Le immagini del video sono sgranate, ma lo spettatore può distinguere le ombre che incombono su una donna rannicchiata e impaurita. Gli uomini gridano, colpiscono e chiedono alla loro vittima di ammettere di essere omosessuale. Passano alcuni vicini, che tirano dritto come se non stesse accadendo nulla. La donna fatica a ritrovare l’equilibrio, con le braccia si protegge la testa dai colpi. Le scarpe da ginnastica bianche, usate come armi, brillano nel buio, come le luci dei tanti smartphone che stanno filmano. “Basta, basta così” dice qualcuno. “Mi hai chiamato per questo, no?” gli risponde un complice. La maggioranza vuole andare avanti.
Con un attacco finale, gli uomini gettano di nuovo la donna sul marciapiede e la spogliano nuda, scattando le ultime foto, le più umilianti, che useranno per alimentare le pagine contro le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) che spuntano come funghi sui social media maliani. L’ultima foto di Laura Drabo*, nuda, con la testa tra le mani e il naso sanguinante, è stata pubblicata nell’aprile dello scorso anno su una pagina Facebook, con alcuni dei quasi 2mila follower che hanno fatto commenti per approvare la violenza e per reclamare la morte della donna.
Aggressioni transfobe
A distanza di un anno, è ancora possibile trovare online foto e video di quella notte. Con una rapida ricerca, ecco apparire dozzine di altri scatti di lei, che – dice la donna – sono stati condivisi online contro la sua volontà a partire dal 2017. Alcuni video, come quello dell’aprile 2018, mostrano scene di violenza, in altre immagini appare truccata, con lunghe unghie finte colorate: queste foto, scattate evidentemente da amici o da persone care, sono state rubate dal suo account, spiega lei.
È stata una di queste foto, pubblicata nell’estate del 2017, a segnare l’inizio della caccia alle streghe. Poco dopo, questa donna transgender di 22 anni ha iniziato a essere riconosciuta per le strade della sua città natale, Bamako, così si è trasferita ad Abidjan, la capitale della Costa d’Avorio. Qui la diaspora maliana ha condiviso ogni sua mossa e ha offerto una ricompensa di 1.500 euro a chi l’avesse trovata. E l’hanno trovata, alla fine. Negli ultimi due anni, ha smesso di contare le volte in cui è stata attaccata. “Vorrei uscire, ma non posso. Ogni volta che esco, succede sempre la stessa cosa. Le persone mi riconoscono” ha detto al Telegraph.
L’anno dell’omofobia
Nella capitale maliana molte altre persone LGBTQIA vivono il suo stesso trauma, osservando incredule il numero di account omofobi crescere di giorno in giorno. Molte di loro chiamano il 2017 “l’anno della crisi”, perché da allora la violenza che stavano già subendo ha iniziato a intrecciarsi con gli abusi online, diventando ancora peggiore. Tutte le pagine di Facebook che usano l’acronimo francese LCHM (Lutte Contre l’Homosexualité au Mali, lotta contro l’omosessualità in Mali) hanno iniziato a svelare a parenti e amici l’omosessualità, vera o presunta, di alcune persone. A volte hanno pubblicato i loro nomi e i loro indirizzi. Hanno condiviso video di pestaggi, che sono stati visti da migliaia di persone.

“È partita così una caccia all’omosessuale, con le persone che chiedevano informazioni in giro” ha dichiarato Lassana Sidibé*, coordinatore della CAS del Mali, che monitora la violenza contro le persone LGBTQIA. Secondo questa organizzazione, più di 700 video e foto di outing sono stati pubblicati online tra il 2017 e il 2018. Nello stesso periodo, sono state aggredite 90 persone.
Chiunque fosse gay, trans, non conforme, o semplicemente percepito come tale, temeva di essere la vittima successiva. La legge maliana non proibisce specificamente le relazioni tra persone dello stesso sesso, ma l’omosessualità è un enorme tabù in questa nazione conservatrice, a maggioranza musulmana, dell’Africa occidentale. E non ci sono leggi per proteggere le minoranze sessuali dalla discriminazione.
Anti-LGBT su Facebook
In un sondaggio del Pew Research Center del 2007, il 98% dei maliani ha affermato che l’omosessualità dovrebbe essere respinta. Ogni singolo post online ha quasi sempre avuto come effetto che giovani donne o uomini sono stati cacciati di casa, respinti da amici e vicini, persino aggrediti per strada. Per questo si sono resi invisibili. Si sono vestiti secondo le aspettative della società. Hanno iniziato a limitare l’uso dei social media, per paura che gli rubassero informazioni private. Hanno iniziato a considerare Facebook troppo rischioso, mentre su WhatsApp si limitano esclusivamente a chat individuali.
“Non uso Facebook, non l’ho mai avuto – ha detto Aichatou Toure*, una studente lesbica che vive a Bamako – Volevo aprire un account, ma l’altro ieri ho ricevuto un video di una cara amica che baciava la sua ragazza che è stato pubblicato lì. Quindi ora non posso. Facebook è diventato molto pericoloso per noi”.
Facebook afferma che i discorsi d’odio e gli abusi contro la comunità LGBTQIA in Mali e altrove sono vietati sulla piattaforma e che prende provvedimenti non appena ne viene informato. “Ovviamente riconosciamo che abbiamo ancora molto lavoro da fare, motivo per cui continuiamo a investire […] per aiutare a gestire i contenuti problematici, introducendo allo stesso tempo nuove tecnologie per rilevare in modo proattivo i discorsi d’odio senza che nessuno debba segnalarli” ha detto un portavoce al Telegraph. La Coalition Against AIDS conferma che molti video sono stati segnalati ed eliminati e che vengono rimossi regolarmente alcuni account omofobi. Ma due maliani, le cui foto sono state pubblicate online, hanno dichiarato di non sapere come segnalare i post.

“L’imam ucciso dal gay”
Alla fine del 2018 l’omosessualità è tornata a fare notizia. Il primo ministro dell’epoca, Soumeylou Boubeye Maiga, scatenò un’ondata di indignazione per aver sostenuto un libro di testo, finanziato dai Paesi Bassi, che includeva un capitolo sull’orientamento sessuale. Alcuni gruppi islamici conservatori, che hanno acquisito potere dall’inizio del conflitto in Mali nel 2012, sono riusciti a bloccarlo, sostenendo che contribuiva a promuovere l’omosessualità tra i bambini.
Poi, a gennaio di quest’anno, un imam è stato pugnalato a morte mentre andava a fare le preghiere dell’alba nella capitale. L’aggressore ha affermato che l’imam lo aveva accusato di essere gay, secondo quanto riferito dai giornali locali. La polizia ha rifiutato di commentare il caso perché il processo è in corso.
Ma è stato abbastanza per riprendere la caccia con maggiore intensità. “La gente diceva che gli omosessuali hanno ucciso un imam. È stato come un mandato di morte per tutti i membri della comunità LGBTQIA” ha detto al Telegraph il coordinatore dell’unico gruppo transgender del paese, Oumar Kouyate*, in un ufficio segreto nella capitale maliana. “La società è molto più sospettosa, è sufficiente che tu sia un po’ effeminato, un po’ troppo mascolina. In questo periodo temiamo tutti per la nostra vita” ha aggiunto il giovane transgender, chiedendo che la propria identità e quella del suo gruppo rimangano segrete per paura di mettere a rischio la propria sicurezza.
“L’omosessualità sia reato”
La reazione è stata rapida: decine di migliaia di persone si sono radunate a febbraio, rispondendo all’appello di alcuni influenti leader musulmani che hanno chiesto le dimissioni del primo ministro e hanno accusato il governo di consentire la “depravazione morale” nel paese. Hanno lanciato un appello per rendere illegale l’omosessualità. “La gente brucerà chi vuole l’omosessualità qui in Mali” ha detto al Telegraph Mohamed Kebe, un membro dell’Haut Conseil Islamique Malien (Alto consiglio islamico maliano) che ha organizzato l’incontro di febbraio. Questa manifestazione di protesta contro i diritti LGBTQIA è stata la seconda nel giro di pochi mesi, dopo che migliaia di persone erano scese in strada a Bamako a dicembre per opporsi al libro di testo sull’educazione sessuale.
Ma il gruppo anti-omosessualità nega di aver mai promosso la violenza. “Come avrà visto, su Internet ci sono molti gruppi LCHM, su YouTube, su Facebook. Dietro a tutto questo non ci siamo sempre noi” ha detto un portavoce dell’associazione, che conta “qualche centinaio di persone”. E ha aggiunto: “Nel nostro quartiere alcuni giovani stanno iniziando a praticare l’omosessualità… Questi non sono valori africani, e ancor meno valori maliani. Ma non abbiamo mai chiesto a nessuno di picchiare qualcuno, non abbiamo mai detto a nessuno di usare la violenza contro gli omosessuali”.
Torniamo in Costa d’Avorio. Laura Drabo esce per lo più dopo il tramonto, per vendere il suo corpo e fare un po’ di soldi per pagare la capanna di legno che lei chiama “casa”. Dopo anni di maltrattamenti, ora rifiuta di nascondere quel che è. “Anche ora che sono qui, ho sempre le mie unghie finte, le mie ciglia finte, i vestiti da ragazzo non ce li ho neppure – dice – Perché dovrei smettere? Ho preso la mia decisione”.
Anna Pujol-Mazzini per The Telegraph
traduzione di Pier Cesare Notaro
©2019 The Telegraph / Il Grande Colibrì
foto: Il Grande Colibrì / elaborazione da Guillaume Paumier (CC BY 2.0)
* Nomi modificati.


