne. In ogni caso è una prova sufficiente che la fine dei tempi è vicina“.
In realtà il giornalista non è totalmente ostile e riesce a dire un po’ tutto e il suo contrario. Cita la tradizione giudaico-cristiana per condannare le persone LGBT, è vero, ma riconosce che “questa pratica sessuale è valutata diversamente dagli uni e dagli altri“. Dà voce anche a un eterosessuale secondo cui “ogni individuo è libero di scegliere la propria identità di genere, a patto che non violi i diritti altrui“. Frase un po’ bislacca, ma certamente non ostile.
Stereotipi da superare
In fin dei conti, l’inchiesta di Benin Web TV è ben poca cosa dal punto di vista giornalistico, ma diventa un documento prezioso per due motivi. Da un lato ci mostra come il rifiuto dell’omosessualità in Benin, come in molti altri paesi africani, sia maggioritario, ma presenti crepe sempre più vistose.
Dall’altro lato, possiamo vedere come sono rappresentate le minoranze sessuali sui media e nella cultura comune, cosa che ha inevitabili riflessi sull’autorappresentazione delle minoranze sessuali locali. E lo si vede, per esempio, nell’immagine stereotipata e a volte un po’ grottesca che spesso le persone richiedenti asilo LGBT hanno di sé. Quando arrivano davanti alle commissioni che dovrebbero garantire la protezione internazionale e si raccontano, lo fanno inevitabilmente con queste idee distorte e ingenue e vengono giudicate per questo “non credibili”.
Per questo servirebbero da una parte commissioni più preparate, che abbiano almeno una vaga idea delle questioni legate alla rappresentazione delle diverse sessualità nel mondo non occidentale. Da un’altra parte, le associazioni arcobaleno dovrebbero ampliare il loro sforzo nell’aiutare le persone richiedenti asilo a superare alcuni pregiudizi e ad avere un’immagine più scientificamente corretta della propria sessualità. È un lavoro che varie associazioni, compresa Il Grande Colibrì, svolgono e che meriterebbe il sostegno culturale e mediatico di tutta la comunità.
Pier Cesare Notaro
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foto: Il Grande Colibrì


